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COMPENDIUM REVELATIONUM
COMPENDIO DI RIVELAZIONE DELLO INUTILE SERVO DI IESÙ CRISTO FRATE IERONIMO
DA FERRARA DELLO ORDINE dei FRATI PREDICATORI.
(1) Benché lungo tempo in molti
modi per ispirazione divina io abbia predette molte cose future,
nientedimeno, (2)
considerando la sentenza del nostro Salvatore Cristo
Iesu,
che dice: "Nolite
sanctum dare canibus nec mittatis margaritas vestras ante porcos, ne forte
conculcent eas pedibus et, conversi, dirumpant vos,"
sono sempre stato scarso nel dire, e non mi sono esteso più che mi sia parso
essere necessario alla salute degli uomini, in modo
che le conclusioni nostre sono state poche (avvenga
che molte siano state le probazioni,
esortazioni e persuasioni a
farle credere), tenendo sempre segreto il
modo e la moltitudine delle visioni
e molte altre rivelazioni; le quali
non ho mai detto, non essendo io stato ispirato a
dirle e non parendomi necessario alla salute, né
essendo ancora dispositi gli uomini a crederle. Ora, costretto da necessità,
mi sono mosso a scrivere le cose future, per la maggior parte le più
principali e di maggiore importanza, le quali
pubblicamente ho predicato, sì perché molti,
essendosi sforzati di scrivere predicando io attualmente, non hanno raccolto
pienamente la verità ma molto discontinuamente e etiam con molte
falsità, non potendo loro correre tanto con la penna quanto io correvo con
la lingua: sì etiam perché alcuni altri, o per non avere bene inteso
o per malizia, hanno seminato nel popolo quel che io non ho detto o
diminuito quel che io ho detto, e etiam
alcuna volta depravato. Mi sforzerò dunque di ridurre tutto quel che io ho
detto in pubblico delle cose future in brevità, lasciando il modo come io le
ho avute e le probazione delle Sacre Scritture le quali
le ho applicate, descrivendo però pienamente quella
visione della ottava della Annunziazione, per essere stata scritta
imperfettamente da molti e mandata in diversi luoghi. E questo
principalmente mi ha eccitato a scrivere per l'onore
di Dio: acciocché le cose sue non venghino in
derisione, per la maggior parte essendomi detto che queste nostre cose così
scorrette e piene d'errori sarebbero messe in stampa e pubblicate per tutto;
e acciocché per nessun modo elle possino esser viziate e distorte,
le ho pubblicate così latine come vulgari,
perché così saranno più comune a ciascuno. Pregando tutti gli
uomini e le donne che le leggeranno che, se odono dire me aver pronunziate
altre cose nel tempo passato insino al presente giorno nel quale è stato
composto questo libretto che quelle le quali in esso
siano scritte, non le credino,
perché i nostri amici tepidi e sapienti di questo
mondo mi hanno apposte molte cose false così dentro di
Firenze come di fuori, benché più fuori che dentro. Io so però che ancora
queste così scritte saranno diversamente interpretate, iuxta illud Danielis
XII: "Plurimi pertransibunt et, multiplex erit identici
", idest opinio, e da molti etiam
saranno derise; nientedimeno chi le leggerà con semplicità di cuore credo
che sarà illuminato dalla verità e ne farà qualche
buon frutto, quia scriptum est: " Cum semplicibus sermocinatio
eius" et iterum:
(3)
" Abscondisti haec a sapientibus et
prudentibus et revelasti ea parvulis ". Ma
innanzi che io entri nella narrazione delle cose che noi abbiamo a dire, mi
pare necessario per intelligenza di quelle dichiarare brevemente il modo
delle rivelazione profetiche, a fine che ognuno intenda come i profeti
imparano da Dio quello che essi predicano ai
popoli. Perché dunque, come è scritto nel primo libro dei
Re al IX capitolo, (6)
qui propheta dicitur hodie, vocabatur olim
videns,
(7)
profeta propriamente è
chiamato
colui che vede cose lontane dalla cognizione naturale d'ogni creatura,
avvenga che il profeta ancora impari mediante il lume della profezia cose
assai le quali non sono lontane dalla cognizione
umana, (8)
perché quel lume si può estendere a
tutte le cose così umane come divine.
(9) Lontane dalla cognizione
naturale d'ogni creatura sono le cose future contingenti,
per la maggior parte quelle che procedono dal libero arbitrio,
(10) le quali
in sé medesime non possono essere conosciute né dagli
uomini né da veruna altra creatura, perché non sono
presenti se non alla eternità, la quale abbraccia
ogni tempo; (11)
né possono essere ancora conosciute dalla creatura razionale
né etiam dalla intellettuale nelle cause loro,
(12)
perché, essendo le cause indifferenti
a produrle e non produrle,
(13) non può l'intelletto
creato vedere a quale
parte esse cause si inclineranno; e però tutte le arte divinatorie
sono reprobate dalle Scritture e dai canoni, il capo
delle quali è l'astrologia
iudicatoria : (14)
perché conoscere le cose
future contingenti
è proprietà della sapienza divina, in presenza della quale è ogni cosa
preterita, presente e futura, sicut scriptum est:
(15) "
Omnia sunt nuda et aperta oculis eius ".
(16)
Dunque le cose future contingenti
non si possono conoscere per alcuno lume naturale, ma solo Dio è quello che
le conosce nella eternità del suo lume, e da lui solo le imparano
quelli ai quali lui si degna riverarle.
(17)
Nella quale rivelazione fa due cose :
una è che infonde un lume sopranaturale
al profeta,
(18) il quale lume è una certa
participazione della sua eternità, per la quale il profeta giudica di quello
che gli è rivelato due cose, idest e che le
sono vere e che le sono da Dio;
(19) ed
è di tanta efficacia questo lume, che fa il profeta così certo di queste due
cose come il lume naturale fa certi i filosofi dei
primi principi delle scienze e come fa anche certo ciascun uomo che
due e due fa quattro. L'altra
cosa che fa Dio in questa rivelazione è che propone distintamente al profeta
quello che egli vuole che conosca e preannunci!; e
questo lo fa in molti modi, sicut scriptum est
Osée XII capitolo: "
Locutus sum super prophetas, et ego visionem multiplicavi, et in manu
prophetarum assimilatus sum ". Qualche volta
quello che ha da preannunciare il
profeta lui glielo infonde nell'intelletto senza
altra visione immaginaria, in quel modo che infuse la sapienza a Salomone
: e in questo modo profetò David profeta; alcuna volta nella immaginazione
forma diverse figure e visioni immaginarie, le quali
significano quello che ha da intendere e da
preannunciare il profeta. E lui per il lume sopradetto intende tutta la
significazione delle predette visioni, altrimenti non
si potrebbe chiamare profeta; onde è scritto in
Daniele al X capitolo: Intelligentia opus est in visione. E molte
volte in quelle visioni sente dentro pronunziare
diverse parole da diverse persone alla mente sua rappresentata, le quali
parole sa, (20)
mediante il lume sopradetto,
che procedano da Dio per ministero degli angeli. Alcune
volte Dio propone ai sensi
esteriori, massimamente agli
occhi, cose significative di quello che si ha a manifestare, come si
legge in Daniele al V capitolo della mano che scrisse nel muro, dinanzi agli
occhi di Baltasar: Mane. Thecel. Phares; le quali
parole vide Daniel profeta con gli occhi esteriori e
interpretandole con il lume interiore.
(4) Ed
è da notare che queste apparizioni esteriori
e etiam immaginarie le fa Dio per il ministero angelico,
come dice santo Dionisio nel
libro " De caelesti hierarchia ", perché ogni
cosa che è da Dio è ordinata, iuxta illud Apostoli: " Quae
a Dea sunt, ordinata sunt "; e l'ordine della sua sapienza è di disporre
le cose infime per le medie e le medie per le supreme. Essendo dunque
gli angeli mezzani tra Dio e gli
uomini, (21)
le illuminazioni profetiche vengono
da Dio per mezzo degli angelici spiriti, i
quali non solamente dentro illuminano e muovano la fantasia a diverse
apparizioni, ma etiam parlano dentro ai
profeti, ai quali ancora appaiono di fuori molte volte in forma umana e
annunziano loro le cose future e ammaestrandoli di molte cose che hanno a
fare; e per il lume predetto i profeti conoscono chiaramente quelle
apparizioni essere angeliche e
quello che di cui parlano essere
vero e provenire dalla divina sapienza. In questi tre
modi abbiamo avute e conosciuto le cose future,
alcune in uno alcune in un altro; benché in qualunque di questi modi io le
abbia avute, sempre sono stato certificato della
verità per il lume predetto.
