COMPENDIUM REVELATIONUM
COMPENDIO DI RIVELAZIONE DELLO INUTILE SERVO DI IESÙ
CRISTO FRATE IERONIMO DA FERRARA DELLO ORDINE
dei FRATI PREDICATORI.
(1)
Benché lungo tempo in molti modi per ispirazione divina io abbia
predette molte cose future,
nientedimeno, (2)
considerando la sentenza del nostro Salvatore Cristo
Iesu,
che dice: "Nolite
sanctum dare canibus nec mittatis margaritas vestras ante porcos, ne
forte conculcent eas pedibus et, conversi, dirumpant vos,"
sono sempre stato scarso nel dire, e non mi sono esteso più che mi sia
parso essere necessario alla salute degli
uomini, in modo che le conclusioni nostre sono
state poche (avvenga che molte siano state le
probazioni, esortazioni
e persuasioni a farle credere), tenendo sempre
segreto il modo e la
moltitudine delle visioni
e molte altre rivelazioni; le quali
non ho mai detto, non essendo io stato ispirato
a dirle e non parendomi necessario alla salute,
né essendo ancora dispositi gli uomini a crederle. Ora, costretto da
necessità, mi sono mosso a scrivere le cose
future, per la maggior parte le più principali
e di maggiore importanza, le quali
pubblicamente ho predicato, sì perché molti,
essendosi sforzati di scrivere predicando io attualmente, non hanno
raccolto pienamente la verità ma molto
discontinuamente e etiam con molte falsità, non potendo loro
correre tanto con la penna quanto io correvo con la lingua: sì
etiam perché alcuni altri, o per non avere bene inteso o per
malizia, hanno seminato nel popolo quel che io non ho detto o
diminuito quel che io ho detto, e etiam
alcuna volta depravato. Mi sforzerò dunque di ridurre tutto quel che
io ho detto in pubblico delle cose future in brevità, lasciando il
modo come io le ho avute e le probazione delle Sacre Scritture le quali
le ho applicate, descrivendo però pienamente
quella visione della ottava della Annunziazione, per essere stata
scritta imperfettamente da molti e mandata in diversi luoghi. E questo
principalmente mi ha eccitato a scrivere per l'onore
di Dio: acciocché le cose sue non venghino in
derisione, per la maggior parte essendomi detto che queste nostre cose
così scorrette e piene d'errori sarebbero messe in stampa e pubblicate
per tutto; e acciocché per nessun modo elle possino esser viziate e
distorte, le ho
pubblicate così latine come vulgari, perché
così saranno più comune a ciascuno. Pregando tutti gli
uomini e le donne che le leggeranno che, se odono dire me aver pronunziate
altre cose nel tempo passato insino al presente giorno nel quale è
stato composto questo libretto che quelle le quali
in esso siano scritte, non le credino,
perché i nostri amici tepidi e sapienti di
questo mondo mi hanno apposte molte cose false così dentro di
Firenze come di fuori, benché più fuori che dentro. Io so però che
ancora queste così scritte saranno diversamente interpretate, iuxta
illud Danielis XII: "Plurimi pertransibunt et, multiplex erit
identici ",
idest opinio, e da molti etiam saranno derise; nientedimeno
chi le leggerà con semplicità di cuore credo che sarà illuminato dalla
verità e ne farà qualche buon frutto, quia scriptum est: "
Cum semplicibus sermocinatio eius"
et iterum:
(3)
" Abscondisti haec a
sapientibus et prudentibus et revelasti ea parvulis ".
Ma innanzi che io entri nella narrazione delle
cose che noi abbiamo a dire, mi pare necessario per intelligenza di
quelle dichiarare brevemente il modo delle rivelazione profetiche, a
fine che ognuno intenda come i profeti imparano da Dio quello che essi
predicano ai popoli. Perché dunque, come è
scritto nel primo libro dei Re al IX capitolo,
(6)
qui propheta dicitur hodie, vocabatur olim
videns,
(7)
profeta propriamente è
chiamato
colui che vede cose lontane dalla cognizione naturale d'ogni creatura,
avvenga che il profeta ancora impari mediante il lume della profezia
cose assai le quali non sono lontane dalla
cognizione umana, (8)
perché quel
lume si può estendere a tutte le cose così umane come divine.
(9)
Lontane dalla cognizione naturale d'ogni creatura sono
le cose future contingenti, per la maggior
parte quelle che procedono dal libero arbitrio,
(10) le quali
in sé medesime non possono essere conosciute né dagli
uomini né da veruna altra creatura, perché non sono
presenti se non alla eternità, la quale
abbraccia ogni tempo;
(11) né possono essere
ancora conosciute dalla creatura razionale né etiam dalla
intellettuale nelle cause loro,
(12)
perché, essendo le cause indifferenti
a produrle e non produrle,
(13) non può l'intelletto
creato vedere a quale
parte esse cause si inclineranno; e però tutte le arte
divinatorie sono reprobate dalle Scritture e dai
canoni, il capo delle quali è l'astrologia
iudicatoria : (14)
perché
conoscere le cose future contingenti
è proprietà della sapienza divina, in presenza della quale è ogni cosa
preterita, presente e futura, sicut scriptum est:
(15)
" Omnia sunt nuda et aperta oculis eius ".
(16)
Dunque le cose future contingenti
non si possono conoscere per alcuno lume naturale, ma solo Dio è
quello che le conosce nella eternità del suo lume, e da lui
solo le imparano quelli ai quali lui si degna
riverarle. (17)
Nella quale rivelazione fa due cose
: una è che
infonde un lume sopranaturale al profeta,
(18)
il quale lume è una certa participazione della sua
eternità, per la quale il profeta giudica di quello che gli è rivelato
due cose, idest e che le sono vere e che le sono da Dio;
(19)
ed è di tanta efficacia questo
lume, che fa il profeta così certo di queste due cose come il lume
naturale fa certi i filosofi dei
primi principi delle scienze e come fa anche certo ciascun
uomo che due e due fa
quattro. L'altra cosa che fa Dio in questa rivelazione è che propone
distintamente al profeta quello che egli vuole
che conosca e preannunci!; e questo lo fa in
molti modi, sicut scriptum est Osée XII capitolo:
" Locutus sum super prophetas, et ego visionem multiplicavi, et in
manu prophetarum assimilatus sum ". Qualche
volta quello che ha da preannunciare il
profeta lui glielo infonde nell'intelletto
senza altra visione immaginaria, in quel modo che infuse la sapienza a
Salomone : e in questo
modo profetò David profeta; alcuna volta nella immaginazione forma
diverse figure e visioni immaginarie, le quali
significano quello che ha da intendere e
da preannunciare il profeta. E lui per il lume
sopradetto intende tutta la significazione delle predette visioni,
altrimenti non si potrebbe chiamare profeta;
onde è scritto in Daniele al X capitolo: Intelligentia opus est in
visione. E molte volte in quelle visioni
sente dentro pronunziare diverse parole da diverse persone alla mente
sua rappresentata, le quali parole sa,
(20)
mediante il lume sopradetto, che
procedano da Dio per ministero degli angeli. Alcune
volte Dio propone ai
sensi esteriori, massimamente agli
occhi, cose significative di quello che si ha a manifestare,
come si legge in Daniele al V capitolo della mano che scrisse nel
muro, dinanzi agli occhi di Baltasar: Mane.
Thecel. Phares; le quali parole vide Daniel
profeta con gli occhi esteriori e
interpretandole con il lume interiore.
(4)
Ed è da notare che queste apparizioni
esteriori e etiam immaginarie le fa Dio
per il ministero angelico, come dice
santo Dionisio nel libro " De caelesti
hierarchia ", perché ogni cosa che è da Dio
è ordinata, iuxta illud Apostoli: " Quae a Dea sunt,
ordinata sunt "; e l'ordine della sua sapienza è di disporre le
cose infime per le medie e le medie per le supreme. Essendo dunque
gli angeli mezzani tra Dio e gli
uomini, (21)
le illuminazioni profetiche
vengono da Dio per mezzo degli angelici spiriti, i
quali non solamente dentro illuminano e muovano la fantasia a diverse
apparizioni, ma etiam parlano dentro ai
profeti, ai quali ancora appaiono di fuori molte volte in forma umana
e annunziano loro le cose future e ammaestrandoli di molte cose che
hanno a fare; e per il lume predetto i profeti conoscono chiaramente
quelle apparizioni essere angeliche
e quello che di cui parlano essere
vero e provenire dalla divina sapienza. In
questi tre modi abbiamo avute e conosciuto le
cose future, alcune in uno alcune in un altro; benché in qualunque di
questi modi io le abbia avute, sempre sono
stato certificato della verità per il lume predetto.
Vedendo l'onnipotente Dio
moltiplicare i peccati dell'Italia, per la
maggior parte nei capi così ecclesiastici come secolari, non potendo
più sostenere, determinò purgare la Chiesa sua per uno gran flagello.
E perché, come è scritto in Amos profeta, non faciet Dominus Deus
verbum, nisi revelaverit secretum suum ad servos suos prophetas,
volse per la salute dei suoi eletti, acciocché innanzi al flagello si
preparassino a soffrire, che nella Italia questo flagello fosse
preannunciato; e essendo Firenze in mezzo l'Italia
come il cuore in mezzo il corpo, s'è degnato di eleggere questa città
nella quale siano tale cose preannunciate, acciocché per lei si
sparghino negli altri luoghi, come per esperienza vediamo esser fatto
al presente.
Avendo dunque tra gli altri suoi servi eletto me
indegno e inutile a questo officio, mi fece venire a Firenze
per commissione dei miei superiori l'anno 1489,
nel quale anno cominciai a esporre pubblicamente al popolo la
Apocalissi in Santo Marco nostro il primo dì di agosto, che fu in
domenica. E predicando tutto quell'anno in
Firenze, tre cose continuamente proposi al popolo : la prima, che la
Chiesa se doveva a rinnovare in questi tempi; la seconda, che innanzi
a questa rinnovazione Dio darebbe un grande flagello a tutta la
Italia; la terza, che queste cose accadranno presto. E queste tre
conclusioni mi sforzai sempre di provarle con ragione probabile e
figure delle Scritture e altre similitudini
ovvero parabole fondate sopra quello che si vede al presente nella
Chiesa, non dichiarando loro che io avessi queste cose per altra via
che per queste ragione, perché non mi parevono ancora dispositi al
credere. Da poi, procedendo più oltre gli anni seguenti e vedendo
migliore disposizione negli uomini al credere, produssi qualche volta
fuori alcuna visione, non dicendo però che visione fosse,
ma proponendola per modo di parabola. Da poi, vedendo la gran
contraddizione e derisione che io avevo quasi da ogni generazione di
uomini, molte volte come pusillanime mi proponevo di predicare altre
cose che quelle; e non lo potevo fare, perché ogni altra cosa che io
leggevo o studiavo mi veniva a noia e, quando la volevo predicare,
tanto mi dispiaceva, che io etiam venivo a noia a me medesimo.
E ricordai che la prima quadragesima che io predicai in Firenze in
Santa Reparata nel 1490, avendo già composta la predicazione della
domenica seconda, la quale pure era di tale materia, deliberai di
lasciarla e di non predicare più di tale cose. Testimone mi è Dio di
questo, che tutto il giorno del sabato e tutta la notte vigilai,
infino alla mattina della domenica, e non potetti mai volgermi ad
altro, tanto mi fu serrato ogni passo e tolta ogni altra dottrina
eccetta quella; e sentii la mattina, essendo
per la lunga vigilia molto lasso, dirmi: — Stolto, non vedi tu che la
volontà di Dio è che tu predichi in questo
modo? —. E così quella mattina feci una spaventosa predicazione. E
sanno quelli che continuamente mi hanno udito quanto le Scritture, le
quale ho prese a esporre, siano sempre venute a proposito di questi
tempi; e tra le altre cose una ne è stata più meravigliosa agli
uomini di grande ingegno e dottrina: che, avendo io cominciato a
predicare sopra la Genesi nel 1491 e avendo
continuato insino al 1494 per tutti gli avventi e le quadragesime
(eccetta una, nella quale predicai a Bologna) e sempre ricominciando a
quel punto del testo della Genesi dove io avevo
lasciato o l'avvento o la quadragesima
precedente e continuando sempre l'esposizione del
testo, non potè mai raggiugnere al diluvio se
non quando cominciarono queste tribulazioni,
così che tutto l'avvento e tutta la
quadragesima del 1494 consumai nel mistero della fabbricazione dell'arca
di Noè, e appunto lasciai le predicazioni in
quel loco dove dice la Scrittura: Cenacula et tristega facies in ea;
e di poi ricominciando a predicare di settembre, il dì di santo Matteo
apostolo, e proponendo il testo dove io avevo lasciato, cioè Ecce
ego adducam aquas diluvii super
terrain eccetera, sapendosi già pubblicamente che il Re di Francia
con le sue genti era entrato
in Italia, subito a queste parole della Genesi
molti, sbigottiti, constatarono questa lezione della
Genesi essere stata di mano in mano così condotta per occulto instinto
di Dio. Tra i quali uno fu il conte Ioanni
della Mirandola, uomo di dottrina e d'ingegno nella nostra età singolare;
il quale poi mi disse che a quelle parole tutto si sentì commuovere e
arricciarsi i capelli. Ritornando dunque al
proposito nostro, dico che queste cose future per la indisposizione
del popolo le preannunciavo in quei primi anni con le probazione delle
Scritture e con ragione e diverse similitudini.
Di poi cominciai a allargarmi e dimostrare che queste cose future io
avevo per altro lume che per sola intelligenza delle Scritture; e di
poi ancora cominciai più ad allargarmi e a
venire alle parole formate a me ispirate dal
cielo, e tra le altre spesso replicavo queste:
— Haec dicit Dominus Deus: Gladius Domini super terram cito et
velociter —. E un'altra volta : — Haec dicit Dominus Deus:
Gaudete et exultate, iusti; verumtamen
parate animas vestras ad tentationem lectione, meditatione et
oratione: et liberabimini a morte secunda. Et vos, o servi nequam, qui
in sordibus estis, sordescite adhuc; venter vester impleatur mero,
renés vestri dissolvantur luxuria, et manus vestrae sanguine pauperum
polluantur: haec enim est pars vestra et haec sors. Sed scitote quia
corpora vestra et animae vestrae in manu mea sunt et post breve tempus
corpora vestra flagellis conterentur, animas
autem vestrasigni perpetuo tradam
—. Le quali parole non sono cavate dalle Sacre
Scritture, come credevano alcuni, ma sono pure nuovamente venute da
cielo. E perché in una visione ci sono molte
parole, delle quali parte ne dissi
pubblicamente benché la visione celassi, acciocché la non fosse derisa
dagli increduli, mi è parso necessario questa sola descrivere,
Acciocché s'intenda cosi in
che ordine furono dette le parole le quale
pubblicamente recitai.
Vidi dunque nell'anno 1492, la
notte precedente a l'ultima predicazione che io feci quell'avvento
in Santa Reparata, una mano in cielo con una
spada, sopra la quale era scritto: Gladius
Domini super terram cito et velociter,
e sopra la mano era scritto: Vera et insta sunt indicia Domini;
e sembrava che il braccio di quella mano procedesse
da tre facce in una luce, delle quali la prima disse: — Iniquitas
sanctuarii mei clamat ad me de terrra
—; la seconda rispose: —
(22)
Visitabo
ergo in virga iniquitates eorum et in verberibus peccata eorum
—; la terza disse: — Misericordiam meam non
dispergam
ab eo, neque nocebo in veritate
mea, et miserebor pauperi et inopi
—. Iterum la prima replicò: —
Oblitus est populus meus mandatorum meorum diebus innumeris —; la
seconda rispose: — (23)
Conteram ergo et confringam et non miserebor
—; la terza disse: — Memor ero ambulantium in praeceptis meis
—. E di poi venne una voce grande da tutte tre le facce sopra tutto il
mondo e disse: — Audite, omnes habitatores terrae. Haec dicit
Dominus: Ego Dominus loquor in zelo sancto meo. Ecce dies venient
et gladium meum evaginabo super vos. Convertimini ergo
ad me, antequam compleatur furor meus: tunc
enim, angustia superveniente, requiretis pacem,
et non veniet — Dette queste parole,
parvemi di veder tutto il mondo e che gli
angeli discendessero di cielo
in terra vestiti di bianco con moltitudine di stole candide in spalla
e croce rosse in mano, e andavano per il mondo proferendo a ciascun
uomo una veste bianca e una croce; alcuni uomini le accettavono e
d'esse si vestivono; alcuni altri non volevono accettarle, benché non
impedissero agli altri che le accettavono;
altri né le volevono accettare né permettevono che gli altri le
accettassino : e questi erano i tiepidi e
sapienti di questo mondo, i quali se ne
facevono beffe e si sforzavano di persuadere il contrario. Da poi
questo la mano rivolse la spada verso la terra, e subito parve che si
ranugolasse tutto l'aere
e che piovesse spade e gragnuola con gran tuoni e saette e fuochi; e
fu in terra fatto guerra, pestilenza e carestia e gran tribolazione. E
vedevo gli angeli andare per mezzo i popoli e dar bene d'uno chiaro
vino a quelli che avevono la veste bianca e la croce in mano; e bevevano
e dicevano: — Quam dulcia faucibus nostris eloquio, tua, Domine!
—; e la feccia che era nel fondo del calice davano bere agli altri e
non volevono bere, e sembrava che si volessero convertire a penitenza,
e non potevano, e dicevano: — Quare oblivisceris nostri, Domine?
—; e volevano elevare gli occhi e riguardare a
Dio e non erano lasciati, gravati dalla tribolazione : perché erano
come ebbri, e sembrava che gli uscisse
loro il cuore di mezzo al petto e andava
cercando le voluttà di questo mondo, e non la
trovava; e loro camminavano come insensati, senza cuore. Fatto questo,
udi' una grandissima voce da quelle tre facce, che disse: — Audite
ergo verbum Domini: Propterea expectavi vos, ut miserear vestri.
Venite igitur ad me, quia benignus et misericors sum, faciens
misericordiam omnibus qui invocant me.
Quod si nolueritis, avertam oculos meos a vobis in perpetuum
—. E convertissi da poi i giusti e disse: —
Vos autem gaudete, iusti, et exultate: quia, cum pertransierit
brevis ira mea, peccatorum confringam cornua et exaltabuntur cornua
iusti —. E subito sparí ogni cosa e mi fu
detto: — Fili, si peccatores haberent oculos, vidèrent utique quam
gravis et dura sit haec pestis et acutus gladius —. E per dura
peste e acuto coltello intendeva il governo dei
cattivi prelati e predicatori di filosofia, i
quali non entrano nel regno dei cieli
né lasciano intrarvi gli altri: volendo dimostrare per questo che la
Chiesa stava tanto male, che gli era peggiore la guerra di costoro che
non sono tutte le tribolazione corporali che
gli possono avvenire. E però mi fu detto che io esortassi i
popoli a pregare Dio che mandassi il timore suo in terra e rinnovassi
l'amore e la memoria di benifici della Passione del Figliuolo di Dio
nei cuori umani e che mandassi buoni pastori e
predicatori, i quali pascessero il suo gregge e
non sé medesimi.
Di poi dissi, ancora illuminato da Dio, che passerá i
monti uno a similitudine di Ciro, del quale scrive Isaia: Haec
dicit Dominus Christo meo Cyro, cuis
apprehendi dexteram, ut subiciam ante faciem eius génies et dorsa
regum vertam, et aperiam coram eo ianuas, et
portae non claudentur. Ego anteibo et gloriosos terrae humiliabo,
portas aereas conteram et vectes ferreos confringam. Et dabo tibi
thesauros absconditos et arcana secretorum, ut scias quia ego Dominus,
qui voco nomen tuum, Deus Israël, propter servum meum Iacob
et Israël electum meum. E dissi che l'Italia
non si confidasse né in rocche né in fortezze, perché lui le
piglierebbbe con le meluzze, idest senza difficultà. Dissi ai
Fiorentini (intendendo io massimamente di quelli che governavano a
quel tempo) che loro piglierebbero il consiglio
al contrario, idest che s'accosterebbono con quello che doveva
esser perdente; dissi che sembrebbero come
ebbri e che perderebbero ogni consiglio. Le
quale cose loro non credevano etiam quando cominciavono
ad approssimarsi e io dicevo che la sapienza umana li ingannerebbe. Io
lascio stare le cose particolari,
le quali non dissi in pubblico per non generare
scandalo, ma io le dissi a certi miei
familiari, come fu il tempo determinato della morte di Innocenzio Vili
e di Lorenzo dei Medici e la rivoluzione del
stato di Firenze, la quale dissi che sarebbe quando il Re di Francia
sarebbe in Pisa; e simile altre cose particolari,
le quali, perché io non dissi in pubblico,
forse non sarebbero state
credute che io le avessi dette,
scrivendole al presente. Appropinquandosi poi il Re di Francia e la rivoluzione
dello stato fiorentino, benché io avessi visto
sopra della città di Firenze la spada e molto sangue
sparso, pur, considerando che Dio la doveva
eletta a udir pronunziare tutte queste cose, mi venne grande speranza
che questa profezia fosse condizionata e che, se loro facevano
penitenza, Dio gli avrebbe perdonato
almeno in parte. E il primo dì di novembre, idest il dì di Ogni
Santi con i due dì seguenti, come sa tutto il
popolo, tanto esclamai in pergamo che quasi io mi infermai; e feci
imporre digiuni per tutta la terra a pane e acqua e fare molte orazioni,
spesso esclamando forte queste parole, le quale vengono da quella
medesima fonte che l'altre dette di sopra,
videlicet: — O Italia, propter peccata tua venient tibi
adversa. O Florentin, propter peccata tua venient tibi adversa. O
clerica, propter te orta est haec
tempestas —, dicendo e replicando che l'Italia
andrebbe sottosopra, e specialmente la città di
Roma, esclamando etiam e dicendo: — O nobiles, o sapientes,
o plebei, manus Domini valida super vos, cui nec potentia nec
sapientia nec fuga resistere poterit. Propterea expectavit vos
Dominus, ut misereatur vestri. Convertimini ergo ad Dominum Deum
vestrum in toto corde vestro, quia
benignus et misericors est. Quod si nolueritis, avertei oculos suos a
vobis in per-petuum — Da poi venendo il
cristianissimo Re di Francia, fui pregato dai
Signori fiorentini che io dovessi andare per loro alla sua Maestà
ambasciatore insieme con alcuni altri cittadini; e io con i nostri
padri e altri cittadini consigliandomi se
dovevo andare, da tutti unanimiter fui consigliato che io
andassi. Essendo dunque non tanto da loro e dalla città quanto più
dalla carità costretto, accettai; e andai con i
predetti ambasciatori nostri compagni e, presentatici da
lui in Pisa, parlai alla sua Maestà come da Dio fui illuminato, cioè
in questa forma: — Lo onnipotente Dio, nella
mano del quale è ogni potestate e ogni regno, cristianissimo Re e
ministro magno della divina giustizia, distribuisce e comunica la
infinita sua bontade alle
sue creature per due vie, cioè per la via della misericordia e per la
via della giustizia: per via della misericordia traendo a sé e
convertendo al suo amore la creatura, per via della giustizia molte
volte scacciandola da sé per i suoi demeriti. Le quale due vie sono
però tanto unite, che in tutte le opere e creature sua si trovano
sempre insieme, sicut scriptum est: " Universae viae Domini
misericordia et veritas "'. Ai dannati fa giustizia, perché gli
punisce dai loro peccati; fa etiam
misericordia, perché gli punisce citra il condigno, cioè anche
se non meritano. Ai beati fa misericordia, perché da a
loro gloria maggiore che non meritavano le operazione e le
loro fatiche; fa ancora giustizia, perché da a loro
della sua gloria più e meno, secondo che più e meno si sono
affaticati. E perché il mezzo participa della natura degli estremi,
quello che abbiamo detto dei dannati e dei
beati si può facilmente comprendere nelle altre creature, cioè che la
misericordia e la giustizia sempre vanno insieme, benché abbiano
diverse condizione e diversi effetti: perocché alla misericordia
appartiene pazientemente tollerare i peccati, lungamente
aspettare e ai peccatori
a penitenza, soavemente chiamarli e a sé
tirargli, dolcemente, poi quando sono venuti,
abbracciarli, clementemente perdonarli, benignamente giustificarli,
largamente magnificarli nella sua grazia e copiosamente glorificarli
nelle infinite ricchezze della sua gloria. Alla giustizia appartiene,
poi che pazientemente ha tollerato il peccatore e lungamente aspettato
e soavemente molte volte chiamato, non avendo voluto venire, privarlo
della sua grazia, togliergli le virtu, sottrargli
la sua luce, ottenebrargli lo intelletto, lasciarlo cadere in ogni
precipizio di peccati, fargli cooperare ogni cosa in male e finalmente
punirlo nel supplizio dell'inferno
senza fine. Avendo dunque la immensa bontà di Dio amatrice degli
uomini pazientissimamente tollerati i gravi peccati dell'Italia
e lungamente già tanti anni aspettatola a
penitenza e soavemente innumerevoli volte per
molti suoi servi chiamatola e non avendo lei voluto aprire le orecchie
né conoscere la voce del suo pastore né far penitenza dei suoi
peccati, anzi convertendo la pazienza di Dio in superbia e moltiplicando
ogni dì più le offese e aggravando i suoi peccati, non conoscendo né
curando dei benifici di
Dio, anzi sprezzando il battesimo e il sangue
di Cristo e facendo faccia di meretrice e la
fronte dura come diamante, ha deliberato il
magno e onnipotente Dio procedere oramai contro
di lei per la via della giustizia. E perché, come abbiamo detto, la
misericordia e la giustizia sempre sono unite in tutte le opere
divine, tanta è stata la sua bontà, che per fare al popolo suo
giustizia con misericordia, manifestò a uno suo inutile servo tra gli
altri questo sacramento, cioè che intendeva riformare la Chiesa sua
mediante un grande flagello; il quale sacramento questo servo inutile,
per ispirazione e comandamento di Dio, già sono passati quattro anni
cominciò a predicare nella città di Firenze. Nel quale tempo non ha
mai fatto altro che gridare per condurre gli uomini a penitenza.