Vedendo
l'onnipotente Dio moltiplicare i peccati dell'Italia,
per la maggior parte nei capi così ecclesiastici come secolari, non potendo
più sostenere, determinò purgare la Chiesa sua per uno gran flagello. E
perché, come è scritto in Amos profeta, non faciet Dominus Deus verbum,
nisi revelaverit secretum suum ad servos suos prophetas, volse per la
salute dei suoi eletti, acciocché innanzi al flagello si preparassino a
soffrire, che nella Italia questo flagello fosse
preannunciato; e essendo Firenze in mezzo l'Italia
come il cuore in mezzo il corpo, s'è degnato di eleggere questa città nella
quale siano tale cose preannunciate, acciocché per lei si sparghino negli
altri luoghi, come per esperienza vediamo esser fatto al presente.
Avendo
dunque tra gli altri suoi servi eletto me indegno e inutile a questo
officio, mi fece venire a Firenze per commissione dei
miei superiori l'anno 1489, nel quale anno cominciai a esporre pubblicamente
al popolo la Apocalissi in Santo Marco nostro il
primo dì di agosto, che fu in domenica. E predicando tutto quell'anno
in Firenze, tre cose continuamente proposi al popolo : la prima, che la
Chiesa se doveva a rinnovare in questi tempi; la seconda, che innanzi a
questa rinnovazione Dio darebbe un grande flagello a tutta la Italia; la
terza, che queste cose accadranno presto. E queste tre conclusioni mi
sforzai sempre di provarle con ragione probabile e figure delle Scritture e
altre similitudini ovvero parabole fondate sopra
quello che si vede al presente nella Chiesa, non dichiarando loro che io
avessi queste cose per altra via che per queste ragione, perché non mi
parevono ancora dispositi al credere. Da poi, procedendo più oltre gli anni
seguenti e vedendo migliore disposizione negli uomini al credere, produssi
qualche volta fuori alcuna visione, non dicendo però che visione fosse,
ma proponendola per modo di parabola. Da poi, vedendo la gran contraddizione
e derisione che io avevo quasi da ogni generazione di uomini, molte volte
come pusillanime mi proponevo di predicare altre cose che quelle; e non lo
potevo fare, perché ogni altra cosa che io leggevo o studiavo mi veniva a
noia e, quando la volevo predicare, tanto mi dispiaceva, che io etiam
venivo a noia a me medesimo. E ricordai che la prima quadragesima che io
predicai in Firenze in Santa Reparata nel 1490, avendo già composta la
predicazione della domenica seconda, la quale pure era di tale materia,
deliberai di lasciarla e di non predicare più di tale cose. Testimone mi è
Dio di questo, che tutto il giorno del sabato e tutta la notte vigilai,
infino alla mattina della domenica, e non potetti mai volgermi ad altro,
tanto mi fu serrato ogni passo e tolta ogni altra dottrina eccetta quella; e
sentii la mattina, essendo per la lunga vigilia molto
lasso, dirmi: — Stolto, non vedi tu che la volontà di
Dio è che tu predichi in questo modo? —. E così quella mattina feci una
spaventosa predicazione. E sanno quelli che continuamente mi hanno udito
quanto le Scritture, le quale ho prese a esporre, siano sempre venute a
proposito di questi tempi; e tra le altre cose una ne è stata più
meravigliosa agli uomini di grande ingegno e
dottrina: che, avendo io cominciato a predicare sopra la
Genesi nel 1491 e avendo continuato insino al 1494 per tutti gli avventi e
le quadragesime (eccetta una, nella quale predicai a Bologna) e sempre
ricominciando a quel punto del testo della Genesi
dove io avevo lasciato o l'avvento o la quadragesima
precedente e continuando sempre l'esposizione del
testo, non potè mai raggiugnere al diluvio se non
quando cominciarono queste tribulazioni, così che
tutto l'avvento e tutta la quadragesima del 1494
consumai nel mistero della fabbricazione dell'arca di
Noè, e appunto lasciai le predicazioni in quel loco
dove dice la Scrittura: Cenacula et tristega facies in ea; e di poi
ricominciando a predicare di settembre, il dì di santo Matteo apostolo, e
proponendo il testo dove io avevo lasciato, cioè Ecce ego adducam aquas
diluvii super terrain eccetera,
sapendosi già pubblicamente che il Re di Francia con le sue genti
era entrato in Italia, subito a queste parole della
Genesi molti, sbigottiti, constatarono questa lezione della
Genesi essere stata di mano in mano così condotta per occulto instinto di
Dio. Tra i quali uno fu il conte Ioanni
della Mirandola, uomo di dottrina e d'ingegno nella nostra età singolare;
il quale poi mi disse che a quelle parole tutto si sentì commuovere e
arricciarsi i capelli. Ritornando dunque al proposito
nostro, dico che queste cose future per la indisposizione del popolo le
preannunciavo in quei primi anni con le probazione delle Scritture e con
ragione e diverse similitudini. Di poi cominciai a
allargarmi e dimostrare che queste cose future io avevo per altro lume che
per sola intelligenza delle Scritture; e di poi ancora cominciai più ad
allargarmi e a venire alle parole formate a me
ispirate dal cielo, e tra le
altre spesso replicavo queste: — Haec dicit Dominus Deus: Gladius Domini
super terram cito et velociter —. E un'altra volta : — Haec dicit
Dominus Deus: Gaudete et exultate, iusti;
verumtamen parate animas vestras ad tentationem lectione, meditatione et
oratione: et liberabimini a morte secunda. Et vos, o servi nequam, qui in
sordibus estis, sordescite adhuc; venter vester impleatur mero, renés vestri
dissolvantur luxuria, et manus vestrae sanguine pauperum polluantur: haec
enim est pars vestra et haec sors. Sed scitote quia corpora vestra et animae
vestrae in manu mea sunt et post breve tempus corpora vestra flagellis
conterentur, animas autem vestrasigni perpetuo tradam
—. Le quali parole non sono cavate dalle Sacre
Scritture, come credevano alcuni, ma sono pure nuovamente venute da cielo. E
perché in una visione ci sono molte parole, delle
quali parte ne dissi pubblicamente benché la visione
celassi, acciocché la non fosse derisa dagli increduli, mi è parso
necessario questa sola descrivere, Acciocché s'intenda cosi
in che ordine furono dette le parole le quale
pubblicamente recitai.
Vidi
dunque nell'anno 1492, la notte precedente a l'ultima
predicazione che io feci quell'avvento in Santa
Reparata, una mano in cielo con una spada, sopra la
quale era scritto: Gladius Domini super terram
cito et velociter, e sopra la mano era scritto:
Vera et insta sunt indicia Domini; e sembrava che il braccio di
quella mano procedesse da tre facce in una luce,
delle quali la prima disse: — Iniquitas sanctuarii mei clamat
ad me de terrra —; la seconda rispose: —
(22)
Visitabo
ergo in virga iniquitates eorum et in verberibus peccata eorum —;
la terza disse: — Misericordiam meam non dispergam
ab eo, neque nocebo in veritate
mea, et miserebor pauperi et inopi
—. Iterum la prima replicò: —
Oblitus est populus meus mandatorum meorum diebus innumeris —; la
seconda rispose: — (23)
Conteram ergo et confringam et non miserebor
—; la terza disse: — Memor ero ambulantium in praeceptis meis —. E di
poi venne una voce grande da tutte tre le facce sopra tutto il mondo e
disse: — Audite, omnes habitatores terrae. Haec dicit Dominus: Ego
Dominus loquor in zelo sancto meo. Ecce dies venient et
gladium meum evaginabo super vos. Convertimini ergo ad me,
antequam compleatur furor meus: tunc enim, angustia
superveniente, requiretis pacem, et non veniet
— Dette queste parole, parvemi di veder tutto il mondo
e che gli angeli discendessero
di cielo in terra vestiti di bianco con moltitudine
di stole candide in spalla e croce rosse in mano, e andavano per il mondo
proferendo a ciascun uomo una veste bianca e una croce; alcuni uomini le
accettavono e d'esse si vestivono; alcuni altri non volevono accettarle,
benché non impedissero agli altri che le accettavono;
altri né le volevono accettare né permettevono che gli altri le accettassino
: e questi erano i tiepidi e sapienti di questo
mondo, i quali se ne facevono beffe e si sforzavano
di persuadere il contrario. Da poi questo la mano rivolse la spada verso la
terra, e subito parve che si ranugolasse tutto l'aere
e che piovesse spade e gragnuola con gran tuoni e saette e fuochi; e fu in
terra fatto guerra, pestilenza e carestia e gran tribolazione. E vedevo gli
angeli andare per mezzo i popoli e dar bene d'uno chiaro vino a quelli che
avevono la veste bianca e la croce in mano; e bevevano
e dicevano: — Quam dulcia faucibus nostris eloquio, tua, Domine! —; e
la feccia che era nel fondo del calice davano bere agli altri e non volevono
bere, e sembrava che si volessero convertire a penitenza, e non potevano, e
dicevano: — Quare oblivisceris nostri, Domine? —; e volevano
elevare gli occhi e riguardare a Dio e non erano lasciati, gravati dalla
tribolazione : perché erano come ebbri, e sembrava
che gli uscisse loro il cuore di mezzo
al petto e andava cercando le voluttà di questo mondo, e non
la trovava; e loro camminavano come insensati, senza
cuore. Fatto questo, udi' una grandissima voce da quelle tre facce, che
disse: — Audite ergo verbum Domini: Propterea expectavi vos, ut miserear
vestri. Venite igitur ad me, quia benignus et misericors sum, faciens
misericordiam omnibus qui invocant me. Quod si
nolueritis, avertam oculos meos a vobis in perpetuum
—. E convertissi da poi i giusti e disse: — Vos
autem gaudete, iusti, et exultate: quia, cum pertransierit
brevis ira mea, peccatorum confringam cornua et exaltabuntur cornua iusti
—. E subito sparí ogni cosa e mi fu detto: — Fili, si peccatores haberent
oculos, vidèrent utique quam gravis et dura sit haec pestis et acutus
gladius —. E per dura peste e acuto coltello intendeva il governo dei
cattivi prelati e predicatori di filosofia, i quali
non entrano nel regno dei cieli
né lasciano intrarvi gli altri: volendo dimostrare per questo che la Chiesa
stava tanto male, che gli era peggiore la guerra di costoro che non sono
tutte le tribolazione corporali che gli possono
avvenire. E però mi fu detto che io esortassi i
popoli a pregare Dio che mandassi il timore suo in terra e rinnovassi
l'amore e la memoria di benifici della Passione del Figliuolo di Dio nei cuori
umani e che mandassi buoni pastori e predicatori, i quali pascessero
il suo gregge e non sé medesimi.
Di poi
dissi, ancora illuminato da Dio, che passerá i monti uno a similitudine di
Ciro, del quale scrive Isaia: Haec dicit Dominus Christo meo Cyro,
cuis apprehendi dexteram, ut subiciam ante faciem eius
génies et dorsa regum vertam, et aperiam coram eo
ianuas, et portae non claudentur. Ego anteibo et gloriosos terrae humiliabo,
portas aereas conteram et vectes ferreos confringam. Et dabo tibi thesauros
absconditos et arcana secretorum, ut scias quia ego Dominus, qui voco nomen
tuum, Deus Israël, propter servum meum Iacob et
Israël electum meum. E dissi che l'Italia
non si confidasse né in rocche né in fortezze, perché lui le piglierebbbe
con le meluzze, idest senza difficultà. Dissi ai
Fiorentini (intendendo io massimamente di quelli che governavano a quel
tempo) che loro piglierebbero il consiglio al
contrario, idest che s'accosterebbono con quello che doveva esser
perdente; dissi che sembrebbero come ebbri e che
perderebbero ogni consiglio. Le quale cose loro non
credevano etiam quando cominciavono ad
approssimarsi e io dicevo che la sapienza umana li ingannerebbe. Io lascio
stare le cose particolari, le
quali non dissi in pubblico per non generare scandalo,
ma io le dissi a certi miei familiari, come fu il tempo determinato della
morte di Innocenzio Vili e di Lorenzo dei Medici e la rivoluzione
del stato di Firenze, la quale dissi che sarebbe quando il Re di Francia
sarebbe in Pisa; e simile altre cose particolari,
le quali, perché io non dissi in pubblico, forse non
sarebbero state credute
che io le avessi dette, scrivendole al presente. Appropinquandosi poi il Re
di Francia e la rivoluzione dello
stato fiorentino, benché io avessi visto sopra della città di Firenze la
spada e molto sangue sparso, pur, considerando che
Dio la doveva eletta a udir pronunziare tutte queste
cose, mi venne grande speranza che questa profezia fosse condizionata e che,
se loro facevano penitenza, Dio gli avrebbe perdonato
almeno in parte. E il primo dì di novembre, idest il dì di Ogni Santi
con i due dì seguenti, come sa tutto il popolo, tanto
esclamai in pergamo che quasi io mi infermai; e feci imporre digiuni per
tutta la terra a pane e acqua e fare molte orazioni,
spesso esclamando forte queste parole, le quale vengono da quella
medesima fonte che l'altre dette di sopra,
videlicet: — O Italia, propter peccata tua venient tibi adversa. O
Florentin, propter peccata tua venient tibi adversa. O clerica, propter te
orta est haec tempestas
—, dicendo e replicando che l'Italia
andrebbe sottosopra, e specialmente la città di Roma,
esclamando etiam e dicendo: — O nobiles, o sapientes, o plebei,
manus Domini valida super vos, cui nec potentia nec sapientia nec fuga
resistere poterit. Propterea expectavit vos Dominus, ut misereatur vestri.