Testimone di questo è tutta la città, testimone i nobili e testimone
gli ignobili, uomini e donne, piccoli e grandi, cittadini e contadini;
tra i quali pochi credevano, altri non
credevano, altri se ne facevano beffe. Ma Dio, che non può mentire, ha
voluto verificare le sue parole e ha fatto venire ogni cosa appunto
come lui fece preannunciare insino a questa ora presente, acciocché
gli uomini intendino che quello che non è
ancora venuto ed è stato preannunciato verrà
senza dubbio in quel modo che è stato detto; e di questo ancora ne son
testimone tutti quelli che abbiamo nominati di sopra. E benché il
servo inutile non nominasse mai la tua Corona, non essendo la volontà
di Dio che ancora lei fosse nominata, nientedimeno
essa era quella la quale lui nel suo predicare intendeva e
latentemente accennava e la quale finalmente si espettava. Itaque
tandem advenisti, o Rex; advenisti,
minister Dei; advenisti, minister iustitiae.
Dico che finalmente tu sei venuto, o Re; tu sei
venuto, ministro di Dio; tu sei venuto,
ministro della giustizia: tu sia sempre il benvenuto. Noi ti riceviamo
col cuor giocondo e con
la faccia lieta : la tua venuta ha allietato
i nostri cuori, ha
esilarato le mente nostre, ha fatto rallegrare
tutti i servi di Cristo e tutti quelli che amano la giustizia e
desiderano di ben vivere: perché sperano che
Dio per te abbasserà la superbia dei superbi, esalterà la umiltà degli
umili, prosternerài vizi, esalterà le virtù, radrizzerà le cose torte,
rinnoverà le antiche e riformerà tutto quello
che é deforme. Vieni dunque lieto, sicuro e trionfante, poiché Colui
ti manda, che per nostra salute trionfò
sul legno della croce. Nientedimeno, o Re
cristianissimo, attentamente ascolta le parole mie e legatele al cuore
: il servo inutile, al quale è stato rivelato questo sacramento da
parte di Dio, idest della Santissima Trinità, Padre Figliuolo e
Spirito Santo, e del nostro Salvatore Iesù Cristo, vero Dio, Figliuol
di Dio, vero uomo, Re dei re e Signor dei signori, e di tutta la corte
celestiale, te, da lui mandato,
esorta e ammonisce che, a similitudine sua, tu faccia in ogni luogo
misericordia, per la maggior parte nella sua città di Firenze, nella
quale benché siano molti i peccati, ha però in
lei molti servi e serve così nel seculo come nella religione, per i
quali tu dovresti riguardare la città acciocché più quietamente
possine pregare per te e aiutarti in questa tua spedizione. Da parte
di Dio ti esorta e ti ammonisce il servo inutile che con ogni
diligenzia tu riguardi e difenda la innocenza, le vedove e i
pupilli e le miserabili persone, e massimamente la pudicizia praesertim
dei monasteri! delle spose di Cristo, acciocché
per te non si moltiplichino i peccati, i quali moltiplicandosi
debiliteranno le forze della gran potenza che
lui ti ha data. Da parte di Dio ti esorta e ti ammonisce a perdonare
le offese, cioè che se dal popolo fiorentino o da altri popoli tu sei
stato offeso, volentieri tu inclini l'animo a
perdonare, perché ignorantemente hanno peccato, non sapendo te esser
mandato da Dio: ricordati del tuo Salvatore, il quale, pendendo in
croce, perdonò ai suoi crocifissori. Le quale
cose se tu, o Re, farai, Dio dilaterà il tuo regno temporale e ti darà
vittoria in ogni luogo, e finalmente ti darà il regno perpetuo, qui
solus beatus est et potens, Rex regum et Dominus dominantium, qui
solus habet immortalitatem et lucern habitat
inaccessibìlem, quam nullus hominum vidit sed
nec videre potest, cui est honor et imperium
per infinita saecula saeculorum. Amen —.
Di poi esposi la ambasciata del popolo fiorentino, la
quale non è necessario scrivere in questo luogo.
In questo tempo si rivolse lo
stato di Firenze e, ritornati noi alla città, iterum cominciai
a predicare che s'attendesse alle orazioni
e a perseverare in penitenza; per la quale ogni uomo è testimone
che la misericordia di Dio ha liberato il popolo fiorentino da
grandissimi pericoli.
Di poi seguitando le predicazione, dissi che i
Fiorentini dovevano ancora a passare molte
acque e che avrebbero
dell'altre tribulazioni,
e che la Italia, e specialmente Roma, andranno
sottosopra (non dicendo però mai né da chi né quando né in che modo),
e che i prelati della Chiesa e i principi dell'Italia
non hanno altro rimedio che la penitenza, e che questo è solo e unico
rimedio; e non varrà loro avere denari assai e soldati e roccaforti,
perché quando bene avessino ducati senza fine e soldati fortissimi
senza numero e le mura di ferro e le rocche di diamanti, non gioverà
loro nulla, anzi fuggiranno come femminucce, perché
Dio gli acciecherà e
li priverà di forza e di consiglio, come è
scritto in Iob: Adducit consiliarios in stultum finem et indices in
stuporem. Balteum regum dissolvit et praecingit fune renés eorum.
E dissi che uno barbiere non potria radere tutta la Italia e che ne
verranno degli altri: e così sarà senza dubbio; dicendo etiam
molte altre cose, le quale non sono fuori della sentenza delle
precedenti, dato che alcuna volta mutassi le
parole, eccetto questo, che io preannunciai la conversione degli
infedeli, cioè dei Turchi e dei Mori, che ella doveva a essere in
questo tempo, dicendo così: — Sunt multi de hic
stantibus, qui haec videbunt —. E di questo fui illuminato grande
tempo innanzi. Onde nel 1492, predicando in Santo Lorenzo in Firenze
la quadragesima, vidi la notte del venere santo due croci:
prima una nera in mezzo Roma, il capo della quale toccava il cielo
e estendeva le braccia per tutta la terra, sopra la quale erano
scritte queste parole : Crux irae Dei. La quale poi che ebbi
vista, subito vidi conturbare il tempo e volare nugoli per aria,
trarre venti e folguri e saette, e piovere
gragnuola, fuochi e spade, e ammazzare grande moltitudine
di gente, così che pochi rimasero in terra; e
dopo questo venne un tempo molto sereno e chiaro, e vidi un'altra
croce di oro della grandezza della prima sopra Jérusalem, la quale era
tanto risplendente che illuminava tutto il
mondo e facevalo tutto fiorire e rallegrare; e sopra di lei era
scritto: Crux misericordiae Dei. E vedevo tutte le generazioni
degli uomini e delle donne da tutte le parti
del mondo venire ad adorarla e abbracciarla. E
a questo medesimo proposito molte altre visione ho avuto molto più
chiare di questa, così come anche di molte altre cose che io ho
predette, per la maggior parte della rivoluzione della Chiesa e del
flagello, sono stato confermato per molte visioni
e certissime illuminazioni avute in diversi
tempi. E dissi ancora che la città di Firenze si doveva a riformare e
che questo era la volontà di Dio e che
bisognava che così facessino, e che facendolo lei sarebbe più
gloriosa, più potente e più ricca che la fosse mai. E che questo fosse
la volontà di Dio lo
dimostra gli effetti: perché in tanta
contraddizione, parendo a ogni uomo cosa molto estranea, si fece la
riforma della città e quel che per opinione di tutti gli uomini era
giudicato impossibile; la quale contraddizione fece differire la pace
universale e fece smarrire le grazie promesse;
la quale cosa fu poi cagione di tante orazioni,
per le quali finalmente fu detta pace
universale condotta e l'appello dalle sei fave,
da me esortato per sicurtà maggiore dei cittadini e fermezza della
città di Firenze, ordinato e statuito. E così poi, crescendo la
speranza, feci fare molte orazioni per riavere da Dio le grazie promesse
ai Fiorentini, come apparirà nella predicazione fatta il dì della
ottava della Annunziazione, la quale abbiamo descritta qui di sotto in
questa forma come ella fu predicata.
Benedictus Deus et Pater Domini nostri Iesu Christi,
Pater misericordiarum et Deus totius consolationis, qui consolatur nos
in omni tribulatione nostra, ut possimus et ipsi consolari eos qui in
omni pressura sunt, per exhortationem qua exhortamur et ipsi a Deo.
La fede viva con la orazione
continua e pazienza longanime, dilettissimi in Cristo Iesù, è di tanto
merito appresso Dio, che non è cosa così grande che non impetri da
lui; e questo non solum prova l'autorità del Nuovo e Vecchio
Testamento, non solum la esperienza degli antichi padri nostri,
ma etiam noi in questi tempi pericolosi lo abbiamo provato e
toccato con mano molte volte, essendo noi con
queste tre armi stati liberati miracolosamente
più volte da grandissimi pericoli venuti sopra la nostra città
fiorentina e sopra tutto il popolo suo e avendo ottenuta la
riformazione e pace d'essa città e molte altre cose contro la opinione
della sapienza umana e quasi di tutti gli uomini, per la maggior parte
avendo noi avuta tanta contraddizione; e certo meritamente queste tre
virtù accompagnate insieme sono degne di essere esaudite da Dio in
cose grandi ed eccedente
il corso comune delle altre fatte da lui. Primo perché, essendo la
fede una virtù la quale estende e firma lo intelletto nelle cose
altissime che non si possono provare per ragione naturale e tra le
altre virtù essendo lei peculiarmente insita
alla onnipotenza divina, la quale poter fare ogni cosa essa lede non
dubita, e lasciando l'uomo fedele non solum per questa fede il
senso e la immaginazione ma etiam la ragione naturale e
credendo semplicemente a Dio,
merita appresso la bontà sua di
impetrare cose grandi fuori del corso naturale
e che eccedono ogni potenza creata e ogni senso e immaginazione e
sapienza umana; secondo, perché, essendo Dio primo motore e delle cose
spirituali e delle corporali,
ogni nostra cogitazione e buona volontà è prima
mossa da lui che da noi, dicendo l'Apostolo:
Non sumus sufficientes cogitare aliquid a nobis, tamquam ex nobis.
Con cio sia dunque che
ogni causa naturale e ogni motore desideri di perdurre al fine, al
quale ha ordinato e muove, il suo effetto, molto maggiormente Dio, il
quale è causa delle cause e sommamente buono, muovendo
gli animi dei giusti a desiderare sperare e
chiedere cose grandi alla sua Maestà, per la
maggior parte appartenente alla comune salute della Chiesa, iuxta
illud " Spiritus postulat pro nobis gemitibus inenarrabilibus
", condurrà questo loro desiderio speranza e petizione al desiderato
fine. E però non è da maravigliarsi se la fede con la continuata
orazione impetra cose grandi, avendo per la
maggior parte Dio tante volte e con tanta fermezza
promesso nelle sue Scritture di esaudire le
nostre petizioni e esortateci
a orare insino alla importunità. Praeterea essendo la tristezza
nelle tribulazioni causa di molti mali (come è di ira, odio, sdegni e
d'altre ingiustizie), la pazienza, removendo da l'uomo questa
tristezza o almeno mitigandola per amor di Cristo, rimuove
dall'uomo paziente molti peccati e confermalo
nelle virtù; onde è scritto: Patientia opus perfectum habet;
e però l'uomo, tollerando pazientemente le avversità di questo mondo
per amor suo, merita d'esser consolato e di
impetrare da Dio ogni suo desiderio; onde dice lo Apostolo:
Tributatici patientiam operatur, patientia autem probationem, probatio
vero spem, spes autem non confundit, quia caritas Dei diffusa est in
cordibus nostris per Spiritimi Sanctum, qui datus est nobis.
Nessuno dunque si maravigli se noi, in tante avversità essendo stati
pazienti e avendo fatte continue orazioni con viva fede, abbiamo
impetrato da Colui che è buono non per dono accidentale ma per propria
essenza cose grandi, le quale eccedono il corso
comune di questa nostra età. Le quali cose per
ordine narreremo alle carità vostre, pregando quelle che, esclusa ogni
sapienza umana, con la semplicità degli orecchi della fede siano
attenti alle parole nostre.
Vedendo io appropinquiare,
dilettissimi, la mutazione dello stato e governo della vostra città e
considerando che non poteva essere senza scandalo
e grande effusione di sangue, se la misericordia di Dio non si
interponeva mediante la penitenza, digiuni e orazioni dei buoni,
deliberai, ispirato da Dio, di cominciare a predicare ed
esortare il popolo a penitenza, acciocché conseguitassi da Dio
misericordia; e il dì di santo Matteo apostolo, cioè addì
21 di settembre 1494, cominciai e con quante forze mi dette Dio
esortai il popolo a confessarsi e digiunare e orare; le quali
cose avendo fatte volentieri, la bontà di Dio commutò la giustizia in
misericordia; e addì 9 di novembre muto'
lo stato e governo miracolosamente
senza sangue e senza alcuno altro scandalo
nella città. Avendo dunque tu, popolo fiorentino, a pigliare nuovo
governo, ti convocai, escluse le donne, nella
Chiesa Maggiore, presenti i Magnifici Signori e gli altri magistrati
della tua città, e, da poi molte cose dette del buon governo delle
città secondo la dottrina dei filosofi e dei sacri teologi, ti dimostrai
quale era il governo naturale del popolo fiorentino; e di poi,
continuando le predicazione, ti proposi quattro cose le quali
dovevi fare. La prima, temere Dio, la seconda, amare il bene comune
della città e quello di cercare più che il
proprio; terzo, fare pace universale tra te e quelli che ti avevano
governato per il passato, aggiungendo a questo lo appello dalle sei
fave, acciocché nessuno per questo mezzo potesse
mai più farsi capo della tua città; quarto, esortai a fare un
Consiglio grande e generale al modo Veneziano,
acciocché i beneficii della città fossero riconosciuti da tutto il
popolo e non da alcuno particolari tuo privato cittadino, acciocché
per questo mezzo nessuno si potessi far grande. Le quale quattro cose
dissi esser la volontà di Dio, il quale voleva
che da indi innanzi il popolo fiorentino si reggesse
in questo modo; e dissi che nessuno potrebbe resistere
a questa sua voontà, perché lui farebbe le fave bianche diventare
nere, cioè che muterebbe i cuori di coloro che contraddicevano
e avevano deliberato di dare nei partiti le
fave bianche e farebbele loro dare nere. E così fu, come
manifestamente si sa e come molti di quelli che contraddicevano
pubblicamente hanno confessato. E non solamente per autorità della
volontà di Dio persuasi al popolo queste
quattro cose, ma etiam le provai tutte con potente ragione,
demonstrandoti a te non essere utile altro
governo che questo e promettendoti da parte di Dio, se tu lo
facevi, che la tua città sarebbe gloriosa più che mai così nel governo
spirituale come nel temporale, e più potente e più ricca. Ma per la
incredulità e stoltezza e malizia di molti, i quali, essendo già fatto
il Consiglio Grande, non vollero consentire ma
contradissero alla pace universale e all'appello
dalle sei fave, lo onnipotente e magno Dio si
adirò e ritrasse a sé la mano in tal modo, che
io dubitai che le promesse fatte a te, Firenze,
non fossero state revocate. Pure, considerando la grande bontà di Dio,
moltiplicammo le orazioni e digiuni e, da poi
alquanto tempo, come è detto di sopra, non senza grande maraviglia
d'ogni uomo, fu fatta la pace e insieme dato l'appello
alle sei fave. La quale cosa io vedendo, pensai che le promesse fatte
fussino piuttosto smarrite che perse e però,
provocando voi alle orazioni, promisi d'essere
ambasciatore al magno Dio per revocare le grazie promesse; e
finaliter, continuando le orazione e digiuni, il dì della
Annunziazione, il quale a voi è principio dell'anno, parendomi
presunzione andare immediate al trono di quella infinita Maestà,
sub qua curvantur qui portant orbem, mi presentai alla gloriosa
Vergine e Madre di Dio, pregandola che si degnasse per il gaudio di
questo giorno di essere nostra avvocata appresso alla Santissima
Trinità; e lei graziosissimamente accettò. E questa buona novella in
quel giorno ti portai in Santo Marco nostro predicando; e di poi,
perseverando noi nelle orazione in quella ottava, ti dissi che io
avevo inteso che l'ottavo giorno della festa
aremmo buona risposta, esortandovi a dare perfezione alle orazioni
e al ben vivere, acciocché questa promessa
fosse piena di ogni grazia. Dunque la notte della ottava, preparandomi
io per andare a torre la risposta delle promesse, considerai che mi
bisognava aver decente compagnia e congrui vestimenti; e pensando
quale dovesse esser la mia compagnia, mi si presentorono dinanzi agli
occhi molte donne, tra le quali prima si
offriva la Filosofia, dicendo che bisognava avere molta sapienza,
volendo io andare ambasciatore in così alto loco; e similmente la
Retorica si offriva, dicendo che quivi bisognava avere grande
eloquenzia. Ma io risposi a loro e a tutte le sapienze umane che,
cominciando il conoscimento loro dal senso, non si estendeva la loro
cognizione oltre alle cose sensibile, per le quali,
se vengono in qualche cognizione di Dio, è così poca che è quasi
nulla, perché è coperta di tre veli: cioè degli accidenti, per i quali
vengono in cognizione della sostanza corporale;
la quale è il secondo velo, perocché per essa, imperfettamente
conosciuta dallo intelletto nostro, si viene in cognizione della anima
e delle cose spirituale; le quali sono il terzo
velo, perocché per esse, molto più imperfettamente conosciute che le
corporali, l'intelletto
nostro si sforza di venire in cognizione di Dio, il quale eccede tutte
queste cose in infinito. E però la cognizione di Dio per via naturale
è molto debole, ma quella degli beati, i
quali li conoscono a faccia a faccia e per lui
conoscono tutte le altre creature, per contrario alla filosofia è
cognizione perfetta e senza paragone
molto maggiore di questa. Tra queste due cognizioni
quella della fede è media, così che lei è maggiore che non è la
cognizione della filosofia naturale e minore di quella dei beati; e
perché noi parliamo e nominiamo le cose in quel modo che noi le
conosciamo, per questo la filosofia e la retorica, trovate da lume
naturale della ragione, sarebbero troppo basse
e troppo puerile appresso la Maestà di Dio e dei beati. E però io
esclusi la Filosofia e la Retorica e tutte le altre sapienze umane
come insufficienti a questa nostra ambasceria,
e elessi la Semplicità della fede e della sapienza e eloquenzia delle
Sacre Scritture, vestendomi dentro e di fuori, quanto a me fu
possibile, di semplicità e purità di vita e di semplicità e purità di
credere, di intendere, di parlare, di andare, di guardare e di
vestimenti esteriori, diligentemente ruminando il detto di Salomone,
il quale dice : Qui ambulai sempliciter, ambulai confidenter. Et
cum semplicibus sermocinatio eius. Accompagnato dunque dalla
Semplicità, condussi ancora la Fede, la Orazione e la Pazienza, e
mettemmoci in cammino per andare alla porta del Paradiso, avendo
madonna Semplicità in mano uno bellissimo dono e prezioso coperto da
presentare alla Maestà del nostro Signore, il mistero del quale
dichiareremo di sotto.
Essendo dunque noi in cammino, ecco venire il
Tentatore della umana natura in forma d'un eremita vecchio barbuto, e
mi s'accosta; e poi che mi ebbe salutato, disse: — Figliuolo mio, io
sono, in questo eremo appresso al quale tu passi, stato in penitenza
lungo tempo e al presente m'è stato rivelato dallo
Spirito Santo il frutto delle tue predicazione e la tua retta
intenzione verso Dio e la salute delle anime; nientedimeno ancora mi è
stato manifestato che per semplicità tu erri, perché, volendo tu
ridurre il popolo dai
vizi alle virtù, gli hai predetto molte tribulazioni
e promesso molti beni simulatamente: e questo non si deve fare,
perocché Dio è verità e vuole che i suoi predicatori siano tutti pieni
di verità —. Al quale io risposi e dissi: — Padre, io mi maraviglio di
quello che voi al presente mi dite, perché lo
Spirito Santo non rivela se non la verità, e
questo che voi dite è falso, perché io so che mai non ho usata tale
simulazione; né sono così ignorante, che io non sappia che a Dio piace
sommamente la semplicità, essendo lui sommamente semplice
di natura, e dispiacegli ogni duplicità, perché la duplicità o in
detto o in fatto è bugia; unde è scritto: Perdes omnia qui
loquuntur mendacium; et non sunt facienda mala ut veniant bona.
per la maggior parte dicendo comunemente ai
dottori che la bugia detta dal predicatore in
pergamo di industria è peccato mortale. E però
non può stare insieme che mediante queste bugie io abbia fatto frutto
nelle predicazione. Il frutto dunque dimostra che in me non è stata
simulazione; e così protesto e ho protestato dinanzi a tutto il popolo
e giurato contro alla anima mia, se mai usai simulazione nel predicar
mio, che Dio mi privassi del paradiso. Sicché, padre, questa vostra
ispirazione non può essere venuta dal Spirito Santo —.
Allora lui disse: — Se dunque tu non simuli,
preannunciando tu cose inusitate e inaudite, pare ad alcuni che questo
proceda da spirito di melanconia, il quale ti fa pensare e parlare in
questo modo, ovvero che proceda da tuoi sogni o
forte immaginazione —. Io risposi e dissi: — Padre, io non sento nel
cuore mio tale spirito, ma bene somma letizia; e sento in me un lume e
una rappresentazione di fantasmi
i quali so che non sono naturali, perché, avendo io molto tempo
studiato in filosofia, intendo quanto si estende il lume naturale
della ragione e la forza della fantasia e so che la non si estende a
quel che intendo io, e per la maggior parte per le cose future
contingenti: e per l'ordine grande, il quale ho
sempre servato nel nostro dire, e per la cognizione delle Scritture,
le quale ho esposte sempre a proposito dei presenti tempi, non
depravandole né tirandole per forza, anzi senza alcuna dissonanza,
come sanno coloro che mi hanno udito; le quale cose ogni mediocre
ingegno sa che non possano procedere da spirito melanconico né da
sogni o forte immaginazione —.
Lui, replicando, disse: — Dunque questo deve essere
perché tu sei nato sotto qualche constellazione la quale ti inclina a
questo, e la influenzia di qualche pianeta o di qualche stella fissa
ti fa pensare e parlare e indivinare molte cose future —. Risposegli
allora: — Padre, questa è cosa da stolti a credere, che la influenzia
del cielo facci conoscere le cose contingenti
future, dicendo il Filosofo : " De futuris contingentibus non est
determinata veritas ", et quod de talibus
non est scientia neque ars; onde nessuno dotto
filosofo si trova che abbi seguitata questa astrologia divinatoria, né
greco né latino, né antico né moderno, benché alcuni alleghino Alberto
Magno in alcuni libri, i quali sono stati composti da altri e per dare
loro autorità attribuiti a lui. E se diligentemente considererete
questa arte (se arte però si può chiamare), intenderete che non ha
fondamento alcuno e non prova cosa che la dica, e piuttosto mi
parrebbe leggere favole da semplici
vecchierelle che cose di scienza, perché così facilmente si possono
negare da ogni uomo, come loro le affermono senza ragione. E quando
non fosse il tempo tanto breve, vi mosterei che questa superstizione è
cosa da sciocchi e non da uomini ingegnosi; ma
al presente vi può bastare questo, essendo noi cristiani, che ella è
dannata dalle Scritture Sacre in molti luoghi: e, tra gli altri, in
Esaia al XLVII capitolo dice lo Spirito Santo
contro a Babilonia : " Sapientia tua et scientia tua haec decepit
te ", et fra: " Stent et salvent te augures caeli,
qui contemplabantur sidera et supputabant menses, ut ex eis
annuntiarent ventura tibi. Ecce facti sunt quasi stipula, ignis
combussit eos, non liberabunt animarti suam de manu flammae"; e in
Ieremia al X capitolo: Iuxta
vias gentium nolite discere, et a signis caeli
nolite metuere, quae gentes timent: quia leges populorum vanae sunt.