Convertimini ergo ad Dominum Deum vestrum in toto
corde vestro, quia benignus et misericors est. Quod si nolueritis, avertei
oculos suos a vobis in per-petuum — Da poi
venendo il cristianissimo Re di Francia, fui pregato dai
Signori fiorentini che io dovessi andare per loro alla sua Maestà
ambasciatore insieme con alcuni altri cittadini; e io con i nostri padri e
altri cittadini consigliandomi se dovevo andare, da
tutti unanimiter fui consigliato che io andassi. Essendo dunque non
tanto da loro e dalla città quanto più dalla carità costretto, accettai; e
andai con i predetti ambasciatori nostri compagni e,
presentatici da lui in Pisa, parlai alla sua Maestà
come da Dio fui illuminato, cioè in questa forma: —
Lo onnipotente Dio, nella mano del quale è ogni potestate e ogni regno,
cristianissimo Re e ministro magno della divina giustizia, distribuisce e
comunica la infinita sua bontade alle
sue creature per due vie, cioè per la via della misericordia e per la via
della giustizia: per via della misericordia traendo a sé e convertendo al
suo amore la creatura, per via della giustizia molte volte scacciandola da
sé per i suoi demeriti. Le quale due vie sono però tanto unite, che in tutte
le opere e creature sua si trovano sempre insieme, sicut scriptum est:
" Universae viae Domini misericordia et veritas "'. Ai dannati fa
giustizia, perché gli punisce dai loro peccati; fa
etiam misericordia, perché gli punisce citra il condigno, cioè
anche se non meritano. Ai beati fa misericordia, perché da a
loro gloria maggiore che non meritavano le operazione e le
loro fatiche; fa ancora giustizia, perché da a loro della
sua gloria più e meno, secondo che più e meno si sono affaticati. E perché
il mezzo participa della natura degli estremi, quello che abbiamo detto dei
dannati e dei beati si può facilmente comprendere
nelle altre creature, cioè che la misericordia e la giustizia sempre vanno
insieme, benché abbiano diverse condizione e diversi
effetti: perocché alla misericordia appartiene pazientemente tollerare i
peccati, lungamente aspettare
e ai peccatori a penitenza, soavemente
chiamarli e a sé tirargli, dolcemente, poi quando
sono venuti, abbracciarli, clementemente perdonarli, benignamente giustificarli,
largamente magnificarli nella sua grazia e copiosamente glorificarli nelle
infinite ricchezze della sua gloria. Alla giustizia appartiene, poi che
pazientemente ha tollerato il peccatore e lungamente aspettato
e soavemente molte volte chiamato, non avendo voluto venire, privarlo della
sua grazia, togliergli le virtu, sottrargli
la sua luce, ottenebrargli lo intelletto, lasciarlo cadere in ogni
precipizio di peccati, fargli cooperare ogni cosa in male e finalmente
punirlo nel supplizio dell'inferno
senza fine. Avendo dunque la immensa bontà di Dio amatrice degli uomini
pazientissimamente tollerati i gravi peccati dell'Italia
e lungamente già tanti anni aspettatola a penitenza e
soavemente innumerevoli volte per molti suoi servi
chiamatola e non avendo lei voluto aprire le orecchie né conoscere la voce
del suo pastore né far penitenza dei suoi peccati, anzi convertendo la
pazienza di Dio in superbia e moltiplicando ogni dì
più le offese e aggravando i suoi peccati, non conoscendo né curando
dei benifici di Dio, anzi sprezzando
il battesimo e il sangue di Cristo e facendo
faccia di meretrice e la fronte dura come diamante,
ha deliberato il magno e onnipotente Dio procedere oramai contro
di lei per la via della giustizia. E perché, come abbiamo detto, la
misericordia e la giustizia sempre sono unite in tutte le opere divine,
tanta è stata la sua bontà, che per fare al popolo suo giustizia con
misericordia, manifestò a uno suo inutile servo tra gli altri questo
sacramento, cioè che intendeva riformare la Chiesa sua mediante un grande
flagello; il quale sacramento questo servo inutile, per ispirazione e
comandamento di Dio, già sono passati quattro anni cominciò a predicare
nella città di Firenze. Nel quale tempo non ha mai fatto altro che gridare
per condurre gli uomini a penitenza. Testimone di questo è tutta la città,
testimone i nobili e testimone gli ignobili, uomini e donne, piccoli e
grandi, cittadini e contadini; tra i quali pochi
credevano, altri non credevano, altri se ne facevano beffe. Ma Dio, che non
può mentire, ha voluto verificare le sue parole e ha fatto venire ogni cosa
appunto come lui fece preannunciare insino a questa ora presente, acciocché
gli uomini intendino che quello che non è ancora
venuto ed è stato preannunciato verrà senza dubbio in
quel modo che è stato detto; e di questo ancora ne son testimone tutti
quelli che abbiamo nominati di sopra. E benché il servo inutile non
nominasse mai la tua Corona, non essendo la volontà
di Dio che ancora lei fosse nominata, nientedimeno essa era quella la quale
lui nel suo predicare intendeva e latentemente accennava e la quale
finalmente si espettava. Itaque tandem advenisti, o Rex; advenisti,
minister Dei; advenisti, minister iustitiae. Dico
che finalmente tu sei venuto, o Re; tu sei venuto,
ministro di Dio; tu sei venuto, ministro della
giustizia: tu sia sempre il benvenuto. Noi ti riceviamo col cuor
giocondo e con la faccia lieta : la tua venuta ha
allietato
i nostri cuori, ha esilarato
le mente nostre, ha fatto rallegrare tutti i servi di Cristo e tutti quelli
che amano la giustizia e desiderano di ben vivere:
perché sperano che Dio per te abbasserà la superbia dei superbi, esalterà la
umiltà degli umili, prosternerài vizi, esalterà le virtù, radrizzerà le cose
torte, rinnoverà le antiche e riformerà tutto quello
che é deforme. Vieni dunque lieto, sicuro e trionfante, poiché Colui ti
manda, che per nostra salute trionfò
sul legno della croce. Nientedimeno, o Re cristianissimo,
attentamente ascolta le parole mie e legatele al cuore : il servo inutile,
al quale è stato rivelato questo sacramento da parte di Dio, idest
della Santissima Trinità, Padre Figliuolo e Spirito Santo, e del nostro
Salvatore Iesù Cristo, vero Dio, Figliuol di Dio, vero uomo, Re dei re e
Signor dei signori, e di tutta la corte celestiale, te,
da lui mandato, esorta e ammonisce che, a
similitudine sua, tu faccia in ogni luogo misericordia, per la maggior parte
nella sua città di Firenze, nella quale benché siano molti i
peccati, ha però in lei molti servi e serve così nel seculo
come nella religione, per i quali tu dovresti riguardare la città acciocché
più quietamente possine pregare per te e aiutarti in questa tua spedizione.
Da parte di Dio ti esorta e ti ammonisce il servo inutile che con ogni
diligenzia tu riguardi e difenda la innocenza, le vedove e i
pupilli e le miserabili persone, e massimamente la pudicizia praesertim
dei monasteri! delle spose di Cristo, acciocché per
te non si moltiplichino i peccati, i quali moltiplicandosi
debiliteranno le forze della gran potenza che lui ti
ha data. Da parte di Dio ti esorta e ti ammonisce a perdonare le offese,
cioè che se dal popolo fiorentino o da altri popoli tu sei
stato offeso, volentieri tu inclini l'animo a
perdonare, perché ignorantemente hanno peccato, non sapendo te esser mandato
da Dio: ricordati del tuo Salvatore, il quale, pendendo in croce, perdonò ai
suoi crocifissori. Le quale cose se tu, o Re, farai, Dio dilaterà il tuo
regno temporale e ti darà vittoria in ogni luogo, e finalmente ti darà il
regno perpetuo, qui solus beatus est et potens, Rex regum et Dominus
dominantium, qui solus habet immortalitatem et lucern
habitat inaccessibìlem, quam nullus hominum vidit sed
nec videre potest, cui est honor et imperium per
infinita saecula saeculorum. Amen —.
Di poi
esposi la ambasciata del popolo fiorentino, la quale non è necessario
scrivere in questo luogo.
In
questo tempo si rivolse lo stato di Firenze e,
ritornati noi alla città, iterum cominciai a predicare che
s'attendesse alle orazioni e a
perseverare in penitenza; per la quale ogni uomo è testimone
che la misericordia di Dio ha liberato il popolo fiorentino da grandissimi
pericoli.
Di poi
seguitando le predicazione, dissi che i Fiorentini dovevano
ancora a passare molte acque e che avrebbero
dell'altre tribulazioni, e che
la Italia, e specialmente Roma, andranno sottosopra
(non dicendo però mai né da chi né quando né in che modo), e che i prelati
della Chiesa e i principi dell'Italia non hanno altro
rimedio che la penitenza, e che questo è solo e unico rimedio; e non varrà
loro avere denari assai e soldati e roccaforti,
perché quando bene avessino ducati senza fine e soldati fortissimi senza
numero e le mura di ferro e le rocche di diamanti, non gioverà
loro nulla, anzi fuggiranno come femminucce, perché Dio gli
acciecherà e li priverà
di forza e di consiglio, come è scritto in Iob: Adducit consiliarios in
stultum finem et indices in stuporem. Balteum regum dissolvit et praecingit
fune renés eorum. E dissi che uno barbiere non potria radere tutta la
Italia e che ne verranno degli altri: e così sarà senza dubbio; dicendo
etiam molte altre cose, le quale non sono fuori della sentenza delle
precedenti, dato che alcuna volta mutassi le parole,
eccetto questo, che io preannunciai la conversione degli infedeli, cioè dei
Turchi e dei Mori, che ella doveva a essere in questo tempo, dicendo così: —
Sunt multi de hic stantibus, qui
haec videbunt —. E di questo fui illuminato grande tempo innanzi. Onde
nel 1492, predicando in Santo Lorenzo in Firenze la quadragesima, vidi la
notte del venere santo due croci: prima una nera in
mezzo Roma, il capo della quale toccava il cielo e
estendeva le braccia per tutta la terra, sopra la quale erano scritte queste
parole : Crux irae Dei. La quale poi che ebbi vista, subito vidi
conturbare il tempo e volare nugoli per aria, trarre venti e folguri
e saette, e piovere gragnuola, fuochi e spade, e ammazzare grande moltitudine
di gente, così che pochi rimasero in terra; e dopo
questo venne un tempo molto sereno e chiaro, e vidi un'altra croce di oro
della grandezza della prima sopra Jérusalem, la quale era tanto risplendente
che illuminava tutto il mondo e facevalo tutto
fiorire e rallegrare; e sopra di lei era scritto: Crux misericordiae Dei.