E breviter la Sacra Scrittura dimostra che conoscere le cose
future contingenti è proprietà divina: e però
solo Dio le conosce, e quelli ai quali lui si degna riverarle; onde
dice Esaia al XLI capitolo: Annientiate quae
ventura sunt in futurum et sciemus quia dit estis
vos. E però quelli che seguitano queste superstizione divinatorie
peccano gravemente, usurpandosi la proprietà divina falsamente; e però
tutti i dottori santi reprobano questa arte, e similmente
tutti i canoni. Et ideo questi che seguitano questa astrologia
divinatoria non solum sono uomini stolti e di poco ingegno e di
manco giudizio, ma
etiam sono cattivi cristiani. Praeterea il cielo non opera se non
mediante le cause inferiori, secondo la
disposizione della materia: onde non è in sua potestate generare una
vite del seme dall'ulivo.
E pertanto, dato che il cielo abbia influenzia sopra la parte
sensitiva dell'uomo, non può però disporla ad
altri fantasmi che a quelli i quali patisce tale natura; e io, padre,
conoscendo già ab antico la natura mia, conosco nella parte
sensitiva cose molto più alte che quelle che può fare la natura.
Praeterea il cielo non può operare immediate nello intelletto,
quia corporeum non agit in incorporeum, e però non può la stella
fissa darmi il lume il quale io sento in me oltra il lume naturale.
Praeterea il cielo e la natura non fanno le cose della arte, onde
la natura non fa veste né case né altre simili
cose. Cum sit ergo che le voce significative e l'ordine delle
parole e delle frasi siano cose le quale appartengono all'arte e alla
ragione, avendole io molte volte udite dentro e di fuori così vulgare
come latine, non possono procedere né dal cielo né dalla natura —.
Disse allora il Tentatore: — Potrebbe dunque
essere questo per virtù diabolica, perché il demonio
è potente a fare le cose dell'arte
e qualche cosa sopra la natura corporea; e però tu devi
essere ingannato dal diavolo —. — Padre, — dissi — io ho lette le
Scritture dal principio insino alla fine e le vite dei santi passati e
le loro dottrine, per le quale ho inteso sufficientemente tutte le
condizioni delle apparizione diaboliche
e etiam divine; e non solamente per dottrina, ma etiam
per esperienza conosco quanta differenza è tra
l'una e l'altra apparizione; e ho provato già
lungo tempo queste nostre visioni non potrebbe
essere per alcun modo del demonio, per la maggior parte che le cose
che io intendo e che io preannuncio sono a me tanto certe come ai
filosofi sono certi i primi principi de le
scienze, anzi sono più certo assai di loro. E questo lume per nessuno
modo può procedere dal demonio. Praeterea il demonio non può
conoscere le cose future contingenti e io quel
che ho detto e conosciuto delle cose future già molti anni, l'ho
visto e veggo continuamente venire a punto a punto come lo ho
conosciuto, così che non ne sbaglio uno iota,
né mai mi sono trovato ingannato in cosa alcuna, quantunque minima;
praeterea il demonio è nemico delle virtù, e però non dobbiamo
credere che lui, vedendo uscire tanto frutto di queste predicazioni,
non si fosse ritratto o non mi avessi ingannato espressamente,
acciocché gli uomini non mi credessino e che in questo modo perdessero
la fede che hanno in me e in tutti gli altri predicatori; praeterea
nella città di Firenze, dove io ho predicato tanto tempo, tutti o
quasi tutti gli uomini e donne che vivono bene seguitano questa
dottrina e i cattivi, i quali espressamente si
sa che non vivono da cristiani, la perseguitano
e si sono ingegnati in molti modi e con molte sottilità di pervertire
gli uomini buoni e di infamarci, e anche di toglierci
la vita: e nientedimeno questa dottrina è sempre cresciuta e sempre ha
fatto più frutto, in tanto che continuamente si vede crescere il
numero dei nostri discepoli e diminuire il numero degli avversarii e
affermarsi più ogni ora
le opere nostre e le opere degli avversarii debilitarsi e rumare
affatto. Sicché, padre, questa non è dottrina né opera diabolica, ma
di Cristo, il quale in tante avversità volse aumentare sempre la sua
dottrina e le sua opere —.
Disse il Tentatore: — Figliuol mio, tu potrai dire
come tu vuoi, che io non credo che Cristo abbi mai parlato a uomo del
mondo da poi che lui ascese in cielo —. — O padre, — dissi io — questo
è un grande errore contrario alle Sacre Scritture, perché in molti
luoghi si trova come, da poi la sua ascensione, egli apparse a molti
e, tra gli altri, a l'apostolo Paolo,
come lui dice nella prima epistola ai Corinti. Dunque le leggende dei
santi accadranno false e santo Francesco avrebbe
ingannato il mondo, il quale disse che aveva
avuto la regola da Cristo, e molti altri santi, i quali dissero
aver parlato con Cristo. Praeterea, se Cristo fu crucifisso per
i peccatori, che maraviglia è che lui o i suoi
angeli e santi parlino ai peccatori per la utilità della Chiesa sua?
Praeterea, se Cristo nel sacramento dell'altare
si lascia ogni giorno trattare a innumerabili cattivi sacerdoti, che
indegna cosa è a lui parlare ai peccatori? Ma
gli uomini in questi tempi sono in tante tenebre, che pare loro
impossibile quello che è molto facile negli occhi di Dio, e meravigliandosi
non delle cose maggiori ma delle cose più rare.
Maggior cosa è giustificare un peccatore e
abitare in lui per grazia, che parlargli: nientedimeno nessuno si meraviglia
della giustificazione, ma sì bene della
locuzione; e la giustificazione si crede e la allocuzione non si può
credere —.
Disse il Tentatore : — Bene è vero che per i tempi
passati Cristo ha parlato a molti; ma in questo tempo non è necessario
alla salute, perché abbiamo gran copia di Scritture e di dottori —.
Risposi: — Padre, le Sacre Scritture e i dottori per sé sono
sufficientissimi ad insegnare agli uomini la via della salute per
istruzione esteriore; nientedimeno, se l'uomo non avesse
il lume interiore della grazia, poca utilità
conseguirebbe dalla dottrina cattolica : e però è necessario esser
illuminato da Dio dentro per grazia, e questo lume è comune a tutti
quelli che vogliono vivere da cristiano. Ma oltra di questo, molte
volte è necessario uno speciale lume, e particolarmente a chi ha a
illuminare altri, per la maggior parte per alcune cose particolari e
circostanze infinite, per la diversità dei tempi e condizione di
uomini e variazione di stati, per le quale l'uomo si trova dubbio
moltissime volte di quel che lui ha a fare nel presente e nel futuro
e, se non ha speciale illuminazione, non può per le Scritture né per i
dottori certificarsi del meglio suo, perché tale particolarità
non sono scritte né è possibile a gli uomini
scriverle, perché appena tutto il mondo sarebbe capace dei libri.
Et ideo iubebat Plato descendentem usque ad particularia quìescere.
E perché nella mutazione della Chiesa universale, la quale non si fa
mai senza grande tribolazione e spirituale e corporale, è necessario
preparare gli eletti di Dio e fortificarli nel ben vivere, acciocché
non siano trovati allo improvviso, se noi
consideriamo bene il Vecchio e Nuovo Testamento, l'onnipotente
Dio innanzi a tale mutazione sempre manda ad
avvisarli e confortarli e illuminarli di quel che hanno a fare, per la
bocca dei suoi servi; onde dice Amos profeta nel terzo capitolo :
Si erit malum in civitate, quod Dominus non fecerit?
Quia non faciet Dominus Deus verbum nisi revelaverit secretum suum ad
servos suos prophetas; e però essendo al
presente la Chiesa venuta alla feccia e volendola Dio rinnovare per
molte tribolazioni, è stato necessario in
questi tempi illuminare per i suoi servi di questo gli eletti sua,
acciocché possino prepararsi e che non siano
trovati allo improviso —.
Disse il Tentatore: — Come puoi tu sapere questo tempo
della rinnovazione della Chiesa, cum scriptum sit
(5)
" Non est vestrum nasse tempora vel momenta,
quae Paler posuit in sua potestate "? —.
Risposi: — Padre, notate bene le parole : che egli
dice non essere nostro officio conoscere i
tempi ed i momenti, non tutti, ma quelli
soli che ha posti il Padre in la sua potestate, come è il dì del
giudizio, nel qual Cristo restituirà il regno d'Israël; del quale
regno parlavano i discepoli, benché non
intendessero quale avesse a essere questa
restituzione. Certo è che a Noè fu determinato il tempo del diluvio, a
Ieremia settanta anni della cattività del
popolo di Israel e a Daniel settantadue ebdomade dello avvenimento di
Cristo, e a molti altri profeti sono stati determinati i tempi
avendoli determinatamente
pronunziati —.
Rispose allora il Tentatore: — Perché piuttosto Dio ha
eletto te che un altro, essendo nella Chiesa molti migliori di te? —.
Risposi: — Padre, io vorrei sapere da voi: perché Dio elesse santo
Pietro, che tre volte negò Cristo, e santo Paulo, che lo perseguitò, a
essere principi degli apostoli, piuttosto che molti altri in quel
tempo migliori di loro? E perché elesse a scrivere il suo Evangelo
santo Luca e santo Marco piuttosto che alcuni altri o più santi di
loro o equalmente santi? E perché elesse Balaam idolatra e cattivo
uomo a profetare alcune cose di Cristo e della Chiesa e a fargli
parlare agli angeli suoi apertamente piuttosto che molti altri o
migliori di lui o manco cattivi? Non si può assignare di questo
ragione nessuna, ma solo la volontà divina,
come dice lo Apostolo, parlando delle grazie dello
Spirito Santo, ai Corinti: Haec omniu
operatur unus atque idem Spiritus, dividens singulis prout vult; e
scrivendo ai Romani della predestinazione, dice: Cuius vult
miseretur, et quem vult indurat.
Dicis itaque mihi: quid adhuc quaeritur? voluntati enim eius quis
resistiti O homo, tu quis es, qui respondeas Deo? Numquid dicit
figmentum ei, qui se finxit: Quid me fecisti sic? An non habet
potestatem figulus Iuti ex eadem massa facere
aliud quidem vas in honorem, aliud vero in contumeliam?
—.
Disse il Tentatore: — Dunque tu sei più santo degli
altri? — Risposi: — Questa grazia della profezia non fa l'uomo santo,
anzi molte volte è data ai peccatori, come si legge di Balaam nel
libro dei Numeri, il quale profetò e nientedimeno fu cattivo uomo. E
il nostro Signore dice: Multi dicent mihi in ilio, die: Nonne in
nomine tuo prophetavimus et in nomine tuo daemonia eiecimus et
virtutes multas fecimus? Tunc respondebo e is dicens: Amen dico vobis,
nescio vos. Queste grazie gratis date sono date piuttosto ad
utilità d'altri che ad utilità propria: maggiore cosa è avere uno
minimo grado di carità che aver tutte le grazie gratis date che si
possono avere, come dice lo Apostolo: Si linguis hominum loquar et
angelorum, caritatem autem non habeam, factus sum velut aes sonans aut
cymbalum tinniens —.
Disse il Tentatore: — Io ho inteso che tu seguiti
visione di certe donnicciuole, le quale ti dicono queste cose e tu le
predichi —. Risposi questo non esser vero né verosimile,
perocché io rarissime volte parlo a donne, come si sa per la città
pubblicamente : e in quelle rare volte ancora le spaccio in brevità, e
grande fatica è a conducermi a loro, come sanno i miei compagni; e mai
non ne confesso veruna. Praeterea, essendo le donne di sua
natura volubile e non potendo tenere alcuna cosa secreta, credibile è
che in tanti anni non potrebbe essere stata questa cosa occulta.
Praeterea io so che la loro testimonianza
rare volte è posta nelle Scritture, benché si
siano trovate molte profetesse; e
per questo io intendo che Dio lo abbi fatto, perché
noi non ci fidiamo molto nella
testimonianza loro, benché non lo dobbiamo
ancora sprezzare, siculi scriptum est: " Prophetias nolite spernere
"; e la ragione è perché le donne essendo ignoranti
e naturalmente deboli di
giudizio e volubili e fragili
assai e molto inclinate alla vanagloria, facilmente si lasciono
ingannare dalle sottilità del demonio. La qual
cosa sapendo io, non crediate che io mi confidassi nelle loro
profezie, per la maggior parte a predicarle in conspetto di tanto
popolo, perché, quando poi non riuscissero, sarebbe
grande scandalo della fede e disonore di Dio e a me ignominia e non
poco danno.
Disse il Tentatore: — Alcuni dicono che tu hai
amicizia con principi e per lo avere tu i loro segreti tu vai
predicendo quello che loro hanno già disposto di fare —. Risposi: — Io
so quanta è la volubilità dello animo umano e per la maggior parte dei
cuori dei principi, i quali spesso si mutano secondo la variazione dei
tempi; e però stolta cosa sarebbe a me e ad ogni altro, quando ancora
sapessi i loro segreti, firmare le mie parole sopra la loro
disposizione, per la maggior parte sapendo che sono
mortali e possono morire ogni ora e da l'altra parte possono essere
impediti da altri principi o da infirmità o da altre variazione umane,
le quale occorrono ogni dì e in ogni tempo. Onde a volere preannunciare
queste cose in verità non può bastare alcuno intelletto umano né
angelico, perché bisognerebbe sapere tutte le circostanze che possono
occorrere e tutti gli impedimenti che possono avvenire ed
essere certo se verranno o se non verranno : le
quale cose non può sapere altro che Dio, qui vocat ea quae non sunt
tam-quam ea quae sunt, al quale ogni cosa è presente innanzi che
la sia. E però grande stoltezza sarebbe la mia a predire le cose
future con così debole fondamento —.
Disse il Tentatore: — Altri dicono che molti cittadini
ti rivelano i segreti del reggimento di Firenze, per i quali tu
intendi molti altri segreti e ordini d'altri Signori, e poi da questo
tu vai congetturando molte altre cose future
per sottilità di ingegno e discorso di ragione —. Risposi questa
obiezione non merita risposta, perché non la possono fare se non
uomini grossi e di poco giudizio, i quali non hanno tanta capacità,
che conoschino le cose che io ho predette non si puo
certamente affermare per questa via; e se pure vogliamo rispondere
loro, basta quello che abbiamo risposto alla obiezione fatta di sopra
immediata.
Disse il Tentatore: — Altri dicono che per grande
astuzia e per saper tu come vanno i governi tu hai ritrovate queste
cose e le hai preannunciate con tale cautela di parlare che, ancora
quando non riuscissero, tu ti puoi salvare —.
Risposi: — Questi che dicono a questo modo, quando io cominciai a
predire la guerra, già sono appresso a cinque anni, e le altre cose
particolari le quale sono già venute, dicevano allora che io ero
semplice uomo e che la semplicità mi ingannava; ora che vedono una
grande parte delle cose preannunciate esser presente e segni manifesti
della certezza delle altre che hanno a venire, hanno voltato mantello
per coprire la loro vergogna e dicono che io sono
astuto e che io acconcio le parole con tale cautela, che io non posso
rimanere preso. Questi pur sanno che io dissi che verra uno che
passera monti e piani e piglierebbe le fortezze e rocche e le città
con le meluzze e che i Fiorentini piglierebbero
il partito e si consiglierebbeno al contrario e che diventerebbero
come ebbri senza provvedimento e senza
consiglio, e simile altre cose poste dinanzi; e altre molte
particolari spero avere ora di prossimo e pubblicamente predicarle, le
quali non si potranno glossare; e secondo il
giudizio di ogni uomo se le precedenti non
venivano non mi potevo salvare, come loro
dicano, e se le seguente ancora non verranno non potrò fuggire
confusione —.
Disse il Tentatore : — Io ho inteso che tu hai le
rivelazioni di santa Brigida e dello abbate
Ioachino e di molti altri, con le quale tu vai
preannunciando queste cose future —. Risposi: — Io vi prometto, padre,
che di queste tali lezioni
io non mi diletto né ho letto mai le rivelazioni
di santa Brigida e poco dello abbate Ioachino,
e quasi nulla, per la maggior parte di profezie e cose future. Delle
altre profezie mai non mi dilettai né mai ne ho scritte o tenute, come
sanno quelli che sono miei familiari, i quali sono testimoni che tanto
mi diletta la Scrittura Sacra del Nuovo e Vecchio Testamento, che già
sono molti anni che quasi mai non leggo altro libro e tutte le altre
lezioni mi sono quasi venute a noia, non perché
io sprezzi le altre lezione né perché non mi piaccino i santi dottori,
ma perché a paragone di questa ogni cosa dolce mi pare
amara; e se voi pur questo non mi credete, crediate
almeno che io non sono di sì poco giudizio, che io con tanta fermezza
accertassi le cose che io ho detto e molte volte confermando
le replicassi, se io non avessi altro fondamento che questo: perché,
non essendo le loro profezie della Scrittura canonica, non mi posso
per esse totalmente firmare l'animo a crederle e preannunciarle.
Praeterea io sono venuto a tale particolarità predicando, come
appare di sopra e apparirà di sotto, che io non credo quelle essere
scritte nelle loro profezie. Praeterea, quando ancora mi
fondassi in quelle e fussero
vere, questo dovrebbe bastare agli uomini a credere quel che io dico e
fare penitenza dei loro peccati. Perché questa obiezione la quale voi
fate non vuol dire altro se non : tu non sei
profeta, ma tu predichi le profezie d'altri; e però rispondo che se è
vero quello che io dico, a me basta, pure che gli uomini faccino bene:
e non mi curo d'essere tenuto profeta, perché questo nome è molto
grave e pericoloso e inquieta l'uomo e suscita
contro a lui molte persecuzioni, benché si
portino volentieri per l'amore di Cristo. Né
per questo voglio dire che io abbi mai seguitato profezie d'altri
eccetto quella della Scrittura canonica; anzi, come ho detto, o non le
ho lette mai o, se pure ne ho lette qualche una instigate da qualche
amico, non le ho mai servate ma, poi che le ho lette una volta, le ho
lasciate a chi me le ha portate, non le sprezzando né approvandole,
commettendo sempre tutto a Dio:
(15) quia omnia sunt nuda
et aperta oculis eius
—.
Disse il Tentatore: — Figliuolo mio, queste cose si
vorrebbono tenere segrete, perché questo è documento di tutti i santi
padri —. Risposi: — Se questo fosse vero, seguiterebbe che Moisè,
Esaia e Ieremia e gli altri profeti del Vecchio
e Nuovo Testamento avessero fatto male a predicare ai popoli le loro
revelazioni e a scriverle nei libri, e
similmente molti santi padri dello eremo: così santo Benedetto, santo
Vincenzio dello Ordine dei Predicatori, santa Caterina da Siena, santa
Brigida e altri innumerabili, come si trova in diversi luoghi scritto,
avrebbero errato a manifestare le rivelazione che avevano da Dio. Vero
è dunque che si debbano tenere segrete
se da Dio non è comandato il contrario : e però sa bene tutto il
popolo che di queste cose io non ne parlo se non in pubblico, e tanto
ne dico quanto mi è concesso ovvero comandato; e in privato o non ne
dico mai o rare volte, se non forse a qualche mio familiare, ponendo
sotto la fede sua in grande segreto. E crediate che io ho molte cose
particolari nel segreto del petto mio, le quale non ho mai manifestate
né sono per manifestarle, se altrimenti non sono spirato da Dio —.
Disse il Tentatore : — Chi preannuncia le cose future
le deve provare con miracoli, se vuole che le gli siano credute :
altrimenti gli eretici potrebbero fare questo medesimo; onde alcuni
allegano contro te il capitolo Cum ex
intimato extra de haereticis, il quale par che voglia che chi
predica tal cose le debba provare per qualche segno o miracolo. E però
dicono che, non facendo
tu questo, che tu seguiti il modo degli eretici, e ti chiamono eretico
—. Risposi che questi tali sono o ignoranti o maligni, perché o non
intendono e non hanno bene studiato né le
Scritture né i canoni o con malignità le vanno pervertendo : perocché
non si trova scritto in alcuno luogo questo che essi
dicono, anzi di pochi profeti si legge che con le profezie abbiano
fatti miracoli, unde Ieremia, come si legge nel
suo libro al XXVIII capitolo, quando Anania si
gli contrappose non provò la sua profezia per
miracolo, ma disse: Audi verbum hoc, quod ego
loquor in auribus tuis et in auribus universi popoli: Prophetae qui
fuerunt ante me et ante te ab initio, et prophetaverunt super terras
multas et super regna magna de proelio et de afflictions et de fame;
propheta qui vaticinatus est pacem, cum
venerit verbum eius, tunc
scientur propheta, quem misit Dominus in
veritate. Iona profeta non fece miracolo
alcuno a quelli di Ninive predicando la loro distruzione.
E breviter dei profeti i quali profetarono
ai tempi dei Re del popolo di Israel, di molto pochi si legge che
abbiano provate con miracoli le loro profezie. Ma che dico degli altri
profeti, quando il Profeta dei profeti, santo Giovanni Battista, non
fece alcun miracolo? Onde è scritto Iohannis X:
" Multi venerimi ad Jesurn et dicebant quia Iohannes
quidem signum fecit nullum. Omnia autem, quaecumque
dixit Iohannes, vera erant; et multi
crediderunt in eum ". E il testo delle Decretale di sopra allegato
non è a proposito, perché parla contro a quelli i quali volessero
predicare non mandati dai prelati della Chiesa,
dicendo essere mandati da Dio invisibilmente : e però dice quel testo
che bisognerebbe che pro-vassero questa loro
missione o per miracolo, come fece Moisès, o per la Scrittura, come
fece santo Giovanni Battista dicendo: Ego vox clamantis in deserto,
sicut dicit Esaias propheta. Perché se il
testo parlasse come dicono costoro, sarebbe contrario alle Scritture,
come abbiamo dimostrato
: e però bene abbiamo detto che sono o ignoranti o maligni e
perversori delle Scritture e dei canoni. E io non ho a provare per
miracoli né per Scritture la mia missione, perché si sa pubblicamente
che io sono mandato dai miei superiori e non dico che io sia mandato
da Dio solo e non da loro; né mi possono giustamente
chiamare eretico, perché eretico è colui il
quale ha eletto di seguire ostinatamente una setta contraria alla
Sacra Scrittura o alla dottrina della Santa Romana Chiesa, e io per me
non so che mai abbia detto né scritto cosa contraria alla dottrina di
Cristo e della Chiesa; e tutto quello che io ho detto per i tempi
passati e scritto, e dirò e scriverò nei tempi futuri, lo sottometto
alla correzione della Santa Chiesa Romana e sono parato etiam
di stare a correzione di ciascuno in ogni cosa che io errassi.
Disse il Tentatore: — In effetto io non voglio credere
così presto, perché egli è scritto: Qui cito credit levis est corde
—. Risposi essere ancora scritto: Caritas omnia credit.
Conciossia dunque che lo Spirito Santo non sia
a sé medesimo contrario, il quale ha prolate queste due frasi, è da
notare che alcune cose sono le quali
con difficultà si debbano credere, come sono le detrazione e
susurrazioni e infamie e mal dire del prossimo;
alcune altre si dovrebbero facilmente credere, come sono quelle le
quali, credute, inducono l'uomo al ben vivere.
Onde le cose della nostra fede, ancora quando non fussero vere,
quod est impossibile, io mi sforzerei di crederle perché,
credendole, mi inducono ad uno vivere del quale nessuno si può trovare
migliore né pensare. Alcune altre sono indifferenti,
le quale si possono credere e non credere senza peccato, come sono le
istorie dei Gentili e simile altre cose. Conciossia dunque che le cose
le quale noi abbiamo predette non siano contro la fede né contro
i buoni costumi né contro la ragione naturale e siano verosimile,
come per molte ragioni abbiamo in diversi tempi
provato, et ulterius induchino gli uomini al ben vivere, come è
apparso per esperienza, seguita che non è leggerezza a crederle
facilmente. E però gli antichi padri, come furono santo Ieronimo,
Ambrosio, Augustino e santo Gregorio e molti altri, i quali furono
santissimi e dottissimi in ogni scienza e prudentissimi nelle cose
umane, facilmente credevano simile cose etiam a gli uomini
idioti, purché fossero uomini o donne di buona
vita e fama, e non solamente credettono a loro, ma etiam le
scrissono per utilità degli altri e quelle feciero
eterne, come appare nelle Vite dei santi padri, le quale scrisse santo
Ieronimo e nel Dialogo di santo Gregorio e in
alquanti libretti di santo Augustino e in molti altri libri scritti da
molti santi. Certo noi non siamo né più santi né
più savi dei nostri antichi padri passati, i quali
hanno scritto di queste cose innumerabili per
nostra utilita così nel Vecchio come nel Nuovo Testamento e in altri
libri approvati e accettati dalla Santa Chiesa.