E vedevo tutte le generazioni degli uomini e delle
donne da tutte le parti del
mondo venire ad adorarla e abbracciarla. E a questo
medesimo proposito molte altre visione ho avuto molto più chiare di questa,
così come anche di molte altre cose che io ho predette, per la maggior parte
della rivoluzione della Chiesa e del flagello, sono stato confermato per
molte visioni e certissime illuminazioni
avute in diversi tempi. E dissi ancora che la città di Firenze si doveva a
riformare e che questo era la volontà di Dio e che
bisognava che così facessino, e che facendolo lei sarebbe più gloriosa, più
potente e più ricca che la fosse mai. E che questo fosse la volontà
di Dio lo dimostra
gli effetti: perché in tanta contraddizione, parendo a ogni uomo cosa molto
estranea, si fece la riforma della città e quel che per opinione di tutti
gli uomini era giudicato impossibile; la quale contraddizione fece differire
la pace universale e fece smarrire le grazie
promesse; la quale cosa fu poi cagione di tante orazioni,
per le quali finalmente fu detta pace universale
condotta e l'appello dalle sei fave, da me esortato
per sicurtà maggiore dei cittadini e fermezza della città di Firenze,
ordinato e statuito. E così poi, crescendo la speranza, feci fare molte
orazioni per riavere da Dio le grazie promesse ai
Fiorentini, come apparirà nella predicazione fatta il dì della ottava della
Annunziazione, la quale abbiamo descritta qui di sotto in questa forma come
ella fu predicata.
Benedictus Deus et Pater Domini nostri Iesu Christi,
Pater misericordiarum et Deus totius consolationis, qui consolatur nos in
omni tribulatione nostra, ut possimus et ipsi consolari eos qui in omni
pressura sunt, per exhortationem qua exhortamur et ipsi a Deo.
La
fede viva con la orazione continua e pazienza
longanime, dilettissimi in Cristo Iesù, è di tanto merito appresso Dio, che
non è cosa così grande che non impetri da lui; e questo non solum
prova l'autorità del Nuovo e Vecchio Testamento, non solum la
esperienza degli antichi padri nostri, ma etiam noi in questi tempi
pericolosi lo abbiamo provato e toccato con mano
molte volte, essendo noi con queste tre armi stati
liberati miracolosamente più volte da grandissimi
pericoli venuti sopra la nostra città fiorentina e sopra tutto il popolo suo
e avendo ottenuta la riformazione e pace d'essa città e molte altre cose
contro la opinione della sapienza umana e quasi di tutti gli uomini, per la
maggior parte avendo noi avuta tanta contraddizione; e certo meritamente
queste tre virtù accompagnate insieme sono degne di essere esaudite da Dio
in cose grandi ed eccedente il
corso comune delle altre fatte da lui. Primo perché, essendo la fede una
virtù la quale estende e firma lo intelletto nelle cose altissime che non si
possono provare per ragione naturale e tra le altre virtù essendo lei
peculiarmente insita alla onnipotenza divina, la
quale poter fare ogni cosa essa lede non dubita, e lasciando l'uomo fedele
non solum per questa fede il senso e la immaginazione ma etiam
la ragione naturale e credendo semplicemente a Dio,
merita appresso la bontà sua di
impetrare cose grandi fuori del corso naturale e che
eccedono ogni potenza creata e ogni senso e immaginazione e sapienza umana;
secondo, perché, essendo Dio primo motore e delle cose spirituali
e delle corporali, ogni nostra cogitazione e buona
volontà è prima mossa da lui che da noi, dicendo l'Apostolo:
Non sumus sufficientes cogitare aliquid a nobis, tamquam ex nobis.
Con cio sia dunque che ogni
causa naturale e ogni motore desideri di perdurre al fine, al quale ha
ordinato e muove, il suo effetto, molto maggiormente Dio, il quale è causa
delle cause e sommamente buono, muovendo
gli animi dei giusti a desiderare sperare e chiedere
cose grandi alla sua Maestà, per la maggior parte
appartenente alla comune salute della Chiesa, iuxta illud "
Spiritus postulat pro nobis gemitibus inenarrabilibus ", condurrà questo
loro desiderio speranza e petizione al desiderato fine. E però non è da
maravigliarsi se la fede con la continuata orazione impetra cose grandi,
avendo per la maggior parte Dio tante volte e con tanta fermezza
promesso nelle sue Scritture di esaudire le nostre
petizioni e esortateci a orare
insino alla importunità. Praeterea essendo la tristezza nelle
tribulazioni causa di molti mali (come è di ira, odio, sdegni e d'altre
ingiustizie), la pazienza, removendo da l'uomo questa tristezza o almeno
mitigandola per amor di Cristo, rimuove dall'uomo
paziente molti peccati e confermalo nelle virtù; onde
è scritto: Patientia opus perfectum habet;
e però l'uomo, tollerando pazientemente le avversità di questo mondo per
amor suo, merita d'esser consolato e di impetrare da
Dio ogni suo desiderio; onde dice lo Apostolo: Tributatici patientiam
operatur, patientia autem probationem, probatio vero spem, spes autem non
confundit, quia caritas Dei diffusa est in cordibus nostris per Spiritimi
Sanctum, qui datus est nobis. Nessuno dunque si maravigli se noi, in
tante avversità essendo stati pazienti e avendo fatte continue orazioni con
viva fede, abbiamo impetrato da Colui che è buono non per dono accidentale
ma per propria essenza cose grandi, le quale eccedono
il corso comune di questa nostra età. Le quali cose
per ordine narreremo alle carità vostre, pregando quelle che, esclusa ogni
sapienza umana, con la semplicità degli orecchi della fede siano
attenti alle parole nostre.
Vedendo
io appropinquiare, dilettissimi, la mutazione dello
stato e governo della vostra città e considerando che non poteva essere
senza scandalo e grande effusione di sangue, se la
misericordia di Dio non si interponeva mediante la penitenza, digiuni e
orazioni dei buoni, deliberai, ispirato da Dio, di cominciare a predicare ed
esortare il popolo a penitenza, acciocché conseguitassi da Dio misericordia;
e il dì di santo Matteo apostolo, cioè addì 21 di
settembre 1494, cominciai e con quante forze mi dette Dio esortai il popolo
a confessarsi e digiunare e orare; le quali cose
avendo fatte volentieri, la bontà di Dio commutò la giustizia in
misericordia; e addì 9 di novembre muto'
lo stato e governo miracolosamente
senza sangue e senza alcuno altro scandalo nella
città. Avendo dunque tu, popolo fiorentino, a pigliare nuovo governo, ti
convocai, escluse le donne, nella Chiesa Maggiore, presenti
i Magnifici Signori e gli altri magistrati della tua città, e, da poi molte
cose dette del buon governo delle città secondo la dottrina dei filosofi e
dei sacri teologi, ti dimostrai quale era il governo
naturale del popolo fiorentino; e di poi, continuando le predicazione, ti
proposi quattro cose le quali dovevi fare. La prima,
temere Dio, la seconda, amare il bene comune della città e quello di
cercare più che il proprio; terzo, fare pace universale tra
te e quelli che ti avevano governato per il passato, aggiungendo a questo lo
appello dalle sei fave, acciocché nessuno per questo mezzo potesse
mai più farsi capo della tua città; quarto, esortai a fare un Consiglio
grande e generale al modo Veneziano,
acciocché i beneficii della città fossero riconosciuti da tutto il popolo e
non da alcuno particolari tuo privato cittadino, acciocché per questo mezzo
nessuno si potessi far grande. Le quale quattro cose dissi esser la volontà
di Dio, il quale voleva che da indi innanzi il popolo
fiorentino si reggesse in questo modo; e dissi che
nessuno potrebbe resistere a questa sua voontà, perché lui farebbe le fave
bianche diventare nere, cioè che muterebbe i cuori di coloro che contraddicevano
e avevano deliberato di dare nei partiti le fave
bianche e farebbele loro dare nere. E così fu, come manifestamente si sa e
come molti di quelli che contraddicevano
pubblicamente hanno confessato. E non solamente per autorità della volontà
di Dio persuasi al popolo queste quattro cose, ma etiam
le provai tutte con potente ragione, demonstrandoti a te non essere
utile altro governo che questo e promettendoti da parte di
Dio, se tu lo facevi, che la tua città sarebbe
gloriosa più che mai così nel governo spirituale come nel temporale, e più
potente e più ricca. Ma per la incredulità e stoltezza e malizia di molti, i
quali, essendo già fatto il Consiglio Grande, non vollero
consentire ma contradissero alla pace universale e
all'appello dalle sei fave, lo onnipotente e magno
Dio si adirò e ritrasse a sé la mano in tal modo, che
io dubitai che le promesse fatte a te, Firenze, non
fossero state revocate. Pure, considerando la grande bontà di Dio,
moltiplicammo le orazioni e digiuni e, da poi
alquanto tempo, come è detto di sopra, non senza grande maraviglia d'ogni
uomo, fu fatta la pace e insieme dato l'appello alle
sei fave. La quale cosa io vedendo, pensai che le promesse fatte fussino
piuttosto smarrite che perse e però, provocando voi alle orazioni,
promisi d'essere ambasciatore al magno Dio per revocare le grazie promesse;
e finaliter, continuando le orazione e digiuni, il dì della
Annunziazione, il quale a voi è principio dell'anno, parendomi presunzione
andare immediate al trono di quella infinita Maestà, sub qua curvantur
qui portant orbem, mi presentai alla gloriosa Vergine e Madre di Dio,
pregandola che si degnasse per il gaudio di questo giorno di essere nostra
avvocata appresso alla Santissima Trinità; e lei graziosissimamente accettò.