Disse il Tentatore: — Se noi abbiamo a credere tutte
le visione che ci sono dette, certo noi ci troveremo spesse volte
ingannati, e però è scritto: Probate spiritus, utrum ex Deo sunt
—. Risposi in questa materia essere nascosto un
segreto del quale ogni uomo non è capace. Pure, a similitudine delle
cose naturali, mi sforzerò di farne capace ogni
uomo : nelle quali noi vediamo che tutte quelle
che hanno una medesima forma hanno ancora una medesima inclinazione e
operazione conséguente a quella forma, onde
tutte le cose gravi sono inclinate ad
andare al basso, cioè al centro del mondo, e le leggere
a salire in alto: così etiam si deve esistimare
nelle cose sopranaturali, che tutte quelle che
hanno una medesima forma hanno etiam una medesima inclinazione
e operazione naturalmente conseguente quella
forma. Essendo dunque il lume della fede forma sopranaturale d'una
medesima specie in tutti quelli che hanno la
fede, avvenga che la sia più intensa in uno che in un altro, e essendo
naturalmente questo lume inclinato alla verità come al suo proprio
obietto, chi ha questo lume non può fermarsi in alcuna falsità
contraria alla fede, senza corruzione ovvero perdita del predetto
lume. Ma ogni volta che colui il quale è veramente fedele sente dire o
predicare cose delle quale lui non è capace, se opera secondo questo
lume non si ferma mai alla parte falsa, ma
sempre commette tutto a Dio e alla dottrina della Chiesa; e però è da
notare che, oltre al comune lume della fede, quelli che vivono bene e
vanno retti a Dio hanno uno speciale lume, per la coniunzione della
carità alla fede e per la rettitudine e semplicità di mente, sicut
scriptum est: " Exortum est in tenebria lumen rectis corde
", per il quale sono inclinati senza errore a conoscere le rivelazioni
e operazione divine; e così come Dio dirizza la natura che la non
erra, come dicono i filosofi, quod opus naturae est opus
intelligentiae non errantis, così ancora dirizza gli suoi giusti
fedeli e semplici a conoscere le sue operazioni
e rivelazioni senza errore; e però chi non
vuole essere ingannato in queste cose viva bene con semplicità di
cuore e sarà diritto da Dio in simile cose senza errore. E in questo
modo i padri antichi nostri di sopra prenominati non erravano né in
credere né in scrivere quel che hanno creduto e scritto, ma solo
s'ingannano alcuni superbi, i quali allora pare loro che da gli uomini
siano reputati savi, quando contraddicono e si
fanno beffe di queste cose; i quali non solo non fanno mai orazione se
non forse con la lingua, ma non sanno pure della orazione quid
nominis, cioè quello che si voglia dire il nome della orazione.
Disse il Tentatore: — Io vedo pure che molti uomini
sapientissimi, di grande ingegno e naturale e di grande prudenza in
tutte le cose umane, si fanno beffe di queste visioni;
la autorità dei quali molto mi muove —. Risposi: — Non vi ho io detto
che qui non bisogna altro che ben vivere e andare retto nel
conspetto di Dio? Perché la sapienza umana a queste
cose non è sufficiente, anzi per la sua superbia Dio la lascia in
tenebre, come indegna di così prezioso lume, sicut scriptum est:
" (3)
Abscondisti haec a sapientibus et prudentibus, et
revelasti ea parvulis ". Unde
dice lo Apostolo: Ubi sapiens? ubi scriba? ubi inquisitor huius
xaeculi? Nonne stultam fecit Deus sapientiam hiuius
mundi? Nam quia, in Dei sapientia, non cognovit mundus per sapientiam
Deum, placuit Deo per stultitiam praedicationis
salvos facere credentes. E Esaia: Ubi
est litteratus? ubi doctor legis verba ponderami ubi est doctor
parvulorum? Populum imprudentem non videbis, populum alti sermonis,
così ut non possis intelligere disertitudinem linguae eius, in quo
nulla est sapientia. Rispondino questi savi se quello che io ho
prenunciato è possibile o impossibile alla
potenza e sapienza divina: e certo è che, se i sono savi, non possono
dire se non che non solo non è impossibile né difficile a Dio, ma
molto facile. Vorrei dunque sapere da loro la ragione e il fondamento
che gli muove a farsi beffe di tale cose, perché non è cosa da uomo
savio e prudente parlare senza ragione e fondamento; e se noi
consideriamo bene, non possono avere alcuna ragione contro alle cose
nostre: non dimostrativa, perché la materia non
lo patisce, preannunciando noi le cose future contingenti,
perocché la dimostrazione è delle cose necessarie; né dialettica o
probabile, perché tale ragione genera opinione e benché totalmente non
fermi lo intelletto, nientedimeno lo inclina pur più ad una parte che
ad un'altra. Ma le cose le quale io preannuncio, quanto si può vedere
per le cause naturali, sono uguali e
indifferenti a venire e non venire; e
similmente, quanto alla volontà di Dio, lui le
può fare e non fare come gli piace, e nessuno può sapere senza
rivelazione a quale parte lui sia inclinato e determinato : e però per
ragione naturale queste cose non si possono né probare né reprobare,
perché non si trova causa nessuna dove si possa fondarle.
Praeterea non si possono ancora reprobare per segni, perché tra
gli altri due sono potissimi a reprobarle. Uno
è a vedere disposizione contraria nel mondo: e questo non prova nulla,
anzi il contrario, perché Dio, che vuole
manifestare la sua gloria, fa cose grande a tempo che nessuno uomo le
aspetta e falle preannunciare innanzi molto tempo, quando non pare che
ne sia alcuna disposizione, come appare nei profeti della Legge
vecchia e anche nuova; onde io, al tempo che era pace universale per
tutto, preannunciai che presto verrebbe grandissima guerra, e ora che
si vede commosso il mondo preannuncio che da poi questo verrà somma
tranquillità e pace per tutto l'universo; e ai Fiorentini
preannunciavo male a tempo che parevano in somma felicità, e ora,
quando sono in grande tribolazione, preannuncio che avranno presto
grande felicità. Sicché questo segno non è buono a reprobarle. Un
altro segno forse parrebbe efficace, cioè la mala vita di colui che le
predice: e questo ancora non vale perché, come abbiamo detto, molti
cattivi uomini hanno preannunciato le cose future per virtù del lume
della profezia, il quale è grazia gratis data e può stare insieme col
peccato mortale. Finalmente io non vedo dove si fondi la derisione di
questi sapienti, salvo che nella loro superbia, la quale li
confonderà: che certo dovrebbero considerare
che, non essendo impossibile queste cose e
essendo consonante, come abbiamo dichiarato di sopra, che loro si
mettono a pericolo di rimanere confusi, poi che le cose predette
saranno venute, e di perdere la gloria per la quale fanno ogni cosa e
si affaticano tanto. Vero è che non è da maravigliarsi che loro non
credino, essendo detto da Cristo: In indicium ego in hunc mundum
veni: ut qui non vident videant, et qui vident caeci fiant —.
Disse il Tentatore: — Molto pochi sono quelli che ti
credono, a paragone di quelli che se ne fanno beffe : però dura cosa
pare a seguitare il giudizio di così poca gente —. Risposi questa
ragione esser molto frivola, perché vediamo nel mondo pochi uomini
essere di buono giudizio e i savi essere molto pochi a paragone dei
pazzi, sicut scriptum est: " Stultorum infinitus est numerus
"; unde etiam pochi sono quelli che vivono bene a paragone di
quelli che vivono male, quia multi sunt vocati,
pauci vero electi, e nel Nuovo e Vecchio Testamento si legge che
pochi seguivano i profeti e Cristo e gli
apostoli, a paragone di quelli che li perseguitavano. Praeterea,
è grande differenza tra quelli che odono queste cose dalla bocca di
colui che le preannuncia, e quelli che poi dai suoi auditori o da
altri le odono riferire. Onde se voi parlate di quelli che odono la
nostra predicazione, vi dico che molto più senza paragone sono
quelli che credono che quelli che non credono, anzi
quasi nessuno dei nostri auditori è che non creda; ma se voi parlate
di quelli che non hanno udite queste cose da me, concedo che più sono
quelli che non credono che quelli che credono, perché altra cosa è
udire colui che queste cose sente dentro che colui che non le sente, e
altra cosa è udire la viva voce e le ragioni
con l'ordine e la efficacia delle parole insieme con
la consonanza delle Scritture, che a udirle dire
asciutte e nude, disordinate e quasi morte e senza spirito; e però ben
disse santo Ieronimo: " Plabet nescio quid latentis energiae vivae
vocis actus et in aures discipuli, de auctoris ore transfusa, fortius
sonai ". Unde scriptum est: " Dabo vobis os et
sapientiam, cui non poterunt resistere et contradicere omnes
adversarii veltri ". E di santo Stefano si legge che, essendo
congregati contro di lui tanti sapienti, non poterant
resistere sapientiae et spiritili qui loquebatur. Non è dunque meraviglia
se molti, che non odono dallo autore queste cose, non le credono, per
la maggior parte avendo sempre la dottrina di Cristo avuta
contraddizione dal principio del mondo insino a questa ora presente; e
però molti in diversi luoghi vanno corrompendo le mente dei semplici,
i quali, non avendo udito da l'autore,
facilmente si lasciano inclinare dalle loro male persuasioni
a non credere.
Disse il Tentatore: — Alcuni dicono che tu hai dette
di molte cose che non sono state vere, e però non credono anche le
altre —. Risposi che tutto quello che pubblicamente io avevo
preannunciato o è venuto o verrà e non ne cadrà
un minimo iota in terra. Ma è da notare che nel parlare
mio privato, perché io sono uomo e
allora parlo come uomo, potrei forse aver detto qualche cosa
non vera, benché di questo io non abbia
coscienza nessuna né mi ricordi d'averlo mai fatto, perché mi sforzo
pure sempre di dire la verità in ogni cosa; ma quando pur mai fosse
accaduto, potrebbe essere stato o per lapso di lingua o per parlare
di qualche cosa futura non per spirito ma per congetture
umane, come accade ogni giorno. E però io ho detto molte volte in
pergamo che nel mio parlare privato non mi credino
se non come si ha a credere agli altri uomini, eccetto che pure
alcune cose particolari ho detto pure nel
medesimo lume sopranaturale ad alcuni miei familiari circa le cose
future, delle quale alcune già sono adempiute e le altre si
adempieranno senza dubbio. Praeterea è da sapere che lo spirito
della profezia non è sempre presente al profeta,
ma va e viene secondo che piace a Dio, né dimostra ogni cosa, ma
più e meno, come vuole lo Spirito
Santo. Onde Natan profeta per spirito proprio disse a David che lui
edificasse il Tempio, perché il Signore era con lui; ma di poi lo
Spirito Santo gli fece revocare il detto suo. E però errano alcuni
sciocchi, i quali dicono che mi hanno parlato e che io non ho
conosciuto il segreto del cuor loro, quasi
come si voglino dire che ciascuno che è profeta è Dio,
volendo che colui che è profeta conosca ogni cosa. Er-ratis,
nescientes Scripturas neque
virtutem Dei. Il gran profeta Eliseo,
quando a lui venne quella Sunamita alla
quale era morto il figliuolo, disse: Anima eius in amaritudine est
et Dominus celavit a me et non indicavit mihi. E molti sono venuti
a tentarmi perché, predicando, ho detto che non mi potevano ingannare
con le loro astuzie, non considerando che io intendeva queste parole,
che non potrebbero farmi dire cose inconvenienti
in predicazione con loro astute malizie, perché quello che io dico in
pergamo sempre innanzi lo peso bene con la bilancia della orazione e
delle Scritture e della ragione naturale o della espe-rienzia o di
fidati testimoni. Ma non intendevo che non mi potessero
ascondere i segreti del cuore loro, i quali solo Dio conosce; avvenga
però che circa le cose del momento e di
importanza molti si credino avermi ingannato, le frode
dei quali ho conosciute alcuna volta innanzi che i mi abbiano parlato
e alcuna volta da poi, come potrebbeno esser testimoni alcuni miei
familiari, ai quali secretamente le ho dette, anzi gli medesimi
fraudolenti, i quali hanno visto gli loro disegni essere stati rotti e
le loro fraude conosciute. Questa obiezione ancora parte credo che sia
venuta da alcuni religiosi (benché pochi), i quali per carità
ammonendogli, dissi loro alcuni suoi difetti segreti, dei quali alcuni
incorrigibili sempre li hanno negati e nientedimeno si sono poi
scoperti e per molti segni evidenti si sono pubblicamente manifestati,
benché loro ancora pertinacemente persistevano
nella protervia loro; alcuni altri a qualche loro familiare hanno
confessato quel che io ho detto loro essere stato vero, benché ad
alcuni altri per vergogna l'hanno negato.
Questo errore ancora è proceduto perché molti calunniatori fingono
molte cose false, diminuendo o aggiungendo alle nostre parole secondo
che pare loro: e così vanno seminando me essere stato lo autore dei
loro errori; e può ancora essere processo per non aver bene intese le
parole nostre nella predicazione, onde m'è stato necessario molte
volte ripetere le medesime cose. E però ho
deliberato di scrivere tutto quello che io ho detto in pubblico delle
cose future, acciocché si sappia quel che io ho detto e che non mi sia
apposto quel che io non ho detto, a questo fine che la dottrina di
Cristo non patisca tante calunnie.
Disse il Tentatore: — Io credo che per te molto faria
oramai star cheto, perocché tu sei fatto la favola
di tutto il popolo fiorentino, anzi di tutta la Italia —. Risposi: —
Io non cerco di piacere agli uomini, ma a Dio, perché, come dice lo
Apostolo, si adhuc hominibus placerem, Christi servus non essem.
E non sono di sì poco giudizio, che io non sappi che ogni uomo che
parla di queste cose è reputato pazzo dai savi
di questo mondo, ai quali io dirò insieme con lo Apostolo: Nos stulti
propter Christum, vos autem sapientes. Ma quando verrà quel tempo nel
quale insti stabunt in magna constantia adversus eos qui se
angustiaverunt, spero d'udire le voce di questi saggi che diranno:
Hi sunt quos habuimus aliquando in derisum et in similitudinem
improperii. Nos insensati vitam
illorum aestimabamus insaniam et finem illorum sine honore. Ecce
quomodo computati sunt inter filios Dei, et inter sanctos sors illorum
est —.
Disse il Tentatore: — Se solamente tu fossi
deriso, sarebbe poca cosa; ma tu sei ancora avuto in odio e però tu
stai in pericolo della vita tua. Sarebbe dunque buono che tu cessassi
oramai —. Risposi: — Come ho detto, io non sono
così pazzo, che io non sappia che riprendere
ogni uomo e non perdonare ad alcuno stato è
concitare contro a sé odi gravissimi; ma io mi conforto tanto
più quanto che io vedo la dottrina e le imprese e opere
nostre essere simili a quelle di Cristo e degli
apostoli suoi e dei santi profeti, i quali
furono derisi per la verità e odiati e perseguitati crudelmente; e
però questo è segno di elezione, dicendo Cristo: Beati
eritis cum vos oderint hommes et persecuti vos fuerint et dixerint
omne malum adversurn vos, mentientes,
propter me. Gaudete et esultate, quoniam merces vestra copiosa est in
caelis. Sic enim persecuti sunt prophetas qui fuerunt ante vos —.
Disse il Tentatore: — A me pare che quel che tu fai
non è per ignoranza né per stolta semplicità, perché tu hai risposto
per tal modo a le obiezioni, che tu mostri in
queste cose non andarne preso alle grida; e benché molte altre
obiezioni si potessino fare, nientedimeno,
avendo tu risposto a tante e alle più difficili,
conosco che facilmente tu solveresti le altre. Se dunque tu non
predichi in questo modo per ignoranza, parendo a molti queste tue
profezie essere errori, seguita che tu li fai
per malizia, come dicono alcuni, cioè per acquistare gloria, dignità e
ricchezze: che, fìgliuol mio, sarebbe un gran
male —. Risposi e dissi: — Benché a me non sia decente giustificarmi,
nientedimeno, acciocché questa dottrina di Cristo non
sia calunniata, risponderò con quella modestia che a me sarà
possibile. Io ho detto di sopra che questo lume della profezia non fa
l'uomo giusto, e io mi confesso peccatore e aver bisogno della
misericordia di Dio. Ma è da notare quello che dice Dio a Samuel
profeta: Homo videi quae parent fortes,
Deus antera intuetur cuor. E però della mia vita, o bona o
cattiva, nessuno mi ha a indicare se non Dio: omnes enim nos
oportet praesentari ante tribunal Domini nostri Iesu Christi, ut referat
unusquisque quae gessit in corpore. Dunque a me pare che quelli i
quali dicono in cotesto modo parlino senza fondamento, perché
loro non possono intendere il segreto del mio cuore né
la intenzione finale del mio predicare se non forse per qualche segno
esteriore, dei quali, etiam quanto può
vedere uno uomo, non ne possono avere fondamento
alcuno, perché, se il mio fine non è buono, come dicono loro, cum omne
agens agat propter finem, bisogna che io
abbi posto il fine del mio predicare in qualche cosa temporale e
lasciato Dio. Le cose temporali di questo mondo
sono in tre differenze: quia aut sunt extra hominem, come sono
ricchezze, onori, gloria, potestate e dignità; aut sunt intra
hominem e appartengono alla parte sensitiva, come è fortezza
corporale, sanità, bellezza e voluttà; aut sunt intra hominem e
appartengono alla parte intellettiva, come è la scienza, la eloquenzia
e le altre grazie gratis date. Bisognerebbe dunque, a volere di me
indicare quello che questi tali uomini indicano, non potendo loro
conoscere il cuor mio, che avessero
qualche segno esteriore manifesto che io appetissi o
qualche una di queste cose o tutte, nel quale segno potesseno fondare
il loro giudizio. La qual cosa a me non pare: perché loro
non possono dire che io cerchi ricchezze, perché si sa pubblicamente
che io con i fratelli miei tutti ci siamo ridutti ad uno semplice
vivere e povero, come è conveniente allo stato nostro; così che la
città e i cittadini sono testimonii che noi non li molestiamo oltra il
bisogno della vita nostra e che io non tengo amicizia né familiarità
di uomini potenti e ricchi, anzi nelle predicazione mie sono stato
loro sempre contrario e, parlando secondo la carne e il sangue, avrebbeno
da dolersi molto dei fatti miei, benché, secondo lo
spirito, dovrebbero ringraziare Dio in me. Né si può dire che io abbia
cercato onore e gloria, perché a preannunciare
le cose future sempre s'acquista più derisione che onore, come abbiamo
detto di sopra e per esperienza abbiamo provato, e per la maggior
parte appresso i grandi, appresso dei quali gli uomini animali e
sapienti del mondo cercano essere gloriosi,
perché cercare gloria appresso la povera gente sarebbe cosa stolta a
chi avesse posto il fine suo nella gloria e nello onore, essendo di
poca utilità essere glorioso appresso la gente vulgare e appresso dei
grandi essere deriso e odiato. Né si può verisimilmente dire che io
cerchi dignità ecclesiastiche, perché nella
nostra eta si sa come elle s' acquistano: e io non ho tenuto nel mio
predicare tal modo, anzi il contrario, benché sempre abbia parlato
generalmente e cose pubblice e non calunniato veruna particolare
persona né nominatamente né per tale circostanze che si sia mai potuto
venire per me in cognizione di alcuno particolare:
e nientedimeno piuttosto ho generato contro me odio che benivolenza
di coloro a chi s'aspetta dare tale dignita; né per questo mai mi sono
mosso a riconciliarli e a blandirgli. La qual
cosa non fa chi va cercando simile dignità. Né si possono ancora
fondare nei beni corporali, perché non mi potrei dare tali piaceri,
che non si sapessi, per la maggior parte dai frati, i quali vedono
ogni giorno e ad ogni ora la vita mia e sanno quale siano le mie
fatiche mentale e corporali. E chi sapesse
quanto è grande sola la fatica del predicare con intenzione e
desiderio di fare frutto, per la maggior parte continuando tanti anni
in una medesima città, non parlerebbe in questo
modo. E benché non paia cosa conveniente parlare di sé medesimo e del
modo del suo vivere, pure siami per ora lecito dire così, e basti loro
questa risposta : che i non possono vedere in me cosa nella quale si
possino fondare che il mio predicare sia
ordinato a fine di beni corporali, e però parlano senza fondamento; né
si possono fondare nei beni della parte intellettiva, cioè che io
predichi in questo modo per manifestare la sapienza o la eloquenzia,
perocché manifestamente ogni uomo sa che io predico semplicemente
senza alcuna dimostrazione di sapienza e di eloquenzia. Né queste cose
ho dette per laudarmi, perché negli occhi di Dio in hoc non sum
iustificatits, ma io le ho
dette per dimostrare che i calunniatori della dottrina nostra, anzi di
Cristo, parlano senza fondamento e si usurpano il giudizio del cuore,
che è proprietà di Dio, non avendo segni
esteriori dove possino fondare il suo giudizio temerario; e se pure
loro vi pare che io mi sia punto laudato, io
risponderò come lo apostolo Paulo: In insipientia dixi e Insipiens
jactus sum., quia me coegistis —.
Disse il Tentatore : — Io mi maraviglio che tu dica
che non si veda di fuori segno manifesto della tua malizia, quando si
sa pubblicamente che tu ti sei separato dalla Congregazione della Osservanza
di Lombardia e hai separato ancora il convento di Santo Marco di
Firenze e di Santo Domenico da Fiesole e gli altri loro luoghi, per
non stare a obbedienza, e sei fatto priore a
vita e come signore di tutti questi luoghi: e così tu ti hai fatto un
bello stato da godere sempre —. Risposi: — Questa separazione non ho
fatto io solo, né l'avrei potuto fare senza il
consenso di tutti gli frati, i quali, tra Santo
Marco e Santo Domenico, furono più di cento e tutti furono uniti a
questo, benché non in uno medesimo tempo, come appare per instrumento
pubblico di mano di notaio: i quali non è da credere che fossero
tutti o stolti o cattivi e che non intendesseno se questa separazione
era buona o cattiva, per la maggior parte facendone loro più di sei
mesi orazione particolari congregati insieme quattro e cinque volte
ogni giorno. E manifestamente appare che noi ci siamo separati non per
allargarci ma per restringerci, come lo effetto
ha dimonstrato. Né per questo fuggiamo la obbedienza
della nostra professione, perché la forma della nostra professione è
che noi promettiamo obbedienza a Dio e alla Vergine
Maria e a santo Domenico e al Maestro Generale di
tutto l'Ordine o a un priore o vicario in luogo del Generale, così che
la professione nostra è stare a obbedenzia del
Generale e non della Congregazione di Lombardia : e noi siamo sotto il
Generale. E questa provincia di Toscana, secondo le nostre
costituzione, è separata da quella della Lombardia, e una
congregazione naturalmente non è superiore all'altra; ma per una
pestilenza non si potendo reggere il convento di Santo Marco per sé
medesimo per la paucità dei frati, fu raccomandato alla Congregazione
di Lombardia. E però, essendo per grazia di Dio multiplicato il numero
dei frati in modo che si possono reggere per sé medesimi, non è
inconveniente se son tornati allo stato suo naturale, quia
cessante causa, cessare débet effectus: per la maggior parte
che i modi del vivere dei Lombardi sono diversi dai modi dei Toscani.
Né è vero che io mi sia fatto priore a vita; anzi il breve papale
della segregazione io lo feci impetrare in questo modo, che il priore,
finito l'anno dal dì della sua elezione,
rimanga casto e assoluto e che sia in potestà
dei frati eleggersi uno priore come a loro piace : e così si osserva
ogni anno. E essi questo anno eletto un vicario
capo di tutti i nostri conventi e luoghi per due
anni, così che, passati i due anni, lui sia
suddito almeno due altri anni come gli altri frati. E così le cose
vanno per ordine senza alcuna signoria. Certo chi si parte dalla
obbedienza per insignorirsi non si restringe a
queste cose, ma va alla vita larga e mangia bene e veste meglio e
dassi buon tempo. Le quale cose non si vedono
in la nostra compagnia, ma sì bene una grandissima unione e carità, la
quale non può stare con la ambizione, quia scriptum est: "
Inter superbos semper iurgia sunt ". E perché sarebbe lunga cosa
dirvi le cagione tutte che ci hanno mossi a separarci da quella
compagnia di Lombardia, una ne basterà al presente, se la sarà
creduta; ma, o creduta o non creduta, pur la scriverò e, scrivendola,
so che dinanzi a Dio scriverò la verità: io non mi mossi a questo né
per ambizione né per averne buon tempo né quiete, perché in Lombardia
non mi mancavano gli onori e la quiete se io ne volevo, come sanno
tutti quei frati. Ma io l'ho fatto perché è
stata la volontà di Dio che io facci così; e in
quel medesimo lume per il quale ho predette le cose future ho etiam
fatta questa separazione: e questo ha voluto Dio e così mi ha ispirato
e costretto che io facci così, per fare molte opere, le quale per noi
vuole fare in queste parte di Toscana e principalmente in Firenze;
delle quale parte si sono viste e le altre si vedranno, le quale non
si sarebbero potute fare se non precedeva questa separazione —.