E questa buona novella in quel giorno ti portai in Santo Marco nostro
predicando; e di poi, perseverando noi nelle orazione in quella ottava, ti
dissi che io avevo inteso che l'ottavo giorno della
festa aremmo buona risposta, esortandovi a dare perfezione alle orazioni
e al ben vivere, acciocché questa promessa fosse
piena di ogni grazia. Dunque la notte della ottava, preparandomi io per
andare a torre la risposta delle promesse, considerai che mi bisognava aver
decente compagnia e congrui vestimenti; e pensando quale dovesse esser la
mia compagnia, mi si presentorono dinanzi agli occhi
molte donne, tra le quali prima si offriva la
Filosofia, dicendo che bisognava avere molta sapienza, volendo io andare
ambasciatore in così alto loco; e similmente la Retorica si offriva, dicendo
che quivi bisognava avere grande eloquenzia. Ma io risposi a loro e a tutte
le sapienze umane che, cominciando il conoscimento loro dal senso, non si
estendeva la loro cognizione oltre alle cose sensibile, per le quali,
se vengono in qualche cognizione di Dio, è così poca che è quasi nulla,
perché è coperta di tre veli: cioè degli accidenti, per i quali vengono in
cognizione della sostanza corporale; la quale è il
secondo velo, perocché per essa, imperfettamente conosciuta dallo intelletto
nostro, si viene in cognizione della anima e delle cose spirituale; le quali
sono il terzo velo, perocché per esse, molto più imperfettamente conosciute
che le corporali, l'intelletto
nostro si sforza di venire in cognizione di Dio, il quale eccede tutte
queste cose in infinito. E però la cognizione di Dio per via naturale è
molto debole, ma quella degli beati, i
quali li conoscono a faccia a faccia e per lui
conoscono tutte le altre creature, per contrario alla filosofia è cognizione
perfetta e senza paragone molto
maggiore di questa. Tra queste due cognizioni quella
della fede è media, così che lei è maggiore che non è la cognizione della
filosofia naturale e minore di quella dei beati; e perché noi parliamo e
nominiamo le cose in quel modo che noi le conosciamo, per questo la
filosofia e la retorica, trovate da lume naturale della ragione, sarebbero
troppo basse e troppo puerile appresso la Maestà di Dio e dei beati. E però
io esclusi la Filosofia e la Retorica e tutte le altre sapienze umane come
insufficienti a questa nostra ambasceria, e elessi la
Semplicità della fede e della sapienza e eloquenzia delle Sacre Scritture,
vestendomi dentro e di fuori, quanto a me fu possibile, di semplicità e
purità di vita e di semplicità e purità di credere, di intendere, di
parlare, di andare, di guardare e di vestimenti esteriori, diligentemente
ruminando il detto di Salomone, il quale dice : Qui ambulai sempliciter,
ambulai confidenter. Et cum semplicibus sermocinatio eius. Accompagnato
dunque dalla Semplicità, condussi ancora la Fede, la Orazione e la Pazienza,
e mettemmoci in cammino per andare alla porta del Paradiso, avendo madonna
Semplicità in mano uno bellissimo dono e prezioso coperto da presentare alla
Maestà del nostro Signore, il mistero del quale dichiareremo di sotto.
Essendo
dunque noi in cammino, ecco venire il Tentatore della umana natura in forma
d'un eremita vecchio barbuto, e mi s'accosta; e poi che mi ebbe salutato,
disse: — Figliuolo mio, io sono, in questo eremo appresso al quale tu passi,
stato in penitenza lungo tempo e al presente m'è
stato rivelato dallo Spirito Santo il frutto delle tue predicazione e la tua
retta intenzione verso Dio e la salute delle anime; nientedimeno ancora mi è
stato manifestato che per semplicità tu erri, perché, volendo tu ridurre il
popolo dai vizi alle virtù,
gli hai predetto molte tribulazioni e promesso molti
beni simulatamente: e questo non si deve fare, perocché Dio è verità e vuole
che i suoi predicatori siano tutti pieni di verità —. Al quale io risposi e
dissi: — Padre, io mi maraviglio di quello che voi al presente mi dite,
perché lo Spirito Santo non rivela
se non la verità, e questo che voi dite è falso, perché io so che mai non ho
usata tale simulazione; né sono così ignorante, che io non sappia che a Dio
piace sommamente la semplicità, essendo lui sommamente semplice
di natura, e dispiacegli ogni duplicità, perché la duplicità o in detto o in
fatto è bugia; unde è scritto: Perdes omnia qui loquuntur mendacium; et
non sunt facienda mala ut veniant bona. per la maggior parte dicendo
comunemente ai dottori che la bugia detta
dal predicatore in pergamo di industria è peccato
mortale. E però non può stare insieme che mediante queste bugie io abbia
fatto frutto nelle predicazione. Il frutto dunque dimostra che in me non è
stata simulazione; e così protesto e ho protestato dinanzi a tutto il popolo
e giurato contro alla anima mia, se mai usai simulazione nel predicar mio,
che Dio mi privassi del paradiso. Sicché, padre, questa vostra ispirazione
non può essere venuta dal Spirito Santo —.
Allora
lui disse: — Se dunque tu non simuli, preannunciando tu cose inusitate e
inaudite, pare ad alcuni che questo proceda da spirito di melanconia, il
quale ti fa pensare e parlare in questo modo, ovvero che proceda da tuoi
sogni o forte immaginazione —. Io risposi e dissi: — Padre, io non sento nel
cuore mio tale spirito, ma bene somma letizia; e sento in me un lume e una rappresentazione
di fantasmi i quali so che non sono naturali, perché,
avendo io molto tempo studiato in filosofia, intendo quanto si estende il
lume naturale della ragione e la forza della fantasia e so che la non si
estende a quel che intendo io, e per la maggior parte per le cose future
contingenti: e per l'ordine grande, il quale ho
sempre servato nel nostro dire, e per la cognizione delle Scritture, le
quale ho esposte sempre a proposito dei presenti tempi, non depravandole né
tirandole per forza, anzi senza alcuna dissonanza, come sanno coloro che mi
hanno udito; le quale cose ogni mediocre ingegno sa che non possano
procedere da spirito melanconico né da sogni o forte immaginazione —.