Disse il Tentatore: —- Se tu sapevi che questa era la
volontàdi Dio, che bisognava che tu cercassi dal Pontefice il breve di
questa separazione per via dei secolari e della potenza umana? —.
Risposi che, benché Dio comandi e voglia che si facci una cosa,
bisogna però intendere che lui vuole che si
usino i debiti mezzi secondo le condizioni
dei tempi: e al presente questi tempi così richiedevano; e volse che
noi avessimo grande contraddizione, per darci ad intendere che lui era
quello che faceva questa cosa, e non gli uomini. E sono testimoni
tutti gli miei frati che, quando eravamo in quella guerra,
confortandoli spesso dissi loro che, se tutto il mondo ci fosse
contro, che noi a ogni modo avremo vittoria,
perché questa era la volontà di Dio, come provò
lo effetto.
Disse il Tentatore : — Una cosa è che macula queste
tue responsioni : perché tu ti impacci dello
stato e del governo della città di Firenze e par che tu vogli essere
Signore, menando il popolo come a te piace —. Risposi: — Tutti gli
uomini che hanno di me notizia sanno che io non mi impacciai mai di
stati di Signori, eccetto questa volta, perché, avendo la città mutato
stato e vedendola in pericolo non piccolo, mi pare
che fosse mio debito consigliarla come la si dovessi governare; onde
io, non senza ispirazione dello Spirito Santo,
alle cose utile e necessarie alla salute della città l'ho consigliata,
e non sforzata. E poi che hanno presa buona forma sanno tutti che io
ho detto loro che temino Dio e che in tutte le loro cose di importanza
che hanno a trattare prima faccino fare
orazione e che più a me non venghino : perché oramai voglio stare in
mia pace, se già Dio non mi inspirasse altrimenti e la carità mi
sforzassi qualche volta; benché non cesserò dare loro consiglio,
quando ne fosse richiesto. E nessuno può calunniare giustamente
quello che io ho fatto insino a qui, forse dicendo: Nemo militans
Deo implicai se negociis saecularibus, ut ei placcai, cui se probavit,
perché nelle cose di tanta importanza quanta era questa e etiam
di minore, molti santi si sono impicciati
degli stati e delle signorie dei popoli, come sa chi legge le Sacre
Scritture e le leggende dei santi; onde etiam santa Caterina da
Siena, che era femmina, molte volte si travagliò di stati per fare
bene alle comunità, in tanto che fu ambasciatrice dei Fiorentini a
Papa Gregorio XI insino a Vignone e, dopo alquanto tempo, del medesimo
Papa ai Fiorentini; e impicciandosi degli stati
in questo modo per la pace universale e per ridurre gli uomini alla
giustizia e ai buoni costumi e per la salute
universale delle anime non è impicciarsi di
cose seculari, né così intende santo Paulo in
quella autorità, ma è impicciarsi di cose
spirituale e divine, perché, come dice il Filosofo, unumquodque
denominari a fine iustum est —.
Disse il Tentatore: — Cotesta scusa ti varrebbe quando
tu avessi confortato il popolo fiorentino a qualche buono modo di
governo, ma questo governo al quale tu lo hai confortato pare agli
uomini prudenti e pratichi pericoloso, perocché a mettere un governo
di tanta importanza in mano della plebe e toglierlo di mano ai potenti
è cosa molto pericolosa —. Risposi: — Questo governo, se bene è
considerato, è buono e naturale al popolo fiorentino, perché ogni
buono governo si distingue dai filosofi in tre spezie: la prima è
quando uno solo regge la moltitudine, il quale ha piena potestà sopra
essa: e questo governo, quando è giusto, è ottimo; la seconda è quando
la moltitudine è governata per pochi potenti e virtuosi, il quale
governo dimandano " aristocrazia ", idest ottimo potentato, o
vuoi dire potentato di ottimi, i quali per questo sono chiamati
ottimati; la terza è quando la città o la provincia si regge per la
moltitudine del popolo, il quale reggimento si domanda " polizia ", e
questo è il reggimento antique dei Fiorentini, onde loro lo
chiamano " reggimento populare ", come appare
espressamente nei loro magistrati, nei quali sempre sono gli artefici
per la quarta parte, per la maggior parte quelli ai quali spetta il
governo della Repubblica. E però non è questo governo nella plebe, ma
in tutto il popolo, cioè in tutti quelli i quali sono abili agli
offici, cioè che sono stati un certo tempo determinato cittadini di
Firenze. E perché i potenti facilmente conducono il popolo come
vogliono, abbiamo consigliato un modo e una forma di reggere
politicamente, ovvero popolarmente, in essa città, il quale se sarà
osservato, non potrà mai più alcun potente
farsi tiranno per forza di ricchezze o di amici, né poterà alcuno
essere esaltato se non sarà virtuoso; e tutti i cittadini saranno
sicuri nella sua città e nessuno a torto potrà lor nuocere, e sarà
questo modo di governo causa di grandissima unione e pace. E però non
si lamenta di questo, come ho spesso detto loro pubblicamente e come
la esperienza ha dimonstrato, se non tre condizione di uomini, cioè
ambiziosi, viziosi e stolti, i quali non potranno così ora, se i non
si emendano, avere quello grado che indegnamente essi
desiderano. E non è vero che questo reggere sia pericoloso, perché né
è nella plebe né è assolutamente nel popolo né assolutamente è negli
ottimi, ma ogni uomo che era
potestà nella città la avrà dal Consiglio Generale e
sarà molto bene esaminato, perché nel predetto Consiglio intervengono
etiam tutti i nobili e i prudenti usitati al governo; e in
tanta moltitudine d'uomini potrà essere poco errore, per la maggior
parte quando le cose saranno più ferme e più limate (perché nessuna
cosa nel suo principio può essere perfetta) e quando tutti i cittadini
abili e non la terza parte, come è ora, potranno insieme radunarsi
in detto Consiglio, come è di loro intenzione ordinare; il che non s'è
per insino a qui fatto per non essere ancora nel palazzo pubblico
luogo capace di sì gran numero di cittadini. Onde sempre la plenaria
potestà rimane in questo Consiglio, il quale etiam non potrà
essere facilmente corrotto e viziato da chi volessi tiranneggiare, per
la multitudine la quale in esso si troverà, essendo difficile e quasi
impossibile corrompere tanta moltitudine di uomini, per la maggior
parte che ogni cosa, innanzi che venga alla esamina di detto
Consiglio, sarà sempre prima bene considerata dai prudenti e esperti
cittadini chiamati dalla Signoria e dai Collegi
loro e dal Consiglio dei Richiesti, i quali sono ottanta uomini sempre
dei primi della città, deputati a detta esamina delle cose occorrenti,
come appare nella riforma del loro governo, la quale nuovamente hanno
fatta. E quanto più andrà innanzi questo Consiglio, tanto più la città
si purgherà dai cittadini cattivi e stolti, e
tutti saranno sforzati a viver bene e farsi virtuosi per poter passare
per questo Consiglio a le amministrazione convenienti
allo stato loro; e non passando a tale
amministrazione se non uomini sensati e degni,
sarà la città governata ottimamente e quanto al temporale e etiam
quanto allo spirituale. E non sarà affaticata e affannata
continuamente di varie dissensione di cittadini, per le quale quanto
danno si facci alla Repubblica ogni uomo il sa, e i cittadini potranno
stare a casa vivendo sicuri e faranno fiorire la città e di virtù e di
ricchezze, e nessuno sarà sforzato a fare
ingiustizia, ma tutti facilmente potranno vivere bene come buoni e
perfetti cristiani —.
Disse il Tentatore : — In effetto queste tue
escusazioni non soddisfano agli
animi di molti, perché l'ipocrisia sa troppo
bene coprire le sue cose —. Risposi: — Io so che non si potrà mai ben
soddisfare a tutti gli uomini, perché " non est, servus
maior domino suo
", Cum sit ergo che Cristo non potesse errare, nientedimeno gli
Scribi e Farisei non potevono credere che lui non fosse un seduttore.
Ma a me basta dimostrare che questi che indicano del mio cuore non
abbiano fondamento per alcuno segno esteriore e che le loro parole e i
giudizi loro procedino da cattiva radice. Ma io, benché mi conosca
peccatore, posso bene addurre qualche ragione e buon fondamento a
dimostrare che le nostre cose non procedono da malizia, come sono
calunniato, avendo già dimonstrato che non procedono da ignoranza.
Prima perché Dio non può essere testimone della malizia né quella
aiuta, anzi la reproba e sempre la va infirmando. E chiaramente si
vede dalle predicazione che abbiamo fatte due
cose, le quali non possono essere se non da
Dio, il quale per esse dimostra questa dottrina procedere da lui e
non da umana malizia: la prima è che una grande parte
delle cose preannunciate si sono verificate e adempiute ad unguem
insino al minimo iota; la seconda è la mutazione del popolo
fiorentino, il quale s'è per tal modo mutato dal mal vivere al ben
vivere, che pubblicamente ogni uomo confessa che a memoria di uomo
vivente non si è veduta tale mutazione in lui né in numero né in
merito così negli uomini come nelle donne; e oltra questo, il
reggimento della città per mezzo di queste nostre predicazione ha
mutata forma, il che ogni uomo reputava impossibile. E qui si potrebbe
aggiugnere molte cose miracolosamente seguite nella città, le quale
lasciamo per brevità. Prae-terea, essendo Dio padre giusto e
buono di tutti gli uomini, verosimile cosa è che più presto illumina i
buoni che i cattivi, e lascia piuttosto incorrere in errore i cattivi
che i buoni. Seguitando dunque questa dottrina nella città di Firenze
tutti gli uomini buoni e impugnandola uomini di mala vita o almeno non
di buona fama, quale deve avere uno buono cristiano, non è verosimile
che la sia uno errore procedente da malizia. Praeterea non è
verosimile che questa malizia in tanti anni non fosse oramai scoperta
e stata conosciuta dagli uomini, per la maggior parte stando io
continuamente in Firenze e essendo i Fiorentini uomini astuti e
curiosissimi in simile cose più di tutti gli altri e, che è ancora
più, essendomi state fatte molte insidie e finte molte infamie dai
cattivi, etiam con fingere scomunicazione e lettere
contraffatte, e così da religiosi come da secolari e preti e d'ogni
stato. Certo certo se nelle nostre predicazione
fosse stato errore e malizia, non arebbe potuto stare ascosa insino a
questo giorno; ma la verità, la quale negli affanni cresce e nella
guerra diventa sempre più gagliarda, perocché più si manifesta, ha
superato ogni cosa e sempre è più cresciuta, così che ora ha più forza
che mai —.
Disse il Tentatore: — Finalmente io ti dirò il vero: a
me parrebbe che tu attendessi a predicare dei vizi e delle virtù, come
fanno gli altri predicatori, e tenere il modo del predicare che
tengono gli altri e non essere singolare,
perocché questo preannunciare le cose future non fa frutto nelle anime
e pare più presto una ostentazione che altro —. Risposi che per gli
effetti si conoscono le cause. Conciossia dunque che, come abbiamo
detto, di queste predicazioni e modo di
predicare ne sia uscito grandissimo frutto nelle anime, come si sa
manifestamente, appare che questo modo e queste preannunciazioni non
sono inutili, come voi dite, anzi molto
fruttuose, perché inducono gli uomini a penitenza e preparano gli
eletti di Dio a sostenere con pazienza le tribolazione
future. Perché tela praevisa minus feriunt. E benché ogni uomo
non si converta a penitenza, nondimeno gli eletti, per i quali sono
preannunciate queste cose, faranno gran frutto, sicut scriptum est:
" Ostendisti popolo tuo dura; potasti nos vino compunctionis.
Dedisti metuentibus te significationem, ut fugiant a facie arcus, ut
liberentur dilecti lui ". E se gli altri non crederanno, gli
eletti, per la utilità dei quali sono queste cose preannunciate,
crederranno loro, sicut scriptum est: " Crediderunt
omnes quotquot praeordinati erant ad
vitam aeternam ".
Avendo dunque io consumato gran tempo in questa
disputazione col Tentatore, voltandomi alle compagne nostre, vidi che
ragionavano insieme e sorridevano dei fatti
miei; e, rivoltandomi a loro, dissi: — Qui sunt sermones quos
conuertis adinvicem et estis laetae? —. Risposono: — Perché ci
pare che tu non conosca con chi tu parli —. Allora io mi accostai a
madonna Orazione e dissi: — Madonna, piacciavi dirmi chi è costui —.
Rispose: — Tu sei entrato in disputazione di sapienza umana, la quale
è una stoltizia appresso Dio, e però tu non hai
conosciuto costui, che ha tanto disputato teco; ma accostati un poco a
madonna Semplicità, perché lei conosce tutte le astuzie del Nemico: e
da essa intenderai quello che desideri —. Accostandomi dunque a lei,
mi furono immediatamente aperti gli occhi e
conobbi l'eremita non esser monaco, ma il
Tentatore della umana natura; e raccolsimi insieme con tutte quattro
le nostre compagne e dissi: — Malvagio Satana, la tua astuzia, con la
quale tu cerchi di pervertire il cuore dei semplici e alienarli dalla
fede, non ti gioverà nulla, perché sarà con noi la mano di Dio valida
e farà crescere la opera sua: e tu con gli angeli tuoi rimarrete
confusi —. Per le quali parole sparve e partisse
da noi con grandissime strida. E così pacificamente seguendo il
cammino nostro, arrivammo alla porta del Paradiso, il quale era cinto
intorno intorno di uno muro altissimo di pietre preziose e sembrava
che circondasse tutto lo universo mondo, sopra
del quale intorno erano angeli che li
guardavano e cantavano dolcissimamente quel che
è scritto in Esaia al XXVI capitalo : — Urbs fortitudinis nostrae
Sion; salvator ponetur in ea murus et antemurale —. E in quello
istante picchiammo la porta, e loro soggiunsero
: — Aperite portas et ingredietur gens insta, custodiens veritatem
—. E le nostre compagne risposono, voltando gli occhi al cielo: —
Ve tus error abiit: servabis pacem, pacem, quia in te speravimus
—. E gli angeli con dolce voce replicando dissero: — Sperastis in
Domino in saeculis aeternis, in Domino Dea forti in perpetuum: e
però non temete che i vostri desideri seranno
adempiuti e la superbia del mondo rimarrà
confusa, quia incurvabit habitantes in excelso, sublimerà civitatem
humiliabit. Humiliabit earn usque ad terram, detrahet
eam usque ad pulverem. Conculcabit eam
pes, per pauper is, gressus egenorum —. E in queste parole
sentimmo aprire la porta e cantare dentro: — Semita insti recta
est, rectus callis insti ad
ambulandum —. E noi, voltandoci a Dio, rispondemmo: — In semita
iudiciorum tuorum, Domine, substinuimus; nomen tuum
et memoriale tuum in desiderio animae —. Io allora per le cose
udite fortemente eccitato in fervore, elevai la voce e dissi: —
Anima mea desideravi te in nocte, sed et spiritu meo in praecordiis
meis de mane vigilabo ad te. Cum feceris indicia tua in terra,
iustitiam discent habitatores orbis —. Ditte queste parole,
statim fu aperta la porta e fummo
illustrati d'uno grande splendore, e vedemmo cose inenarrabili, delle
quale parte ne riferiremo nel nostro processo.
Prima che noi entrassimo, fecesi incontro
santo Iosef, sposo e custode di quella immacolata Virginità alla quale
noi andavamo per avere risposta della nostra ambasceria; il quale,
avanti che ci introducesse, disse: — Dominus vobiscum —, e noi
rispondemmo: — Benedicat libi Dominus —, e dicemmo: — Padre
santo, avendo la sposa vostra Vergine e Madre di Dio, il dì della
solennità della sua Annunziazione, accettato lo officio di essere
avvocata dei Fiorentini per recuperare le promesse le quali
avevano perse per i loro peccati, ed essendoci
stato annunciato fra la ottava che noi avremo
buone novelle, non sapendo noi le particolarità,
siamo ritornati in questa notte della ottava per intendere il tutto e
per potere significarlo al popolo e domattina dargli questa buona
nuova; e abbiamo con esso noi portato questo bello presente —. E quivi
scopersi una bellissima corona, la quale portava la santa Semplicità,
la forma della quale è questa.
Erano tre circuli, ovvero tre
corone insieme legate l'una sopra l'altra, così che la superiore era
minore della inferiore. La prima corona, ovvero il primo circolo
e maggiore, era fatto di dodici pietre preziose verdi
come è il iaspide, e la forma di ciascuna era come un cuore umano, e
coniungevansi insieme nella parte inferiore e più larga di ciascuno,
così che le punte dei cuori erano di sopra come le cornette d'una
corona; e nel fondo di ciascuno era scritto un versetto del cantico di
Zaccaria, Benedictus Dominus Deus Israel eccetera, quasi come
uno fregio che legava quei dodici cuori, così come sono dodici i
versetti del predetto cantico. Deinde intorno a ciascuno, cominciando
dall'una parte della base e girando verso la punta e ritornando
all'altra parte della base, era scritta la " Ave Maria ", così che
appunto in mezzo del cuore era scolpito il nome di Iesù molto
risplendente; e sopra la punta di ciascuno era una perla, con una
banderuola piccolina elevata sopra la perla, di colore verde; nelle
quale banderuole erano scritti dodici privilegi della Vergine con
parole deprecatorie, i quali sono questi. Due
per relazione al Padre Eterno : il primo " Sposa di Dio Padre vera ",
perché Dio Padre e lei hanno uno medesimo Figliuolo; il secondo "
Sposa di Dio Padre ammiranda ", perocché così come ci Padre generò
ab aeterno il suo Figliuolo in cielo senza madre, così lei generò
poi in terra quel medesimo Figliuolo senza padre. Dovuti
altri per relazione al Figliuolo: primo " Madre di Dio", secondo "
Madre del suo padre "', perocché Iesù Cristo, suo Figliuolo, è Dio
creatore dello universo, il quale ha lei creata. Due
per relazione allo Spirito Santo : primo è "
Sacrario dello Spirito Santo singolare ",
perché da lui lei fu piena singolarmente di tutte le grazie; secondo "
Sacrario ineffabile "', perocché lo Spirito
Santo la fece idonea ad esser madre del Creatore dello universo. Dovuta
per relazione alla sua virginità: primo è " Vergine delle Vergine ",
perocché nessuna altra Vergine a questa si può comparare, la quale non
fu maculata d'alcuno peccato né veniale né mortale; secondo è "
Vergine fecunda ", perché lei sola è Vergine e madre. Dovuta per
paragone alla Chiesa trionfante e a tutto l'universo:
primo che lei è " Regina sola del mondo ", perché è vera sposa e madre
e sacrario del Re del mondo, il quale è Dio trino e uno; secondo, "
Regina sopra tutte le creature onoranda": perché Dio è onorato di
onore di " latria ", il quale è onore che si da solo a colui che è
primo principio e governatore di tutte le cose; i beati poi sono
onorati di onore di " dulia ", il quale onore si da a quelli che sono
partecipi della beatitudine di Dio o per qualche altra dignità grande
tengono la persona di Dio; ma perché la Vergine gloriosa oltre a
questo è madre di Dio, è onorata molto più altamente che tutti i
santi, e di uno onore il quale si chiama " iperdulia ". Dovuta ultimi
per relazione alla presente Chiesa militante : primo è " Dolcezza del
cuore dei giusti ",
perché per lei impetrano molte grazie da Dio, e il suo amore è più che
il miele e più che il favo suave, il quale
mirabilmente fa caste le anime e i corpi loro; secondo, che lei è
speranza dei peccatori e delle persone miserabile, perocché per gli
preghi e meriti suoi sperano impetrare da Dio misericordia. Questi
dodici privilegi! dunque erano scritti sopra quelle dodici bandierole
in questa forma: Sponsa Dei Petris
vera, ora prò nobis; Sponsa Dei Patris admiranda, intercede prò nobis;
e così seguitavano ancora tutti gli altri. Sopra questo primo circolo
era un altro circolo minore, di dieci cuori di perle candidissime
collegate nel medesimo
modo detto di sopra, e nel fondo di ciascuno era scritto uno versetto
del cantico d'essa Vergine Madre, cioè Magnificat anima mea,
Dominum eccetera, il quale contiene dieci
versetti, così come erano dieci cuori; e intorno intorno a ciascuno
uno dei comandamenti della Legge; in mezzo poi di ciascuno era uno
rubino e nella sommità uno calcedonio, e una banderuoletta bianca a
ciascuno, ita che erano
dieci banderuole, nelle quale erano scritte dieci petizioni
chieste da noi e dalla città di Firenze. La prima diceva : " In ogni
cosa sia sempre fatta la volontàdi Dio"; la seconda: "Innanzi a ogni
cosa vogliamo l'onor di Dio e la sua gloria";
la terza: '"Chiediamo la rinnovazione della Chiesa"; la quarta:
''Desideriamo la salute di tutti i fedeli "; la quinta: " Preghiamo
specialmente per la salute delle anime nostre";
la sesta: "La remissione dei peccati del popolo
fiorentino, i quali hanno impedite le promesse a loro fatte da Dio ";
la settima: " La rimozione e avversione
dei flagelli, i quali per questo loro hanno meritati"; la ottava:
"Copia di grazia e doni del Spirito Santo nella città di Firenze"; la
nona: " Abbondanza di ricchezze e dilatazione
di impero, per diffondere
queste grazie ancora negli altri popoli"; la decima e ultima : " La
restituzione di tutto ciò che a loro era stato promesso ".
Sopra la quale corona seconda erane una altra
piccolina, di quattro cuori di pietra preziosa chiamata carbunculo,
nel fondo dei quali era scritto il cantico di Simeone, cioè uno
versetto per ciascuno cuore, e intorno a ciascuno era scritto uno dei
quattro evangelisti; in mezzo era una croce che lampeggiava.
Nella sommità dei quali era uno topazio a ciascuno, con
una bandieruola che sembrava una fiamma di fuoco; e
sopra la prima era scritto : " Noi domandiamo per la città di Firenze
la custodia degli angeli "; e sopra la seconda era : " Noi chiediamo
governo di perfetti prelati "; sopra la terza: "Chiediamo la dottrina
dei santi predicatori "; sopra la quarta era: "Noi domandiamo
moltitudine di clero fervente, preti e religiosi di santa vita ". E
sopra questa coronella era un cuore composto mirabilmente di molti
cuori piccolini di diversi colori, per tal modo congiunti e collegati,
che di tutti insieme era fatto un solo cuore, intorno al quale era
scritto: "Hoc est praeceptum meum, ut diligatis invicem sìcut
dilexi vos. In hoc cognoscent omnes quod mei estis discepoli, si
dilectionem habueritis adinvicem ". E nella sommità del cuore era
uno bellissimo smeraldo, intorno al quale era scritto : " Est eis
cuor unum et anima una in Domino "; sopra del quale era uno
crocifisso piccolino con una bandieruola, nella quale era scritto : "
Fiat pax in virtù tua et abundantia in turribus tuis.
Propter fratres meos et proximos meos loquebar pacem de te.
Propter domum Domini Dei nostri quaesivi bona tibi
". Le quali cose e corone erano collegate
insieme, l'una sopra l'altra, con raggi d'oro finissimo. Questo è
dunque il presente il quale intendiamo di presentare alla Maestà del
Re Eterno per le mane della gloriosa Vergine Madre per provocare la
sua bontà a farci misericordia e a restituirci le grazie promesse.
Disse allora Iosef: — Che vuoi dire e
che significa il mistero di questa corona? —. Risposi : — Padre mio,
io so che voi lo sapete; nientedimeno a
maggiore nostra consolazione voi chiedete da noi la sua dichiarazione.