Lui,
replicando, disse: — Dunque questo deve essere perché tu sei nato sotto
qualche constellazione la quale ti inclina a questo, e la influenzia di
qualche pianeta o di qualche stella fissa ti fa pensare e parlare e
indivinare molte cose future —. Risposegli allora: — Padre, questa è cosa da
stolti a credere, che la influenzia del cielo facci conoscere le cose
contingenti future, dicendo il Filosofo : " De
futuris contingentibus non est determinata veritas ", et quod de
talibus non est scientia neque ars;
onde nessuno dotto filosofo si trova che abbi seguitata questa astrologia
divinatoria, né greco né latino, né antico né moderno, benché alcuni
alleghino Alberto Magno in alcuni libri, i quali sono stati composti da
altri e per dare loro autorità attribuiti a lui. E se diligentemente
considererete questa arte (se arte però si può chiamare), intenderete che
non ha fondamento alcuno e non prova cosa che la dica, e piuttosto mi
parrebbe leggere favole da semplici
vecchierelle che cose di scienza, perché così facilmente si possono negare
da ogni uomo, come loro le affermono senza ragione. E quando non fosse il
tempo tanto breve, vi mosterei che questa superstizione è cosa da sciocchi e
non da uomini ingegnosi; ma al presente vi può
bastare questo, essendo noi cristiani, che ella è dannata dalle Scritture
Sacre in molti luoghi: e, tra gli altri, in Esaia al XLVII capitolo dice
lo Spirito Santo contro a Babilonia : " Sapientia
tua et scientia tua haec decepit te ", et fra: " Stent et
salvent te augures caeli, qui
contemplabantur sidera et supputabant menses, ut ex eis annuntiarent ventura
tibi. Ecce facti sunt quasi stipula, ignis combussit eos, non liberabunt
animarti suam de manu flammae"; e in Ieremia al X
capitolo: Iuxta vias gentium nolite discere, et a
signis caeli nolite metuere, quae gentes
timent: quia leges populorum vanae sunt. E breviter la Sacra
Scrittura dimostra che conoscere le cose future contingenti
è proprietà divina: e però solo Dio le conosce, e quelli ai quali lui si
degna riverarle; onde dice Esaia al XLI capitolo: Annientiate quae
ventura sunt in futurum et sciemus quia dit estis vos.
E però quelli che seguitano queste superstizione divinatorie peccano
gravemente, usurpandosi la proprietà divina falsamente; e però tutti i
dottori santi reprobano questa arte, e similmente
tutti i canoni. Et ideo questi che seguitano questa astrologia
divinatoria non solum sono uomini stolti e di poco ingegno e di manco
giudizio, ma etiam sono
cattivi cristiani. Praeterea il cielo non opera se non mediante le cause
inferiori, secondo la disposizione della materia:
onde non è in sua potestate generare una vite del seme dall'ulivo.
E pertanto, dato che il cielo abbia influenzia sopra la parte sensitiva dell'uomo,
non può però disporla ad altri fantasmi che a quelli i quali patisce tale
natura; e io, padre, conoscendo già ab antico la natura mia, conosco
nella parte sensitiva cose molto più alte che quelle che può fare la natura.
Praeterea il cielo non può operare immediate nello intelletto,
quia corporeum non agit in incorporeum, e però non può la stella fissa
darmi il lume il quale io sento in me oltra il lume naturale. Praeterea
il cielo e la natura non fanno le cose della arte, onde la natura non fa
veste né case né altre simili cose. Cum sit ergo
che le voce significative e l'ordine delle parole e delle frasi siano cose
le quale appartengono all'arte e alla ragione, avendole io molte volte udite
dentro e di fuori così vulgare come latine, non possono procedere né dal
cielo né dalla natura —.
Disse
allora il Tentatore: — Potrebbe dunque essere questo per virtù
diabolica, perché il demonio è potente a fare le
cose dell'arte e qualche cosa sopra la natura
corporea; e però tu devi essere ingannato dal diavolo
—. — Padre, — dissi — io ho lette le Scritture dal principio insino alla
fine e le vite dei santi passati e le loro dottrine, per le quale ho inteso
sufficientemente tutte le condizioni delle
apparizione diaboliche e etiam divine; e non
solamente per dottrina, ma etiam per esperienza conosco
quanta differenza è tra l'una e l'altra apparizione;
e ho provato già lungo tempo queste nostre visioni
non potrebbe essere per alcun
modo del demonio, per la maggior parte che le cose che io intendo e che io
preannuncio sono a me tanto certe come ai filosofi sono certi i
primi principi de le scienze, anzi sono più certo assai di loro. E questo
lume per nessuno modo può procedere dal demonio. Praeterea il demonio
non può conoscere le cose future contingenti e io
quel che ho detto e conosciuto delle cose future già molti anni, l'ho
visto e veggo continuamente venire a punto a punto come lo ho conosciuto,
così che non ne sbaglio uno iota, né mai mi sono
trovato ingannato in cosa alcuna, quantunque minima; praeterea il
demonio è nemico delle virtù, e però non dobbiamo credere che lui, vedendo
uscire tanto frutto di queste predicazioni, non si
fosse ritratto o non mi avessi ingannato espressamente, acciocché gli uomini
non mi credessino e che in questo modo perdessero la
fede che hanno in me e in tutti gli altri predicatori; praeterea
nella città di Firenze, dove io ho predicato tanto tempo, tutti o quasi
tutti gli uomini e donne che vivono bene seguitano questa dottrina e
i cattivi, i quali espressamente si sa che non vivono da
cristiani, la perseguitano e si sono ingegnati in
molti modi e con molte sottilità di pervertire gli uomini buoni e di
infamarci, e anche di toglierci la vita: e
nientedimeno questa dottrina è sempre cresciuta e sempre ha fatto più
frutto, in tanto che continuamente si vede crescere il numero dei nostri
discepoli e diminuire il numero degli avversarii e affermarsi
più ogni ora le opere nostre e le opere degli avversarii debilitarsi e
rumare affatto. Sicché, padre, questa non è dottrina né opera diabolica, ma
di Cristo, il quale in tante avversità volse aumentare sempre la sua
dottrina e le sua opere —.
Disse il
Tentatore: — Figliuol mio, tu potrai dire come tu vuoi, che io non credo che
Cristo abbi mai parlato a uomo del mondo da poi che lui ascese in cielo —. —
O padre, — dissi io — questo è un grande errore contrario alle Sacre
Scritture, perché in molti luoghi si trova come, da poi la sua ascensione,
egli apparse a molti e, tra gli altri, a l'apostolo
Paolo, come lui dice nella prima epistola ai Corinti.
Dunque le leggende dei santi accadranno false e santo Francesco avrebbe
ingannato il mondo, il quale disse che aveva avuto la
regola da Cristo, e molti altri santi, i quali dissero
aver parlato con Cristo. Praeterea, se Cristo fu crucifisso per i
peccatori, che maraviglia è che lui o i suoi angeli e
santi parlino ai peccatori per la utilità della Chiesa sua? Praeterea,
se Cristo nel sacramento dell'altare si lascia ogni
giorno trattare a innumerabili cattivi sacerdoti, che indegna cosa è a
lui parlare ai peccatori? Ma gli uomini in questi tempi sono
in tante tenebre, che pare loro impossibile quello che è molto facile negli
occhi di Dio, e meravigliandosi
non delle cose maggiori ma delle cose più rare.
Maggior cosa è giustificare un peccatore e abitare in
lui per grazia, che parlargli: nientedimeno nessuno si meraviglia
della giustificazione, ma sì bene della locuzione; e
la giustificazione si crede e la allocuzione non si può credere —.