Brevemente, questa è la corona la quale ha fatta il popolo fiorentino
alla Vergine Madre, madre di Dio, sposa vostra, per impetrare le
grazie già a lui promesse, dicendo prima devotamente il cantico di
Zaccaria o chi noi sapeva dicendo Credo in Deum Patrem
eccetera, di poi dodici avemarie, di poi il cantico della Sposa vostra
e, ultimo loco, il cantico di Simeone Nunc dimittis eccetera;
la qual corona non solamente l'hanno fatta con
la lingua ma etiam col cuore e con le opere. Dunque quella
prima corona dei cuori verdi significa gli incipienti, i quali sono
nuovamente venuti a penitenza con la viridità della fede (la perla è
la loro buona coscienza), i quali offrono il cuor loro e desiderano
fare prefetto in vita spirituale, come chiedono nei titoli delle
bandieruole, pregando per sé e per tutta la città. La seconda corona
di perle candidissime significa gli proficienti, i quali non solo
hanno purgata la coscienza dai peccati, ma
etiam dagli affetti terreni, diligentissimi osservatori dei
comandamenti di Dio, per il rubino della carità che hanno in mezzo il
cuore; il calcedonio in sommità dei cuori significa le loro operazione
calde d'amore e gli esempi che danno al prossimo, per i quali molti
peccatori compunti tornano a penitenza, così come il calcedonio,
riscaldato dal sole o per altro modo, trae a sé la paglia; e però sono
fatti degni che le domande loro di quello che si contiene scritto
nelle banderuole siano esaudite. La terza corona dei quattro cuori di
carbunculo, il quale illumina la notte e pare che arda, significa
i perfetti, i quali sono pochi ma tutti ardenti
e d'amor divino infiammati, osservatori non solo dei comandamenti ma
etiam dei consigli evangelici, e portano la croce in mezzo il
petto con desiderio del martirio per amor di Cristo. Il topazio sopra
i cuori, di colore d'oro purissimo e di chiarità
celeste, il quale massimamente risplende tocco dai
raggi del sole e supera la chiarità
di tutte le gemme, significa le operazioni e la
dottrina loro irradiata dal Sole della giustizia, Cristo Iesù : e però
questi non chiedeno se non cose eccellenti e
spirituali. Il cuore di molti cuori composto,
che è nella sommità della corona, significa la unione della carità di
tutti i buoni e significa etiam la pace universale nuovamente
fatta tra i loro cittadini fiorentini, la quale
non avendo voluto fare prima e essendosi Dio per questo adirato con
loro, doveva sottrarre
da loro le grazie promesse; onde, essendosi da loro fatta al presente
la pace a Dio grata, cercano riaverle. Lo smeraldo
significa la speranza di conseguir da Dio la viridità di vita eterna e
ancora nel tempo presente le grazie già promesse,
i raggi d'oro significano la unione e l'ordine che hanno insieme nel
loro operare e nelle loro orazione gli incipienti, i proficienti e gli
perfetti —.
Allora il santo vecchio Iosef
con lieto volto ci prese per la mano e, introducendoci dentro dalla
porta e quella serrando, disse: — Voi siate i benvenuti: e state
lieti, che così fia come v'è stato detto, cioè che voi avrete buone
nuove —. E elevando noi gli occhi, vedemmo uno
grandissimo prato tutto pieno di diversi fiori di paradiso, nel quale
erano da ogni parte diversi rivi d'acque vive e stillanti
e chiare come cristallo e diversità di animali mansueti in multitudine
infinita, di agnelli bianchi come neve, di candidi ermellini, di
conigli e simili altri molti animaletti, i quali tra i fiori e le erbe
appresso le acque vive saltavano e giocavano
insieme con certo gaudio e giubilo
maraviglioso; arbori di diverse spezie, con foglie fiori e frutti,
sopra ai quali erano uccellini di diversi colori in gran moltitudine,
che cantavano dolcemente e volavano con grande e ammirabile ordine da
luogo a luogo. E in mezzo il campo vidi uno trono, come è scritto nel
III libro dei Re del trono di Salomone, del quale dice la Sacra
Scrittura : Fecit Rex Salomon thronum de ebore grandem, et vestivit
eum auro fulvo nimis, qui habebat sex gradus; et summitas throni
rotunda erat in parte posteriori, et duae manus hinc atque inde
tenentes sedile, et duo leones stabant iuxta manus singulas, et
duodecim leunculi stantes super sex gradus hinc atque inde. Non est
factum tale opus in universis regnis. Sopra il quale trono sedeva
una bellissima e graziosissima donna, in grembo
della quale era uno bambino più risplendente che il
sole; e sopra il capo loro, quasi tra il cielo e la terra, era uno
lume maraviglioso con tre facce, il quale irradiava tutto lo universo;
e sembrava che molto si dilettasse di
riguardare a quella mirabile donna e di illustrarla del suo lume più
che ogn'altra cosa che io vedessi, facendo a
lei e al figliuolo suo gran festa e dimonstrandoli con certi gesti
tale letizia e giubilo quale non è possibile a
lingua narrare, sì che sembrava che ogni giubilo e gaudio di quelle
tre facce fosse in lei e nel suo figliuolo. Grande moltitudine di
ministri erano per ordine intorno al trono, che era una cosa stupenda
a vederli; e però incontinente che noi vedemmo sì mirabil cosa, non
potendo io sostenere tanta luce, decidi in
faciem meam
e, confortato dallo spirito e dalla guida
nostra santo Iosef,
levandomi su e stando sopra i piedi miei, domandai ad essa nostra
guida d'essere illuminato del mistero di tanto sacramento, e lui
rispose graziosamente : — Questo è il mistero della rinnovazione della
Chiesa in tutto il mondo, la quale già molti anni tu hai denunziata a
gli uomini mortali. Le mura di pietre preziose significano i dottori,
predicatori e i prelati pieni di ogni virtù, i quali difenderanno
la Chiesa in quel tempo. Gli angeli sopra le mura significano che i
prelati avranno familiarità con gli spiriti
angelici e siano da loro illuminati e
custoditi. La porta significa la Scrittura del Vecchio e Nuovo
Testamento, per la fede della quale entra nella Chiesa Santa ciascuno
fedele. i fiori per tutto il campo sparsi significano che il mondo si
empierà di tutte le virtù, i rivoli
delle acque sono le grazie divine che allora abbonderanno,
come è scritto: " Omnes sitientes, venite ad aquas" e " Qui
sitit veniat ad me et bibat ", et iterum " Qui vult,
accipiat aquam vitae gratis ", e " Qui Inherit ex aqua quarti
ego dabo ei, non sitiet in aeternum. Sed aqua, quam ego dabo ei, fiet
in eo fans aquae salientis in vitam aeternam ". Gli animaletti
significano i cristiani della vita attiva, che in quel tempo
viveranno in tanta semplicità che non si
cureranno di ricchezze o di cosa temporale alcuna, ma sempre saranno
giubilanti tra le virtu e grazie di Cristo.
Gli uccellini significano i cristiani e i religiosi della vita
contemplativa, i quali sopra gli arbori, idest sopra la
altezza delle virtù, canteranno le laude divine, volando con le ali
dello intelletto per i sacramenti della Chiesa e delle Sacre
Scritture, continuamente contemplando cose divine. Quel magno
trono con l'ordine dei ministri significa la Chiesa trionfante, la
quale sara tanta letizia di tale rinnovazione,
che, vedendo allora i cristiani menare in carne angelica
vita, non si sdegnerà abbassarsi e conversare con loro non
solurn invisibiliter ma etiam visibiliter, come tu hai letto dei
santi della primitiva Chiesa. Quel lume con quelle tre facce
dimostra la Santissima Trinità, la quale illumina tutto l'universo
ma per più speciali e singolari doni la umanità di Cristo e poi la
Madre sua gloriosa, la quale tu vedi sedere in
su quel trono con dimostrazione della incarnazione di Cristo, come
significa la presente solennità della sua Annunziazione; il qual
trono significa le virtù sua, le quale ha avute dal suo diletto
Figliuolo. L'avorio candido significa la sua
virginità purissima, perché è osso bianco dell'elefante,
animale casto, e però dice la Scrittura : " Fece il re Salomone uno
trono di avorio grande ", e Salomone vuoi dir " pacifico ", e però
significa il nostro Salvatore, il quale portò la vera pace in
terra. La abbondanza dell'oro intorno al trono
significa la immensa carità di essa Vergine Madre: però dice la
Scrittura che lui vestì il trono di oro finissimo. La sommità del
trono, la quale era rotonda, significa la
contemplazione la quale lei doveva della divinità, che non ha
principio né fine. " Nella parte posteriore " dice, perocché quando
ella era in questa vita non vedeva Dio a faccia a faccia, ma
contemplavalo mediante le similitudine delle creature, come fu detto
da Dio a Moisès: Videbis posteriora mea; faciem autem meam videre
non poteris, avvenga però che tu debba
credere che qualche volta lei vedesse in vita mortale la divina
essenza; ma io ora ti parlo secondo il corso comune della sua vita. Il
sedile del trono significa l'umilità, la quale
è fondamento di tutte le virtù. Le due mani,
le quali sostengono
il sedile, sono la cognizione di Dio e la cognizione di sé medesima;
le quali cognizioni
quasi come due mani tengono salda la umilità. I
dui leunculi appresso quelle due mani significano la fortezza nelle
cose prospere e nelle avverse, la quale è data a l'uomo per la umilità,
i gradi per i quali si ascende su a questo trono significano la
diversità dei meriti dei santi, sopra dei quali è la Vergine gloriosa.
i dodici leoncelli sopra questi gradi sono i santi del Vecchio e del
Nuovo Testamento, i quali la onorano, laudano e magnificano tutti
unanimiter; i quali a parte per parte, secondo l'ordine di
ciascuno, andrò manifestando: e vedrai che non est factum simile
opus in universis regnis —.
Ragionando adunque noi in questo modo e camminando
verso il trono, ecco io vedo venire una moltitudine
innumerabile di fanciullini tutti vestiti di bianco, con
fiorellini piccolini piccolini candidi in mano e in capo tutti
odoriferi, i quali parevano piuttosto perle e pietre
preziose che fiori, e venivano cantando con grande giocondità:
Laudate, pueri, Dominum;
laudate nomen Domini. Sit nomen Domini benedictum
eccetera. E dissi allora a Iosef: — Padre, chi son costoro?
—. Rispose: — Non hai tu letto in Zaccaria? Plateae
civitatis Hierusalem complebuntur infantibus et puellis Indentions in
plateis eius. Questi sono i fanciulli i quali, per la fede o per i
sacrifici dei parenti loro nella legge della natura o per la cir-concisione
nella legge scritta cominciando alla circoncisione
di Abramo o per la virtù del battesimo nella
legge della Grazia, si sono salvati; e quelli più onorevoli ornati
di piaghe risplendenti e
di fiorellini rossi sono i piccolini innocenti, i quali furono uccisi
da Erode per amore di Cristo —. Appropinquandosi dunque essi a noi, li
salutai e dissi loro: — Adiciat Dominus super vos, o pueri sancti,
scilicet gloriam corporum vestrorum, super vos et super fratres vestros
—. Ed essi risposero: —
Benedicti vos a Domino, qui fecit caelum et terram —, e
dissero: — Voi mortali perché siete venuti a noi immortali? —.
Risposi che io ero ambasciatore dei Fiorentini, e dichiarai tutto
quello che io era ito a fare. E loro : — Nisi conversi fueritis et
efficiamini sicut parvuli, non intrabitis in regnum caelorum —.
Risposi: — Omne datum
optimum et omne donum perfectum desursum est. E però pregate
per noi che così sia —. Allora presero
con le loro sante mani di quei fioretti candidi e sparseli per tutta
quella corona, dicendo : — Questi sono le nostre orazioni,
le quale aiuteranno le vostre ad impetrare le grazie da voi
desiderate, e pregheremo che nella città di Firenze sia data grazia da
Dio che i fanciulli siano bene nutriti nella religione cristiana e
nello amore di Iesù Cristo Redentore, il quale, per ineffabile sua
bontà, degnò per nostro amore essere fanciullo —. E così, rimasti
alquanti di loro in nostra compagnia, gli altri partiti da noi voltarono
le sante facce loro verso la Santissima Trinità e, inginocchiati a
quella, devotissimamente oravano.
E noi, camminando più oltre, giugnemmo ai gradi del
trono. E dinanzi al primo gradino vedemmo sedere sopra quelle erbette
e fiori, a modo di uno circolo intorno al
trono, grande moltitudine di uomini e di donne ornati pieni di viole
mammole piccoline e sì belle che pareano pietre preziose. E dissi a
santo Iosef: — Qui
sunt isti, domine mi? —. Rispose: — Questi sono gli uomini santi e
le sante donne che sono religiosamente vissute in matrimonio. E però
sono ornati di viole mammole : perché, avvenga che siano stati nel
governo delle cose terrene, per lo impedimento delle quali
non si può l'uomo elevare tanto da terra come quelli che menano vita
continente, nondimeno come buoni cristiani non hanno posto il loro
affetto in terra, ma hanno dato nel mondo di virtù grande odore: come
la viola mammola, la quale, benché molto non sia elevata da terra, è
però molto piacevole e odorifera. Questi che tu vedi sedere alla
destra e alla sinistra in terra, al primo grado, sono in questa tua
causa speciali avvocati e parleranno a te per tutti gli altri. Di
questi alla destra l'uno è santo Ioachin e
l'altra è santa Anna, l'uno padre e l'altra madre di Maria Vergine
gloriosa. Questi altri alla sinistra sono santo Zaccaria e santa
Elisabet, padre e madre di santo Ioanni
Battista —. I quali io vedendo, con grande
reverenzia li salutai e dissi: — Adiciat Dominus super vos, super
vos et super filios vestros —. Risposono: — Benedicti
vos a Domino., qui fecit caelum et terram —. E esposto a loro quel
che io andavo a fare e il mistero della corona,
dopo molte dolce parole domandai l'auditorio
delle loro orazioni. E statim furono da loro conteste due
bellissime grillandette di viole mammole e applicate alle base di
due dei primi cuori della nostra corona, e
dissero: — Queste sono le nostre orazioni, le
quale vi aiuteranno; e pregheremo Dio che dia tanta grazia nella città
di Firenze, che i loro matrimoni siano casti e immacolati
come richiede tale sacramento, il quale significa la unione di Cristo
e della Chiesa —. E levoronsi tutti e quattro per seguitarci e darci auditorio,
e l'altra loro compagnia tutta si messe in orazione devotamente.
Essendo dunque noi per salire al primo grado, vedemmo
una altra moltitudine di uomini e di donne più alta che la prima,
ornati di viole bianche, le quale in alcuni paesi si chiamano
garofili, molto piccoli e gentili
come pietre preziose. E dissi a santo Iosef: — Qui sunt isti,
domine mi? —. Rispose: — Questi sono uomini
e donne i quali sono vissuti santamente in viduità o castità, perduto
il giglio della virginità: e però sono ornati di viole bianche e non
di gigli. Queste due, che siedono
l'una alla destra e l'altra alla sinistra, sono santa Anna vidua,
figliuola di Fanuel, e Maria Maddalena, speciale vostre avvocate; le
quali da tutta la loro compagnia sono ordinate
in vostro aiuto —. Salutato dunque che io ebbi quelle e domandate
le loro orazioni e prima esposto quel che io
andavo a fare nel modo già sopradetto, alla destra e alla sinistra ci
furono presentate due altre ghirlandette di viole bianche e similmente
applicate a due altri di quelli primi cuori
della corona nostra, dicendo: — Queste sono le nostre orazione, per le
quale noi preghiamo che Dio doni alla città di Firenze il dono della
castità a i vedovi e alle vedove e a ciascuno che in qualunche modo ha
perso il giglio odorifero della virginità —. E, posta tutta la loro
compagnia in orazione, santa Anna e santa Maria Maddalena seguitorono
le vestigie nostre.
Nel secondo grado poi vedemmo intorno al trono
un'altra multitudine assai più alta, ornata di gigli candidissimi
piccoli e sì belli, che pareano pietre preziose; e domandando
io: — Qui sunt isti, domine mi? — rispose Iosef: — Questi sono
i virgini e Vergini; e alla destra e alla
sinistra del grado siedeno santa Caterina
martire e santa Caterina da Siena, vostre specialissime
avvocate —. Le quale salutate come di sopra e similmente domandate le
loro orazione, applicarono due belle ghirlande
di gigli piccolissimi e mirabilmente odoriferi, promettendo che
pregherebbono il magno Dio che in Firenze i virgini
e le Vergini ser-vasseno e dedicassero
perfettamente a Cristo la loro virginità immacolata. E, seguitandoci
le due Caterine, rimasero tutte le altre in
orazione.
Nel terzo grado sedevano santo Zenobio e il beato
Antonino da Firenze, padri della città; e intorno intorno al trono
nella altezza di questo grado era il sacrato numero dei dottori della
Chiesa, ornati tutti di bellissimi fioralisi piccoli e, come abbiamo
detto degli altri, sì belli che pareano proprio pietre preziose. E
avendo io inteso chi loro erano e che erano di tali fiori ornati per
la contemplazione significata dal colore celeste dei predetti fiori,
ci proffersono ancora loro similmente le sue
orazioni in due ghirlande dei detti fiori fatte
da loro e poste a due dei detti fiori,
pregando Dio che alla città di Firenze mandasse santi pastori,
illuminati dottori e ferventi predicatori.
Nel quarto grado vedemmo una grande moltitudine di
uomini e di donne che parevano uccisi e erano vivi, pieni di piaghe
splendide e refulgenti come stelle, ornati
tutti di rose rosse piccoline tutte vermiglie e molto belle, in modo
che, come è detto, pareano quasi pietre preziose. E io,
maravigliandomi di questa squadra, dissi a Iosef: — Qui sunt isti,
domine mi? —. Rispose: — Hi sunt qui venerunt ex magna
tribulatione et laverunt stolas suas in sanguine Agni —. dei quali
santo Stefano sedeva alla destra del grado e santo Sebastiano alla
sinistra; i quali salutati e pregati, come di sopra è detto, due altre
ghirlande di roselline rosse appiccheremo a
due dei detti cuori della corona, dicendo : —
Queste sono le orazione della nostra compagnia, e tutti pregheremo per
la restituzione delle grazie promesse e che Dio faccia i Fiorentini
così ferventi che possino per amor di Cristo patire il martirio —.
Nel quinto grado vedemmo poca gente, ma
di tale valore, che parca che superasseno in virtù tutti gli altri. E
domandando: — Qui sunt isti, domine mi?
— rispose Iosef: — Isti sunt viri sancti,
quos elegit Deus in caritate non fida, et dedit
illis gloriarti, sempiternam; quorum doctrina fulget Ecclesia, ut sole
luna; candidiores nive, nitidiores lacte, rubicundiores ebore antico,
saphiro pulchriores. Questi sono gli
apostoli santi e gli evangelisti, dei quali santo Giovanni, diletto
discepolo di Iesù, sede alla destra e santo Marco, vostro patrone,
alla sinistra, vostri speciali avvocati —. E questi tutti erano ornati
di roselline gentilissime incarnate proprio
come pietre preziose, per essere loro candidissimi di purità e
rubicundi del divino amore e odoriferi d'ogni virtù; e questi ancora
loro, da poi la salutazione e le parole, posero
ai detti cuori della corona due ghirlandette di rose incarnate,
pregando che Dio desse a Firenze e ai suoi cittadini tanta grazia che
in lei e per loro si rinovasse la vita
apostolica e uno vivere perfetto come nella primitiva Chiesa. E così i
dodici verdi cuori furono ornati ciascuno di una ghirlanda. Nessuno
creda che i fiori delle predette ghirlande fossero della grandezza di
questi nostri quaggiù; anzi, perché i significavano le loro
spiritualissime orazione, erano tanto piccolini e tanto gentilini e le
ghirlande con tanto mirabile artifìcio composte, che, essendo intorno
intorno alla corona, non dipendevano tanto che
avessero punto coperto o confuso il volto di chi la avesse avuta in
capo, ma piuttosto gli avrebbono fatto alla
fronte e intorno a tutto il capo uno gentile ornamento, a modo di uno
fregio intorno intorno alla corona.
Salendo poi al sesto grado, vedemmo moltitudine di
uomini venerandi ornati di palme; e, domandando
chi erano, fu risposto quelli essere i patriarchi e profeti del
Testamento Vecchio. Belli quali alla destra di esso grado sedeva santo
Giovanni Battista, precursore del nostro Salvatore, specialissimo
patrono della città di Firenze; alla sinistra David profeta con la
citara, il quale cantava: Confitemini Domino qu-niam bonus, quoniam
in saeculum misericordia eius. Dicat nunc Israel quoniam bonus
etc. E questi tutti, come di sopra salutati, etiam loro presero
due ramicelli di palma gentilissimi pieni di
datteri molto piccolini, i quali pareano pietre preziose bellissimi
posti in su quelli ramicini che pareano fatti
di smeraldo, e appiccoronli alla detta corona, sino
alla destra e uno alla sinistra, dicendo: — Noi pregheremo Dio per voi
che, così come la palma ha poca radice in terra e bella come
inverso il cielo, così Dio conceda grazia alla città di
Firenze, che tanto amino le cose celesti che
delle terrene non taccino stima se non quanto è necessario alla vita
mortale —.
Essendo dunque sopra tutti i
gradi saliti, venne d'incontro
una gran moltitudine di speciosissimi giovani,
i quali avevano in mano certe coronelle circondate
di brevi, ovvero cartine piccoline, scritte e legate
con fili d'oro, e parca che di quelle uscissero
fiamme di fuoco. E dissi a santo Iosef: — Qui sunt isti, domine mi?
—. Rispose: — Questi sono gli angeli governatori delle anime degli
uomini e delle donne della città fiorentina, della quale tu sei
ambasciatore, i quali uomini e donne hanno fatte orazione per questa
causa e hanno detta la corona delle dodici ave-marie; e ciascuno
angelo porta la corona di quella anima che esso governa. E quei brevi
scritti significano le parole e i concetti e le domande espresse nelle
orazioni. Le fila d'oro significano la carità;
le fiamme significano il fervore di essa carità, col quale hanno fatte
le prefate orazione —. Intra i quali angeli appropinquandosene uno che
si mostrava a me più che gli altri assai familiare, disse così sorridendo
a santo iosef : — Che va
facendo qua questo mortale, fra noi, uomo peccatore? —. E
risguardandomi Iosef allora con faccia lieta, presi animo a domandarlo
e dissi: — Quis est iste, domine mi? —. Rispose: — Non sai tu
chi è costui? —. E io dissi: — Nescio, domine mi —. E lui sorridendo
disse: — Tu sei smarrito per le parole sue, e
questa è la cagione che non lo riconosci —. Allora, pigliando animo e
risguardandolo, conobbi che era lo angelo che sempre è meco e sempre
mi governa. E dicendomi lui: — Come hai tu mai tanto ardire a stare
tu, peccatore, tra questi cuori celesti immacolati?
—, io risposi: — Io non avrei già
tanto ardire, se il Signore vostro e nostro non fosse
stato per noi crocifisso. Voi angeli non potete
gloriarvi che Dio sia angelo, come ben noi possiamo gloriarci che Dio
sia uomo, sicut scriptum est: Nusquam angelos apprehendit,
sed semen Abrahae apprehendit
" —. In questi piacevoli ragionamenti desiderando io di appropinquarmi
al trono per salutare la gloriosa Vergine Madre, considerando pure che
io era mortale e vile peccatore, inginocchiato in terra con le
compagne mie, in prima feci orazione a Dio per
conseguire la sua misericordia e la remissione dei miei peccati, e
dissi: — Deus misereatur nostri et benedicat nobis, illuminet
vultum suum super nos et misereatur nostri, ut cognoscamus in terra
viam tuam, in omnibus gentibus salutare tuum —. Allora tutti quei
angeli, insieme con quei santi i quali erano con esso noi venuti e con
tutta l'altra moltitudine rimasta intorno al trono, insino a quelli
santi bambini, inginocchiati in terra, con voce dolcissime e con
devotissimo affetto dicevano: — Confiteantur libi popoli, Deus;
confiteantur libi popoli omnes. Laetentur et exultent gentes,
quoniam iudicas populos in aequitate et gentes in terra dirigis.
Confiteantur tibi popoli, Deus; confiteantur tibi popoli omnes: terra
dedit fructum suum —. E io allora con le compagne
mie rispondemmo : — Benedicat nos Deus, Deus noster; benedicat nos
Deus, et metuant eum omnes fines terras —. E loro insieme con
gaudio subiunsono : — Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto
—. E noi: — Sicut erat in principio et nunc et semper et in saecula
saeculorum. Amen —.
Finita questa orazione, vidi elevare la Vergine col
trono al cielo e tanto in alto salire, che sparve agli occhi miei.
Onde io, non so come, rimasi in mezzo il prato, con quella santa
compagnia di quella moltitudine dei beati, tutto sbigottito e
come morto. Vedendo questo, Iosef presemi per la mano e disse: — Non
ti smarrire, che tu hai a salire in uno più alto loco, nella via del
quale ti guiderà oramai lo angelo che ti governa —. E così lui mi
lasciò al suo governo. Continuando dunque la orazione e risguardando
inverso il cielo con desiderio grande di vedere quella Beata nella cui
avvocazione solo era posta la speranza nostra, vidi subito aprire il
cielo : e furono dimonstrati agli occhi miei
molto mirabili cose, le quale a noi sarebbe al
tutto impossibile a esplicare. Credino gli
uomini che, così come egli è grande differenza nel conoscere una cosa
(verbigrazia Firenze) a vederla con l'occhio e non vederla, ma quella
leggere ovvero udirla narrare; così, e maggiormente, è grande
differenza vedere queste cose e leggerle o veramente udirle e non
vederle, perocché chi vedendo le conosce, conosce ancor con esse
molte, anzi infinite, circostanze particolari, le quale è impossibile
scrivere o narrare. E avvenga che queste cose siano spirituali,
sono però a noi proposte mediante le corporali.
Le quali tutte hanno mistero; ma, come è detto,
non sarebbe possibile esplicarle tutte: e però noi ne diremo tanto
quanto parrà sufficiente al proposito nostro.
Io vidi dunque sopra del capo nostro nove cuori
rotondi di angeli, l'un più bello e molto maggior che
l'altro, in modo che gli inferiori benché fossero
in gran multitudine e circondassero questo
mondo tutto il quale è da noi abitato, nientedimeno il cuore superiore
a loro era più largo e di maggior moltitudine e bellezza: e così di
mano in mano il coro superiore era più grande e più bello dello
inferiore, come etiam nei corpi naturali i superiori sono
maggiori e più perfetti degli inferiori, come appare negli elementi e
nei corpi celesti. Il primo cuore, dunque, a noi propinquo era tutto
vestito di verde pieno, e tutto ornato di smeraldi;
il secondo vestito di rosso e ornato di carbunculi; il terzo vestito
di azzurro e ornato di zaffiri; il quarto vestito di candore, come di
una acqua percossa dal sole, tutto ornato di berilli; il quinto
vestito di bisso e tutto di onici ornato; il sesto vestito di broccato
d'oro e tutto ornato di crisoliti; il settimo vestito di verde chiaro
e ornato di iaspidi preziosi; lo ottavo vestito di chiarità
celeste, cosparso di oro
purissimo, ornato di topazio; il nono e ultimo e supremo vestito di
color rosso, come fiamme di fuoco, ornato di sardi . E tutte le
predette pietre preziose benché fossero di
colore simile al colore delle veste, nientedimeno
chiaramente appariva la loro distinzione, sì per il loro più vivo e
acceso e risplendiente colore, sì perché erano legate,
ovvero appiccicate, alle vesti
con mirabile artificio e ordine maraviglioso; e nei più degni cuori
era l'artificio delle legature loro, ovvero dei
castoni, più mirabili e più gentili.
E questo mistero si trova tutto in Ezechiel profeta al XXVIII capitolo,
il quale, nel nominarli, comincia dai cuori
superiori dicendo: Omnis lapis pretiosus
operimentum tuum: sardius topazius et iaspis; chrysolithus et onyx et
berillus; saphirus, carbunculus et smaragdus. Da poi vidi il trono
della Vergine Madre elevato sopra tutti questi nove cuori, vestita di
sole e tutta ornata dal capo ai piedi di tutte queste pietre preziose;
e doveva in nel suo santo grembo il Figliuolo
suo Iesù piccolino, più splendido che il sole e ornato di tutte le
pietre preziose incognite ai mortali: e era così piccolino perché
figurava, come abbiamo detto, la festa della
sua Incarnazione. Sopra ogni cosa era una ammirabile luce e stupenda
con tre facce, come di sopra dissi, la quale illustrava quel trono
della Vergine santa con tale e tanta abbondanza di luce, che chi non
vedessi quella luce superiore, certo si crederebbe che lei fosse Dio.
E di poi si estendevano quei raggi nella faccia di tutti quelli
ordini, che parevano raggi come rivoli
d'acque vivente e chiari più assai che ogni cristallo quando è dal
sole percosso a mezzogiorno; dai quali rivoli
o raggi (che non so come altrimenti nominarli, perché a ciò mi manca
ogni vocabulo) reverberati tutti i nove cuori e, ut così
dixerim, refrigerati e rinfrescati e tutti di dolcezza d'amore
etiam riscaldati, erano in tanto giubilo e con tanta attenzione
risguardavano quelle tre facce, che lingua d'uomo non lo potrebbe
narrare; e non si potevono saziare di laudarle, cantando con grande
consonanzia di voce soavissime: — Sanctus, Sanctus, Sanctus Dominus
Deus exercituum. Benedictus qui venit in nomine Domini: hosanna in
excelsis —. E rivoltandosi poi alla Vergine, dicevano: — Tu
gloria Hierusalem, tu laetitia Israel, tu honorificentia popoli
nostri. Quia fecisti viriliter et confortatum est cuor tuum, ideo et
manus Domini confortavit te, et eris benedicta in aeternum —.
Udendo io queste dolcissime voci
e vedendo sì mirabile luce, statim
cecidi in faciem meam, non potendo
sostenere sì fatto splendore. Ma confortommi lo angelo e levommi da
terra e io, roborato da lui, rimasi in piedi. Allora mi rivoltai allo
angelo e dissi: — Quid sunt haec mirabilia, domine mi? —.
Rispose: — Questi sono gli ordini delle
gerarchie celeste, alle quali è
dato da Dio il governo del mondo: onde la prima gerarchia,
più propinqua a Dio, conosce l'ordine di questo governo in esso Dio;
la seconda lo conosce nelle cause e nelle ragione universale; la terza
nelle particolari. E però la prima considera il fine del governo, la
seconda dispone quello che s'ha a fare, la terza poi lo esequisce.
Nella considerazione del fine tre cose sono necessarie : la prima è
risguardarlo, ovvero averlo dinanzi ai occhi, prima d'ogni altra cosa:
e questo appartiene ai Troni, i quali così si domandano perché sono
purissimi e tanto elevati, che, come troni o sedie, sono aperti e
parati a ricevere il Re Eterno e le sue illuminazioni
: e però sono vestiti di verde chiaro, come quelli che sono pieni di
pascoli della eterna viridità, e ornati di
iaspidi preziosi, i quali sono verdi e tinti quasi come di fiori, e
significano la loro purità. La seconda cosa necessaria nella
considerazione del fine è pienamente conoscerlo,
e questo appartiene ai Cherubini, il nome dei quali è
interpretato '" plenitudine di scienza ", perché
loro sono pieni di lume e sottilmente penetrano
la luce della Deità: e però sono vestiti di chiarità
celeste per la contemplazione, cospersa d'oro
per la sapienza, ornati di topazi, i quali significano la moltitudine
delle cose che loro conoscono; il quale è del medesimo colore che sono
i vestimenti loro, come di sopra è detto. La terza è poi perfettamente
amarlo, e questo appartiene ai Serafini, il nome dei quali è
interpretato " incendio ", perocché tutti sono infiammati d'amore : e
però sono vestiti come di fiamme di fuoco e ornati di sardi, i quali
sono pietre preziose che hanno il color rosso. E così tu hai intesa la
prima gerarchia.
La seconda gerarchia dispone universalmente quello che
si ha a fare, e in tal disposizione è di bisogno prima ordinare le
cose, e questo appartiene a le Dominazione, le quale così sono dette
perché sono libere da ogni servitute e non declinano dalla giustizia
né per amore né per odio, come fanno i signori temporali, i quali in
molti modi sono servi delle loro passioni: e
però sono vestite di broccato d'oro e ornate di crisoliti, i quali
hanno il colore aureo che quodammodo manda fuori certe scintille
ardenti, perché, come l'oro
è più prezioso di tutti gli altri metalli, così la giustizia dei
principi tra tutte le virtù è più preziosa e scintilla opere nei loro
sudditi, le quale gli fanno ardere d'amore. Secondo, ordinate che sono
le cose, bisogna escludere il male che le potrebbe impedire: e questo
appartiene alle Virtù, le quali così si
chiamano perché senza timore ardiscono fare ogni gran
cosa: onde esse sono vestite di bisso, il quale è tela
sottilissima e candidissima, perché la fortezza loro procede da gran
purità e elevazione dalle cose corporali,
come si vede nelle cose naturale, che quanto i corpi sono più puri e
più sottili, tanto sono etiam di maggior virtù; e son di poi
ornate di onici, i quali sono pietre preziose a similitudine della
unghia umana tra il bianco e rosso, perché da questo ordine in giù
cominciano gli angeli ministranti, i quali vengono in ministero per la
salute degli uomini; e i quattro ordini
superiori per la lor dignità non vengono a ministrare, ma fanno solo
quel che abbiamo detto; come è scritto in
Daniel profeta: Al ilia milium ministrabant ei, et decies mihes
centena milia assistebant ei. Terzo, poi che sono universalmente
disposile le cose e è ogni impedimento escluso, bisogna commetterle
alla gerarchia inferiore e ordinarle a lei più
particolarmente, e questo è officio delle Potestate, quia omnis
potestas a Domino Deo est et quae a Dea sunt ordinata sunt: e però
sono vestite come di cristallo o d'acqua percossa dal sole, e di
berilli ornate, i quali sono del medesimo colore, perché allo officio
loro si richiede avere chiara notizia delle cose che hanno a ordinare,
la quale hanno per la illustrazione del Sole Eterno. E così tu hai la
seconda gerarchia.
La terza poi è esecutrice di quel che dalla seconda è
ordinato; nella quale esecuzione alcuni sono come capitani e
principali, i quali hanno cura delle provincie e delle città: e questi
sono i Principati, i quali sono vestiti di colore celeste, cioè
azzurro, e di zaffiri ornati, che sono del
medesimo colore, perché sì come il cielo con le sue stelle è causa
universale delle cose inferiore, così questi sono capitani ad eseguire
il governo universale del mondo. Alcuni hanno governo particolari di
uno uomo, e questi sono gli Angeli, inferiori a tutti gli ordini, i
quali governano le anime vostre particolarmente, così che ciascuna
anima ha uno angelo suo speciale governatore : e sono vestiti di verde
pieno e di smeraldi ornati, i quali sono di
tanta viridità, che loro fanno verde l'aria
che è loro intorno, perocché gli angeli sono mandati a illuminare gli
uomini, i quali abitano nella aria di questo mondo, della viridità dei
pascoli eterni, della quale conviene che tanto
siano pieni, che loro possine di quella circonfondere
gli intelletti umani. Alcuni sono medi tra i Principati e questi
Angeli, i quali hanno cura di quei uomini che non solamente hanno a
governare sé medesimi ma etiam gli altri, come sono prelati,
predicatori, dottori della Chiesa e simili: e questi sono gli
Arcangeli, i quali illuminano di cose più segrete che non fanno gli
Angeli, e però sono vestiti di colore rosso e ornati di carbunculi, i
quali sono tanto rubicundi e risplendenti che
illuminano le tenebre: perché la carità li eccita ad illuminare le
nostre tenebre delle cose alte e divine. E così tu hai la terza
gerarchia.
Nelle quale cose tu dovresti notare che nelle veste
loro è il mistero e la significazione dello officio, e nelle pietre
preziose è significata la diversità delle opere e della sapienza e
della contemplazione. E dovresti sapere che in
questa innumerabile moltitudine ciascuno ha
officio particolare e qualche proprietà che non
ha l'altro; ma questo lasciamo, perché le menti
dei mortali non sono di tale cosa capace. Tu dovresti ancora sapere
che tutte le perfezioni e virtù che hanno gli
inferiori, quelle medesime hanno ancora i superiori; ma i superiori
hanno qualche cosa più e in maggiore eccellenza, i quali però, per la
grandezza della carità che è in questa patria, si sforzano di
comunicare tutte le loro virtù e illuminazione agli
inferiori, secondo la capacità di ciascuno. Sopra tutti questi ordini
è la Vergine gloriosa col suo Figliuolo, ornati di tutte queste virtù
e pietre preziose, ma in tanta eccellenzia che lingua umana non lo
si può narrare. La luce, poi, di quelle tre
facce significa la Santissima Trinità, la quale eccede ogni cosa in
infinitum e con i raggi suoi e con la sua dolcezza fa giocondare
e giubilare tutta questa patria gloriosa, la quale mai non si sazia di
laudarla e magnificarla in saecula saeculorum. Amen —.
Questa fu la dichiarazione dell'angelo,
il quale, dette queste parole, stette cheto. Né si deve alcuno
maravigliare se esso angelo, in dichiarare le proprietà e i colori
delle pietre preziose, paresse per avventura discostarsi dall'uso
dei moderni, perché forsi potrebbe essere che il nome di qualche una
d'esse pietre si fosse in questi tempi mutato, e gli angeli parlano agli
uomini secondo la qualità di ciascuno: e però l'angelo mio, sapendo
che io ero alquanto esercitato nelle Sacre Scritture e nelle
esposizione degli antichi e santi dottori, i
quali in quel modo che ho detto trattano di queste pietre, mi parlò di
quelle secondo la loro esposizione.
Avendo dunque io udito e visto sì mirabil cose, ero
tutto pieno di stupore non solamente per la meraviglia
della lor grandezza, bellezza e ordine meraviglioso,
ma molto più della gran carità di quelli verso di noi, considerando la
loro eccellenzia e la nostra bassezza, della quale non si sdegnano,
anzi non pare che abbiano altra cura che della nostra salute, e pare
che tutte le delizie loro sia essere con gli figliuoli degli uomini;
pure, ripensando poi le Sacre Scritture, non me
ne meraviglio, dacché del loro Signore è
scritto: Delitiae meae esse cum filiis hominum. Stando io
dunque in questa contemplazione, vedo elevare in alto tutti i santi i
quali avevo visti nel prato intorno al trono, e salire tra gli ordini
degli angeli ciascuno al luogo suo con grande reverenzia e gentilezza;
e non rimasono con esso noi se non quelli santi i quali, da me di
sopra nominati, mostrammo essere venuti in nostra compagnia, e così
ancora gli angeli che avevano in mano le coronelle di sopra descritte.
Dunque, vedendo io il trono della Vergine tanto alto, voltatomi
a quella santa compagnia e dissi: — Voi potete senza scala salire al
trono, ma io, misero, come farò? Quia corpus quod corrumpitur
aggravat animarti
—. E dicendo questo, apparve una scala dal trono infino a terra
mirabilmente per le mani angelice preparata, e l'angelo mio rispose: —
Ecco la scala per la quale tu hai a salire non solamente col corpo, ma
etiam con la mente, di virtù in virtù,
sicut scriptum est: " Ibunt de virtute
in virtutem, videbitur Deus deorum in Sion " —.
Cominciammo dunque a salire io per la scala e quella
nobile compagnia intorno a me senza scala, e, arrivando al primo coro
degli Angeli, li salutammo in questo modo: — Laudate, pueri,
Dominum; laudate nomen Domini —. Risposono: — Sit nomen Domini
benedictum, ex hoc nunc et usque in saeculum —. E noi replicammo:
— A solis ortu usque ad occasum laudabile nomen Domini —. E
loro risposono: —Excelsus super omnes gentes Dominus, et super
caelos gloria eius —. E noi: — Quis sicut Dominus Deus noster?
Qui in altis habitat et humilia respicit in caelo
et in terra, suscitans a terra inopem et de stercore erigens pauperem,
ut collocet eum cum principibus, cum principibus populi sui —. E
loro: — Qui habitare facit sterilem in domo matrem filiorum
laetantem —. E noi: — Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto
—. E loro: — Sicut erat in principio et nunc et semper et in
saecula saeculorum. Amen —. Cantato a questo modo il salmo, mi
domandorono quello che io andavo faccendo. Risposi che io ero
ambasciatore dei Fiorentini e che io andavo al trono della Regina dei
cieli per sapere che buone nuove avessi a
riportare al popolo suo, del quale ella era speciale avvocata; e
mostrai loro la corona, dicendo quella essere le orazione di tutto il
popolo, adornata e confortata da tutti i santi del Paradiso,
pregandoli che ancora loro si degnasseno di aiutarci adornare la detta
corona delle loro orazione. Risposono : — Vorremmo sapere che cosa
vorresti da noi particolari —. E io risposi: — Che voi, insieme con
questi altri angeli vostri compagni, che sono qui con noi, pregaste
Dio che le persone, le quale voi avete in governo nella città di
Firenze, vivine bene e menino vita angelica mediante il ministero
vostro —. E ditte che io ebbi queste parole, spiccoronsi dalle sedie
del coro loro dodici angeli da dodici parte, dei quali ciascuno
aveva uno smeraldo in mano; e circondarono
il primo circolo della corona, distinto, come di sopra è detto, in
dodici cuori, e a ciascuno dei cuori appiccorono uno dei predetti smeraldi
nella sua parte inferiore, con tanta destrezza che non guastorono
niente dei primi ornamenti, anzi gli dettero
maggiore splendore e più bello ordine; e dissero: — Queste sono le
nostre orazione a noi da te domandate —, cantando soavissimamente
il primo versetto del salmo XIX, cioè: Exaudiat te Dominus in die
tribulationis, protegat te nomen Dei Iacob.
Fatto questo, partimmoci e arrivammo al coro secondo,
e similmente salutato quello e laudato Dio, come del primo è detto,
chiedemmo le loro orazione, che pregassero che nella città di Firenze
i padri di famiglia, i parrocchiani e i prelati, e altri simili, dei
quali loro hanno governo, fossero buoni e santi
e che reggessero bene i loro subietti. E dette
le parole, dodici di quelli Arcangeli, levandosi dalle sedie del coro
loro da dodici parte, ancora loro appiccarono a
mezzo i predetti dodici cuori della corona nostra dodici carbunculi
preziosi, per i quali il nome di Iesù, scritto,
come dicemmo di sopra, in mezzo dei cuori, mirabilmentre transpariva e
risplendeva; e dissero: — Questi significano le nostre orazioni
—; e sottogiunsero il secondo versetto del
salmo predetto dagli angeli cominciato, cioè Mittat libi auxilium
de Sancto, et de Sion tueatur te.
Nel terzo ordine poi salimmo e, fatte le cerimonie
sopradette, dicemmo che pregassero Dio che
mandasse alla città di Firenze tanto spirito che i vicariiloro,
Podestà, Capitani e altri officiali fossero
uomini integri e giusti, e che governasseno i
popoli loro religiosamente con ogni giustizia. Accettorono di fare
tutto questo, e dodici di loro, come gli altri di sopra, attaccorono
dodici zaffiri nelle sommità dei dodici cuori della corona, dicendo il
terzo verso del salmo : — Memor sit omnis sacrificii tui, et
holocaustum tuum pingue fiat —.
Il quarto ordine similmente da noi visitato e pregato
che ci aiutasse con orazione e che pregassero
Dio che concedesse a Firenze buoni magistrati
simili a loro, i quali ordinassero bene tutte
le cose appartenente alle virtù e a i buoni costumi, e offrendosi loro
e promettendo pregare, mandorono dieci di loro al secondo circule
della corona, distinto in dieci cuori, nel fondo dei quali appiccorono
dieci berilli, dicendo il quarto versetto: — Tribuat tibi secundum
cuor tuum, et omne consilium tuum confirmet —.
Alle Virtù poi nel quinto coro fatte le debite
reverenze, dicemmo : — Pregate Dio che i magistrati di Firenze
ordinati a punire i cattivi siano tutti ripieni di Spirito Santo,
acciocché senza timore, per zelo di giustizia, li puniscano,
e che gli innocenti possine vivere sicuri —. E accettorono volentieri,
e dieci di loro appiccorono dieci onici preziosi in mezzo ai dieci
cuori della corona, dicendo il quinto verso del salmo: — Laetabimur
in salutari tuo, et in nomine Dei nostri magnificabimur —.
Nel sesto coro salutate con gran reverenza le
Dominazione e fatte le parole come di sopra, dicemmo che pregassero
Dio che i cittadini fiorentini fossero tali,
che si potesse sempre fare una Signoria di uomini sapienti e giusti,
i quali riguardasseno principalmente l'onore di
Dio e la salute delle anime, e poi il ben comune temporale della città
e di tutto il lor governo. Dunque accettando di fare questo, dieci di
loro appiccarono in sommità dei dieci cuori
della corona dieci crisoliti, dicendo il sesto versetto del salmo: —
Impleat Dominus omnes petitioner tuas; nunc cognovi quoniam salvum
fecit Dominus Christum suum —.
Visitato di poi il coro settimo, similmente lo
pregammo che ci aiutassero a impetrare da Dio
che rinovasse la purità e la semplicità negli
religiosi e nelle religiose di Firenze, e accettorono, e promisero
lietamente farlo. Onde quattro di loro appiccarono
quattro preziosi iaspidi al fondo dei quattro cuori del terzo circolo
della corona, dicendo l'altro versetto del salmo: — Exaudiet illum
de caelo sancto suo in potentatibus
salus dexterae eius —.
Da poi lo ottavo coro con reverenza visitato e, come
degli altri è detto, salutato, pregammo che facesse orazione a Dio che
mandasse a Firenze molti santi illuminati delle Sacre Scritture e
pieni di vera sapienza, dai quali potesse il
popolo fiorentino avere nelle sua difficoltà
ottimi consigli; e, accettato che ebbero,
quattro di loro posero in mezzo dei quattro
cuori d'esso terzo circolo della nostra corona quattro topazi, dicendo
il verso seguente del salmo, che è lo ottavo, in questo modo: — Hi
in curribus et hi in equis, vos autem in nomine Dei nostri invocabitis
—.
Tandem al nono coro e supremo dei Serafini
arrivati, salutammoli come di sopra e poi dicemmo loro che pregassero
Dio che concedesse a Firenze e a tutta la Chiesa prelati santi e
predicatori tutti pieni di fuoco di carità e Spirito Santo, i quali
infiammassero tutti i popoli dello amore di
Cristo. Accettato che ebbero la nostra
proposta, poseno quattro di loro alla sommità dei quattro cuori della
corona quattro sardi, con grandissima gentilezza dicendo il nono verso
del salmo in questo modo: — Ipsi obligati sunl et ceciderunt,
vos autem surrexistis et erecti estis —.
E essendo noi ancora lungi dal trono della Vergine
esaltata sopra tutti i cuori, con gran fiducia confortati da tante
orazione e tanti meriti, andavamo inverso lei; la quale, vedendoci
andare, chiamò uno dei Serafini e dettegli una piccola ghirlandina
gentilissima di varie pietre preziose fatta con ammirabile artificio,
e disse lui: — Va, porta questa sopra quel cuore ultimo che è posto in
sommità della corona, e di' che queste sono le orazione che io ho
fatte per la città di Firenze —. E poi, voltandosi a Dio, disse il
versetto che restava del salmo: — Domine,
salvimi fac regem et exaudi nos in die, qua invocaverimus te —. Il
nostro Salvatore Iesù piccolino nel santo gremio suo chiamò il primo
di tutti gli Serafini e dettegli una pietra sopra tutte preziosissima,
rossa e più resplendiente che il sole, e disse: — Questa è la mia
Passione, la quale io ho offerto al Padre mio
perché lui facci misericordia e grazia al popolo fiorentino. Portala e
ponila sopra quello crocifisso che è posto
sopra quello ultimo cuore della corona e di:
Gloria Patri et Filio et Spiritito
Sancto sicut erat in principio et nunc et semper et in saecula
saeculorum. Amen —.
Non fu mai vista sì mirabil cosa né più gentile
presente di questo. E però, confortato io da tanti meriti, non mi
parse presunzione a salir tutta la scala e andare ai piedi di quel
magno trono della Regina dello universo; e umilmente con devotissima
reverenza in terra prostrato, adorai prima la Santissima Trinità e il
nostro Salvatore Cristo Iesù e di poi
lei. E levata la faccia verso la dolce, umile e
lieta presenza di quella Vergine Madre, con gran giubilo e gaudio di
cuore, perché io mi sentivo tutto ardere d'amore, stupefatto di tanta
bellezza, non mi ricordando più che io fossi
mortale ma tutto assorto in quella luce e a quella inestimabile
bellezza e claritate intento, posto fuori di me stesso dissi queste
parole : — Tu, Maria, signaculum similitudinis, piena sapientia,
perfecta de core, in delitiis Paradisi
Dei es et eris in perpetuum; omnis lapis pretiosus operimentum tuum:
sardius et topazius et iaspis; chrysolitus et onyx et berillus;
saphirus, carbunculus et smaragdus; aurum opus decoris tui,
et tabernacula tua in die qua condita es praeparata sunt. Tu mater et
virgo, velut Cherub extentus et protegens, quem
posuit Deus in monte sancto suo, in medio lapidum ignitorum ambulasti
perfecta in viis tuis a die conditionis tuae. Tu gloria Hierusalem, tu
Laetitia Israel, tu honorificentia popoli nostri. Quia fecisti
viriliter et confortatum est cuor tuum, ideo et mantis Domini
confortavit te et eris benedicta in perpetuum. Salve, ergo, Regina,
mater misericordiae; vita, dulcedo et spes nostra, salve. Ad te
clamamus exules filii Evae. Ad te suspiramus, gementes et flentes in
illa lacrimarum valle. Eia ergo, advocata nostra,
illos tuos miséricordes oculos ad nos converte, et mala quae pro
peccatis nostris meremur averte, et promissa nobis bona restitue. Et
Iesum, benedictum fructum ventris tui, nobis
post hoc exilium ostende, o clemens, o
pia, o dulcis virgo Maria —. Le quale parole dette, subito da
tutti i cuori della corona la qual portava la santa Semplicità, nostra
compagna, procederono voce e canti con dolcissima consonanzia in
questa forma: — Recordare, Virgo Mater, dum steteris in conspectu
Dei, ut loquaris prò nobis bona et ut avertas indignationem suam a
nobis —. Le quale cose dette, con grande riverenza
le presentammo la nostra corona; e lei graziosissimamente con ogni
umiltà e benignità la accettò e, postasela in capo, prese il suo
Figliuolo in mano e si levò dal trono e,
umilmente inginocchiata alla Santissima Trinità, presentatogli il
Figliuolo suo, devotissimamente orando disse: — Respice, quaesumus,
Domine, super hanc familiam
tuant, pro qua Filius meus, Dominus Iesus
Christus, non dubitavit manibus tradi nocentum
et crucis subire tormentum —. Subito dopo
queste parole, tutti quei cuori della corona con voce pietosa
concordemente dissero: — Miserere nostri, Domine, miserere nostri:
quia multum repleti sumus despectione; quia multum repleta est anima
nostra: obprobrium abundantibus et despectio superbis —. Tutti gli
angeli e i santi stavano con lei inginocchiati, pregando insieme tutti
che tante orazione fossero esaudite. E ecco
venire da quelle tre facce, le quale representavano la Santa Trinità,
una voce verso la Vergine, che disse: — Fiat sicut vis —. Le
quale parole udite, la Vergine gloriosa ritornò a seder nel trono suo;
e tutti quegli angeli e santi e noi con loro
eravamo intenti a lei e, pieni di grandissimo gaudio, dicemmo : — Ora
a te sta, Maria, e in te sola è posta tutta la nostra salute —.
E lei allegramente si preparò a fare risposta e, fatto
grandissimo silenzio, tutti eravamo pendenti dalla sua bocca
santissima. La Vergine Madre allora, con voce chiara e alta, alle
orecchie di tutta la corte celestiale proferse formalmente queste
parole: — Florentia, Deo Domino Iesu Christo Filio meo et mihi
dilecta, tene fidem, insta orationibus, roborare patientia: his enim
et sempiternam salutem apud Deum, et apud homines gloriam consequeris
—. Di poi, risguardandomi lei e stando cheta, fiducialmente le disse:
— Vergine Madre, queste sono cose generali:
bisogna che la vostra mano benigna sia più larga —. Rispose allora
in vulgate con parole tanto accomodate e gentili,
che mi faceva stupire; né mi sarebbe possibile referirle se non in
sentenza. E disse: — Tu andrai e farai questa risposta al popolo mio
diletto, e dirai che gli è vero che sono peccatori e per le loro
iniquità meritano ogni male, e per la maggior parte per la infedelità
di molti, i quali non vogliono credere quello che tu hai loro
prenunziato già tanti anni, avendo il mio Figliuolo dati loro oramai
tanti segni, che i non si possono più escusare del non credere; e,
benché il credere sia dono di Dio, nientedimeno, se i non fussero
cattivi e non avessero mala mente ma andassero
diritti a Dio, avrebbeno da lui avuto tale
lume, che avrebbeno creduto ogni cosa. E però
ripreendili, e di' loro che oramai non siano più duri al credere,
perché Dio si adirerebbe con loro. Nientedimeno, per le molte orazioni
le quale sono state fatte dai beati in cielo e
in terra dai giusti, Dio mi ha data ogni
potestà. Orsù tutte le grazie già promesse loro da Dio saranno
restituite, cioè la città di Firenze sarà più gloriosa e più potente e
più ricca che mai, e estenderà le ali più che
mai facesse, e più assai che molti non pensano, e riavrà
tutte le cose che ella ha perdute e tutte le altre, se più ne perderà;
e acquisteranne delle altre assai, che non furono mai sue. E guai ai
sudditi suoi che si ribelleranno da lei, perché ne saranno gravemente
puniti. E già quattro anni sono che, in questo medesimo lume nel quale
Dio ti fa annunziare queste cose, fu detto ai Pisani che nella
tribolazione futura, la quale ora è presente, cercherebbero
libertà e che questa sarebbe la rovina loro:
e così sarà —.
Allora dissi io: — Non imputate, Madonna, a
presunzione se, per potere meglio soddisfare a chi mi ha mandato, vi
domanderò qualche cosa a maggiore intelligenza. Vorrei sapere se la
città nostra sara tribolazione
innanzi a queste consolazione —. Rispose: — Figliuolo, tu hai
predicata la rinnovazione della Chiesa già tanti anni, la quale senza
dubbio sarà, e presto; e hai preannunciata per ispirazione del Spirito
Santo la conversione degli infedeli, cioè dei Turchi e dei Mori e di
altri infedeli, la quale sia presto, così che
molti mortali viventi al presente nel mondo la vederanno. Questa
rinnovazione e dilatazione della Chiesa non potrà esser senza grande tribolazione
né senza la spada, come tu hai predetto loro, massimamente in Italia,
la quale è causa di tutti questi mali per le pompe e per la superbia e
altri innumerabili e indicibili peccati dei suoi capi. E però tu non
dovresti avere per male se la tua città di Firenze e i tuoi figliuoli
avranno qualche tribolazione, perché lei sarà
la manco flagellata tra le città flagellate —.
E dicendo queste parole, estese la mano e dette una
palla, ovvero sfera, grande in mano a l'angelo mio, nella quale era
tutta la Italia descritta. Lui dunque avendola così accettata,
apersela; e subito vidi tutta la Italia sottosopra, e molte città
grande andar sottosopra e piene di grandissime tribolazioni,
le quale io non nomino perché non m'è concesso; e alcune che non erano
tribulate di fuori né avevano guerra esteriore,
dentro si conturbavano sé medesime. E vidi anche la
città di Firenze tribulare, ma non tanto quanto le
altre tribolate. Da poi, estendendo una altra
volta la mano, mi porse una altra palla, ovvero sfera, piccolina,
nella quale erano scritte quelle prime parole che lei, come dicemmo
poco di sopra, disse per lettera formalmente. La quale palla da poi
che io ebbi aperta, vidi la città di Firenze tutta fiorita di gigli, i
quali si estendevano su per i merli fuori delle mura da ogni parte
molto dalla lunga, e gli angeli sopra le mura intorno intorno la
guardavano; della quale cosa io allegrandomi, dissi: — Madonna, certo
bene conveniente mi pare che i gigli piccoli si coniunghino con i
grandi, i quali in questi tempi hanno cominciato a estendersi —. E lei
a questo non rispose, ma disse: — Figliuol mio, se i vicini del popolo
fiorentino, i quali si rallegrano del male della città di Firenze,
sapessero le tribolazione che hanno a venire
sopra di loro, non si rallegrerebbero del mal
d'altri, ma piangerebbeno sé medesimi: perocché sopra di loro verranno
maggiore tribolazione che sopra la città di Firenze —.
Dissi io allora: — Gloriosa Domina, benché io sia polvere
e cenere, dirò pure un'altra parola: se il popolo mi domanda se questa
promessa è assoluta (cioè se così sia
a ogni modo) o se ella è condizionata (cioè che così sarà se faranno la
tale o le tali cose), che debbo io rispondere?
—. Rispose: — Figliuolo, sappi che ella è assoluta, e che così sarà a
ogni modo: perché Dio provederà senza fallo i debiti mezzi per i quali
questa grazia promessa avra il suo fine —. E
disse: — Di agli increduli
cittadini fiorentini, i quali non vogliono credere se non quanto vedono,
che queste cose saranno a ogni modo e non ne cadrà uno iota in terra.
E faccino i cattivi cittadini e perversi uomini di Firenze quanto male
sanno e possano, che non impediranno tanto
bene, del quale loro non saranno partecipi, ma siano
da Dio castigati, se non si convertono a
penitenza. E di ai buoni e giusti quoniam
bene, quoniam fructum adinventionum suarum comedent, e che
tanto più e tanto meno aranno tribolazione
quanto più e quanto meno faranno osservare le buone leggi
e castigheranno gli uomini empi e scellerati, i
blasfematori e giocatori e quelli che
commettono il vizio indicibile contro natura, e quanto più o manco rimuveranno
della città tanta feccia, la quale è causa delle loro tribolazione, e
quanto più o meno vivranno da cristiani e sublimeranno le virtù e
scacceranno i vizi —.
Dissi io allora : — Non mi reputare presuntuoso, umile
e mansueta Regina, se io aggiungerò ancora questa altra parola. Se io
sono domandato : Quando haec erunti,
che rispondo io? —. Rispose e disse: — Cito et velociter. Ma di
loro che, così come quando tu cominciasti a predicare i flagelli della
Italia già sono cinque anni nella città di Firenze, benché già siano
più di dieci anni che tu gli cominciasti a predicare altrove, in quel
principio, quando tu dicevi che verrebbeno cito et velociter,
tu soggiungevi : " Io non dico questo anno, né questi due anni, né
quattro, né otto " e non passavi mai i dieci, e nientedimeno
il flagello è venuto innanzi e più presto che non si
credeva; così ora di : " Io dico cito et velociter, né
determino il presente mese d'aprile, né il mese di luglio né di
settembre, né uno anno né due né sei, né altro
tempo determinato : ma cito et velociter ". E però sarà forse
più presto che molti non credano —. E dette
queste parole, io fui licenziato.
Io ero tanto infiammato d'amore e tanto astratto da me
medesimo per la bellezza delle cose che io vedevo, che, non mi ricordavo
d'avere il corpo mortale, non mi sapevo da lei partire; e pure
sentendomi licenziare, dissi: — Vergine gloriosa, voi avete quassù
tanti ministri; pregovi, mandatene uno a fare questa risposta al
popolo fiorentino, imperocché io sono oramai tanto stracco per le
fatiche di molti anni già per lui portate, che io ho gran desiderio di
riposarmi un poco —. Dicendo io queste parole, cominciò tutta quella
santa multitudine a ridere della mia semplicità, e lei, ancora
surridendo, mi consolò e disse: — Adhuc libi grandis restat
via, sed confortare in Domino et esto robustus, quia Dominus tecum est
et, si perseveraveris usque in finem, salvus eris. E noi tutti ti
aiuteremo: non avere paura degli tuoi avversari, e sta allegro nelle
tribolazione, perché presto verrai alla nostra compagnia dopo molte
fatiche e avrai la corona della vita, quam
repromisit Deus diligentibus se —.
E io allora mi levai su e, con quanta umilità e
devozione potetti, ringraziai la Santissima Trinità e il nostro
Salvatore Iesù Cristo, raccomandando me e la città e gli miei frati
alla sua misericordia. Ringraziai poi la
gloriosissima Vergine Madre e lasciai nelle sue mane il cuor mio,
pregandola che ella fosse sempre nostra avvocata e ci confortasse
nelle nostre tribolazione. Ringraziai ancora tutto il resto della
corte celeste delle loro orazione, le quale ci avevano aiutati
impetrare tante grazie. Di poi, fatte le debite reverenzie, cominciai
a descendere la scala con tutta la nostra compagnia; e per il grande
giubilo che era nella anima mia, come prima mi trovai nel coro dei
Serafini, cominciai con alta voce a cantare: — Confitemini Domino
quoniam bonus, quoniam in saeculum misericordia eius —. E gli angeli
risposeno: — Dicat nunc Israel quoniam bonus, quoniam in saeculum
misericordia eius —. E così descendendo cantavo quel salmo CXVII, a
ogni versetto sempre gli angeli rispondendo : — Quoniam bonus, quoniam
in saeculum misericordia eius —, insino a nel versetto che comincia
Aperite eccetera. E perché il salmo non è così comune a tutti,
scriverremolo qui di sotto in questa forma:
Confitemini Domino quoniam bonus, quoniam in
saeculum misericordia eius. / Dicat nunc Israel quoniam bonus, quoniam
in etc. / Dicat nunc domus Aaron quoniam bonus,
f Quoniam in etc. / Dicant nunc qui timent Dominum. j Quoniam in etc.
/ De tribulatione invocavi Dominum et exaudivit me in latitudine
Dominus. / Quoniam in etc. / Dominus mihi
adiutor: non timebo quid facial mihi homo. / Quoniam in etc. / Dominus
mihi adiutor, et ego despiciam inimicos meos. / Quoniam in etc. /
Bonum est confidere in Domino quam confidere in nomine. / Quoniam in
etc. / Bonum, est sperare in Domino quam
sperare in principibus. / Quoniam in etc. / Omnes gentes circuierunt
me et in nomine Domini, quia ultus sum in eos. / Quoniam in etc. /
Circumdantes circumdederunt me et in nomine Domini, quia ultus sum in
eos. / Quoniam in etc. / Circumdederunt me sicut apes et exarserunt
sicut ignis in spinis et in nomine Domini, quia ultus sum in eos. f
Quoniam in etc. / Impulsus eversus sum, ut caderem: et Dominus
suscepit nie. / Quoniam in etc. / Fortitudo et laus mea Dominus: et
factus est mihi in salutem. I Quoniam in etc. / Vox exultationis et
salutis in tabernaculis iustorum. / Quoniam in etc. / Dextera Domini
fecit virtutem, dextera Domini exaltavit me, dextera Domini fecit
virtutem. / Quoniam in etc. / Non moriar sed vivam, et narrabo opera
Domini. / Quoniam in etc. / Castigans castigavit me Dominus et morti
non tradidit me. / Quoniam in etc. / Aperite mihi portas iustitiae, et
ingressus in eas confitebor Domino. Haec porta Domini: insti intrabunt
in earn. / Quoniam in etc. / Confitebor tibi, quoniam exaudisti me et
factus es mihi in salutem. / Quoniam in etc. / Lapidem, quem
reprobaverunt aedificantes, hic factus est in caput anguli. / Quoniam
in etc. / A Domino factum est istud et est mirabile in oculis nostris.
/ Quoniam in etc. / Haec dies, quam fecit Dominus: exultemus et
laetemur in ea. / Quoniam in etc. / O Domine, salvum me fac; o Domine,
bene prosperare: benedictus qui venit in nomine Domini. / Quoniam in
etc. / Benediximus vobis de domo Domini. Deus Dominus, et illuxit
nobis. / Quoniam in etc. / Constituite diem sollemnem in condensis
usque ad cornu altaris. / Quoniam in etc. / Deus meus es tu et
confitebor tibi; Deus meus es tu et exaltabo te. / Quoniam in etc. /
Confitebor tibi, quoniam exaudisti me et factus es mihi in salutem. /
Quoniam in etc. / Confitemini Domino quoniam bonus, /
Quoniam in etc. / Gloria Patri et Filio et Spiritui Sanato. / Quoniam
bonus, / Sicut erat in principio. Amen. /
Quoniam bonus.
E approssimandoci alla porta, cantai allora quel
versetto che dice: Aperite mihi portas iustitiae etc., e fatti
gli abbracciamenti e ringraziamenti con le dette recommendazione, una
altra volta adorammo la Maestà Eterna e uscimmo della porta,
seguitando il salmo e dicendo con le compagne nostre: — Confitebor
tibi, quoniam exaudisti — con gli altri versetti seguenti. Il quai
salmo finito, sparve ogni cosa.
Dopo questa predicazione, seguitando il predicare
pubblicamente, ho detto e molte volte riconfermato che il Re di
Francia è stato da Dio eletto ministro della sua giustizia e che lui
sarà vittorioso e prospererà etiam se tutto il mondo gli fosse
contrario. Vero è che, come particolarmente ho detto e scritto a lui,
per conservarlo in umilità e per i mali che fanno ai
suoi sudditi se lui non li corregge, avra di
molte tribolazioni,
e per la maggior parte se i non tratterà bene la città di Firenze,
così che Dio gli farà ribellare i popoli e
daralli molti avversarii e molte difficoltà,
perché Dio vuole che sia amico e fautore della città di Firenze, da
Dio eletta per principio della riformazione della Italia e della
Chiesa; e se esso non vorrà essere amico dei Fiorentini per amore, Dio
lo farà esser per forza. Nientedimeno, perché lui è eletto da Dio
ministro della sua giustizia, se si umilierà e riconoscerà la elezione
sua, non sarà sommerso dalle tribolazioni;
anzi, poi che sarà umiliato e purgato, si leverà su vittorioso e,
quando parrà agli uomini che lui totalmente sia
estinto, allora risorgerà
su con vittoria e, osservando quello che Dio
gli ha fatto dire, acquisterà gran regno; altrimenti facendo e
seguitando la via che non piace a Dio, potria essere reprobato da lui,
come fu reprobato Saul primo re di Israel, e potria esserne da Dio
eletto a questo ministero un altro in suo luogo, come fu eletto David
in luogo di Saul: perché queste promesse e grazie fatte a esso Re di
Francia sono condizionate e non assolute, come è assoluta la riforma
della Chiesa e le grazie promesse ai Fiorentini. E acciocché ogni uomo
intenda che vuole dire profezia assoluta e condizionata, è da notar
che Dio conosce le cose future in due modi: uno
è che le conosce secondo che sempre sono presente alla sua eternità,
l'altro modo è che le conosce secondo che esse procedono da l'ordine
delle lor cause. E benché Dio sempre le conosca in questi due
modi insieme, nientedimeno, perché lo effetto non riceve tutta la
virtù della sua causa, per la maggior parte quando la causa è molto
eccellente, come è Dio, gli profeti non ricevono sempre da Dio la
cognizione delle cose future in tutti due
questi modi insieme, ma alcuna volta secondo il primo modo, e allora
quella cognizione si domanda profezia di prescienzia ovvero di
predestinazione; alcuna volta la riceve secondo l'altro modo, e allora
tal cognizione si domanda profezia condizionata di comminazione ovvero
di promesse, perché bisogna intendere che tal cose preannunciate
verranno se non si muterà l'ordine delle cause dalle quale
ordinatamente hanno a procedere. E in questo modo Iona
disse: Adhuc quadraginta dies et Ninive subvertetur, le quale
parole non erano false, perché si intendevano così: che i peccati di
Ninive meritavano che da poi quaranta giorni lei fosse distrutta.
E similmente Esaia disse ad Ezechiel, re di
Ierusalem: Dispone domui tuae, quia morieris
tu, et non vives. Le quali parole si intendevano così, che la
disposizione del corpo suo era tale, che la ordinava alla morte, e per
via naturale non poteva campare. Il profeta dunque, che impara da Dio
e che semplicemente deve obbedire
a Dio, deve etiam preannunciare le cose future in quel modo che
a lui è comandato da Dio, altrimenti incorrerebbe in peccato, come
fece Iona, il quale per la inobbedienza
fu punito, come è descritto nella sua profezia. Dico adunque, ispirato
da Dio, che se il Re di Francia osserverà quello che abbiamo detto di
sopra, senza dubbio sara vittorioso e
acquisterà grandissimo regno; e se non osserverà le cose predette, a
gran pericolo andrà il fatto suo; e se le orazione dei giusti
non lo aiuteranno, sarà da Dio reprobato, come abbiamo detto di sopra.
Ancora ho detto più volte pubblicamente che tutti
quelli che tribolano i Fiorentini saranno
tribulati da Dio; e di questo, oltra la autorità del lume divino, ho
assegnata anche qualche ragione, perché, essendo mutato lo stato e la
forma della città di Firenze e non avendo questo nuovo stato né il
popolo, il quale come libero di sé al presente governa, fatto per
ancora male né ingiustizia a alcuno popolo o Signore, certa cosa è che
chi tribula ora i Fiorentini iniustamente gli offende, e però merita
di essere punito dalla divina giustizia.
Ancora ho predicato pubblicamente, e così confermo per
divina ispirazione, che se alcuno cittadino della città di Firenze,
dentro o di fuora, tenterà mai con effetto di farsi capo in essa città
o di guastare il presente governo, Dio gravemente punirà lui e la casa
sua e tutti quelli che lo seguiteranno, e alla fine gli farà tutti
capitar male.
Ancora più volte confermato da
il lume divino, ho pubblicamente replicato che quello che è stato
promesso alla città di Firenze a ogni modo sarà, etiam se tutto
il mondo le fosse contrario. E che se i Fiorentini vanno seguitando e
crescendo nel ben vivere, come hanno cominciato, prima diminuiranno
gran parte delle loro tribolazione, le quale hanno a venire innanzi
alle consolazione; secondo, faranno più presto venire le grazie a loro
promesse; terzo, ne saranno partecipi loro e gli suoi figliuoli,
avvenga che molto più gli suoi figliuoli che loro: perocché, benché le
grazie di sopra scritte siano assolutamente state promesse alla città
di Firenze, non sono però state promesse a alcuna particolari persona.
E però molti cattivi cittadini non ne saranno partecipi, se forsi i
non si emendano. Onde ho detto al popolo che notino in uno libro tutti
quelli che non credono e contradicono da una parte, e da l'altra tutti
quelli che credono e seguitano questa dottrina: e vederanno in breve
tempo che i sette ottavi di queste tribolazione toccheranno a quelli
che non credono e contraddicono. Conforto
dunque ognuno al credere e la sua fede dimonstrare con le opere.
Perché questo non poterà a lui nuocere, ma sommamente giovare a laude
e gloria del nostro Salvatore Cristo Iesù, qui cum Pâtre et Spiritu
Sancto est Deus benedictus in saecula saeculorum. Amen.
Io so che molti uomini animali e di queste cose
inesperti si faranno beffe di me e diranno queste cose essere state
trovate e ordinate per invenzione umana e essere piuttosto fazione
poetice che visione o profezie. Vadano costoro a leggere i Profeti,
per la maggior parte Ezechiel e Daniel e Zaccaria, e troveranno simile
cose fatte in loro dal Spirito Santo, le quale loro scrisseno non
dichiarando il mistero, ma lasciandolo a lo esercizio dei santi
dottori. E credino questi tali che gli profeti videno molto più cose
assai con innumerabile circonstanze, che non
scrissero. Ma io ho voluto estendere questa
visione con la sua dichiarazione per consolazione degli eletti e per
torre via molte calunnie degli avversarii, benché mia intenzione era
piuttosto di asconderla. Ma, come ho detto, sono stato costretto a
scriverla. E tutto quel che io ho scritto è vero e non ne
caderà uno minimo iota in terra che non si adempia. E
benché io mi sia sforzato di scrivere ogni cosa chiaramente,
nientedimeno credo che molti incorreranno in diverse dubitazione, come
etiam molte dubitazione sono negli Evangelii, i quali paiono
così chiari, e molte più nei Profeti, nei quali pare ancora che siano
molte contraddizioni, le quale con gran fatica
concordano i santi dottori. E gli eretici e cattivi uomini in esse si
avviluppono e rimangono eccecati, unde disse lo Apostolo ai
Corintii: Si etiam opertum est Evangelium nostrum, in iis qui
perenni est opertum, in quibus deus huius saeculi excaecavit mentes
infidelium, ut non fulgeat illuminatio Evangelii gloriae Christi, qui
est imago Dei. E però se questa nostra operetta partorirà ad
alcuni qualche dubitazione, nessuno se ne deve meravigliare.
Spero però che chi la leggerà col cuore retto ritroverrà facilmente la
soluzione d'ogni cosa, e chi pure non la sapessi trovare per sé
medesimo, vivendo ancora lo autore ricorra a lui o, morto lui, ai suoi
discepoli e familiari, e seragli satisfatto appieno in ogni cosa.
Altrimenti facendo, manifesterà di sé medesimo che non è amatore della
verità ma calunniatore del suo fratello, e provocherà contro a sé il
giudice Eterno, il qual dirà contro a lui: —
Os tuum abundavit malitia et lingua tua concinnabat dolos.
Sedens adversum fratrem tuum loquebaris, et advenus filium matris
tuae ponebas scandalum. Haec fecisti et tacui.
Existimasti inique quod ero tui similis. Arguam te et statuam te
contro faciem tuam —. Se gli uomini credono ai libri dei
mercatanti e alle carte e pubblici instrumenti
antiquissimi dei notarii e ai altri uomini, dei quali è scritto
Omnis homo mendax, e agli astrologi fallaci
e ai demonii, ai quali i gran maestri spesso vanno a domandar
consiglio e i quali son bugiardi e padri e maestri delle bugie, quanto
maggiormente doveriano credere queste cose delle quale hanno già buona
parte viste venire, e per la maggior parte non mi avendo loro mai
potuto trovare in bugia, praesertim avendo Dio già dato loro
molti segni che queste cose sono da lui e non da invenzione umane!
Prego gli eletti di Dio che in tanta contraddizione non si conturbino,
ma tanto più si debbino firmare in questa fede quanto più veggono le
nostre cose assimilarsi alla dottrina di Cristo e dei Profeti e degli
apostoli e di tutti gli altri santi, così nella verità e nel modo come
nelle persecuzione, come ho molte volte dichiarato per le Sacre
Scritture. Ringrazino Dio che ha loro donato tanto lume che conoschino
la verità che procede da lui, e non si maraviglino se molti non
credono e altri ci perseguitano, perché Cristo con altra efficacia che
non facciamo noi predicava al popolo ebraico e confirmava la sua
dottrina con miracoli grandi e stupendi, e nondimeno pochi credettono
in lui e molti il perseguitorono in tanto che il dì della sua Passione
ogni uomo lo abbandonò e rimase la perfetta fede solo nella Vergine
Madre. E nessuno deve dubitare che gli eletti di Dio si perdine,
perché, come dice lo Apostolo, " firmum fundamentum Dei stat,
habens signaculum hoc: ' Cognovit Dominus qui sunt eius ' et '
Discedat ab iniquitàte omnis, qui invocai nomen Domini '. In magna
autem domo non solum sunt vasa
aurea et argentea, sed et lignea et fictilia et quaedam quidem in
honorem, quaedam autem in contumetiam. Siquis ergo emundaverit se ab
istis, erit vas in honorem sanctificatum et utile domino, ad orane
opus bonum paratum ". Itaque Regi saeculorum immortali,
invisibili, soli Deo honor et gloria in saecula saeculorum.
Amen.
FINIS DEO GRATIAS