Disse il
Tentatore : — Bene è vero che per i tempi passati Cristo ha parlato a molti;
ma in questo tempo non è necessario alla salute, perché abbiamo gran copia
di Scritture e di dottori —. Risposi: — Padre, le Sacre Scritture e i
dottori per sé sono sufficientissimi ad insegnare agli uomini la via della
salute per istruzione esteriore; nientedimeno, se l'uomo non avesse
il lume interiore della grazia, poca utilità
conseguirebbe dalla dottrina cattolica : e però è necessario esser
illuminato da Dio dentro per grazia, e questo lume è comune a tutti quelli
che vogliono vivere da cristiano. Ma oltra di questo, molte volte è
necessario uno speciale lume, e particolarmente a chi ha a illuminare altri,
per la maggior parte per alcune cose particolari e circostanze infinite, per
la diversità dei tempi e condizione di uomini e variazione di stati, per le
quale l'uomo si trova dubbio moltissime volte di quel che lui ha a fare nel
presente e nel futuro e, se non ha speciale illuminazione, non può per le
Scritture né per i dottori certificarsi del meglio suo, perché tale particolarità
non sono scritte né è possibile a gli uomini
scriverle, perché appena tutto il mondo sarebbe capace dei libri. Et ideo
iubebat Plato descendentem usque ad particularia quìescere. E perché
nella mutazione della Chiesa universale, la quale non si fa mai senza grande
tribolazione e spirituale e corporale, è necessario preparare gli eletti di
Dio e fortificarli nel ben vivere, acciocché non siano trovati allo improvviso,
se noi consideriamo bene il Vecchio e Nuovo Testamento, l'onnipotente
Dio innanzi a tale mutazione sempre manda ad
avvisarli e confortarli e illuminarli di quel che hanno a fare, per la bocca
dei suoi servi; onde dice Amos profeta nel terzo capitolo : Si erit malum
in civitate, quod Dominus non fecerit?
Quia non faciet Dominus Deus verbum nisi revelaverit secretum suum ad servos
suos prophetas; e però essendo al presente la
Chiesa venuta alla feccia e volendola Dio rinnovare per molte tribolazioni,
è stato necessario in questi tempi illuminare per i suoi servi di questo gli
eletti sua, acciocché possino prepararsi e che non
siano trovati allo improviso —.
Disse il
Tentatore: — Come puoi tu sapere questo tempo della rinnovazione della
Chiesa, cum scriptum sit
(5) " Non est vestrum nasse
tempora vel momenta, quae Paler posuit
in sua potestate "? —. Risposi: — Padre, notate
bene le parole : che egli dice non essere nostro
officio conoscere i tempi ed i
momenti, non tutti, ma quelli soli che ha posti il
Padre in la sua potestate, come è il dì del giudizio, nel qual Cristo
restituirà il regno d'Israël; del quale regno parlavano i
discepoli, benché non intendessero quale avesse a
essere questa restituzione. Certo è che a Noè fu determinato il tempo del
diluvio, a Ieremia settanta anni della cattività del
popolo di Israel e a Daniel settantadue ebdomade dello avvenimento di
Cristo, e a molti altri profeti sono stati determinati i tempi
avendoli determinatamente pronunziati
—.
Rispose
allora il Tentatore: — Perché piuttosto Dio ha eletto te che un altro,
essendo nella Chiesa molti migliori di te? —. Risposi: — Padre, io vorrei
sapere da voi: perché Dio elesse santo Pietro, che tre volte negò Cristo, e
santo Paulo, che lo perseguitò, a essere principi degli apostoli, piuttosto
che molti altri in quel tempo migliori di loro? E perché elesse a scrivere
il suo Evangelo santo Luca e santo Marco piuttosto che alcuni altri o più
santi di loro o equalmente santi? E perché elesse Balaam idolatra e cattivo
uomo a profetare alcune cose di Cristo e della Chiesa e a fargli
parlare agli angeli suoi apertamente piuttosto che molti altri o migliori di
lui o manco cattivi? Non si può assignare di questo ragione nessuna, ma solo
la volontà divina, come dice lo Apostolo, parlando
delle grazie dello Spirito Santo, ai Corinti:
Haec omniu operatur unus atque idem Spiritus, dividens singulis prout
vult; e scrivendo ai Romani della predestinazione, dice: Cuius vult
miseretur, et quem vult indurat.
Dicis itaque mihi: quid adhuc quaeritur? voluntati enim eius quis resistiti
O homo, tu quis es, qui respondeas Deo? Numquid dicit figmentum ei, qui se
finxit: Quid me fecisti sic? An non habet potestatem figulus Iuti
ex eadem massa facere aliud quidem vas in honorem, aliud vero in contumeliam?
—.
Disse il
Tentatore: — Dunque tu sei più santo degli altri? — Risposi: — Questa grazia
della profezia non fa l'uomo santo, anzi molte volte è data ai peccatori,
come si legge di Balaam nel libro dei Numeri, il quale profetò e
nientedimeno fu cattivo uomo. E il nostro Signore dice: Multi dicent mihi
in ilio, die: Nonne in nomine tuo prophetavimus et in nomine tuo daemonia
eiecimus et virtutes multas fecimus? Tunc respondebo e is dicens: Amen dico
vobis, nescio vos. Queste grazie gratis date sono date piuttosto ad
utilità d'altri che ad utilità propria: maggiore cosa è avere uno minimo
grado di carità che aver tutte le grazie gratis date che si possono avere,
come dice lo Apostolo: Si linguis hominum loquar et angelorum, caritatem
autem non habeam, factus sum velut aes sonans aut cymbalum tinniens —.
Disse il
Tentatore: — Io ho inteso che tu seguiti visione di certe donnicciuole, le
quale ti dicono queste cose e tu le predichi —. Risposi questo non esser
vero né verosimile, perocché io rarissime volte parlo
a donne, come si sa per la città pubblicamente : e in quelle rare volte
ancora le spaccio in brevità, e grande fatica è a conducermi a loro, come
sanno i miei compagni; e mai non ne confesso veruna. Praeterea,
essendo le donne di sua natura volubile e non potendo tenere alcuna cosa
secreta, credibile è che in tanti anni non potrebbe essere stata questa cosa
occulta. Praeterea io so che la loro testimonianza
rare volte è posta nelle Scritture, benché si siano
trovate molte profetesse; e
per questo io intendo che Dio lo abbi fatto, perché noi non ci fidiamo
molto nella testimonianza
loro, benché non lo dobbiamo ancora sprezzare, siculi scriptum est: "
Prophetias nolite spernere "; e la ragione è perché le donne essendo
ignoranti e naturalmente deboli
di giudizio e volubili e fragili
assai e molto inclinate alla vanagloria, facilmente si lasciono ingannare
dalle sottilità del demonio. La qual cosa sapendo io,
non crediate che io mi confidassi nelle loro profezie, per la maggior parte
a predicarle in conspetto di tanto popolo, perché, quando poi non riuscissero,
sarebbe grande scandalo della
fede e disonore di Dio e a me ignominia e non poco danno.
Disse il
Tentatore: — Alcuni dicono che tu hai amicizia con principi e per lo avere
tu i loro segreti tu vai predicendo quello che loro hanno già disposto di
fare —. Risposi: — Io so quanta è la volubilità dello animo umano e per la
maggior parte dei cuori dei principi, i quali spesso si mutano secondo la
variazione dei tempi; e però stolta cosa sarebbe a me e ad ogni altro,
quando ancora sapessi i loro segreti, firmare le mie parole sopra la loro
disposizione, per la maggior parte sapendo che sono
mortali e possono morire ogni ora e da l'altra parte possono essere impediti
da altri principi o da infirmità o da altre variazione umane, le quale
occorrono ogni dì e in ogni tempo. Onde a volere preannunciare
queste cose in verità non può bastare alcuno intelletto umano né angelico,
perché bisognerebbe sapere tutte le circostanze che possono occorrere e
tutti gli impedimenti che possono avvenire ed essere
certo se verranno o se non verranno : le quale cose
non può sapere altro che Dio, qui vocat ea quae non sunt tam-quam ea quae
sunt, al quale ogni cosa è presente innanzi che la sia. E però grande
stoltezza sarebbe la mia a predire le cose future con così debole fondamento
—.
Disse il
Tentatore: — Altri dicono che molti cittadini ti rivelano i segreti del
reggimento di Firenze, per i quali tu intendi molti altri segreti e ordini
d'altri Signori, e poi da questo tu vai congetturando
molte altre cose future per sottilità di ingegno e discorso di ragione —.
Risposi questa obiezione non merita risposta, perché non la possono fare se
non uomini grossi e di poco giudizio, i quali non hanno tanta capacità, che
conoschino le cose che io ho predette non si puo
certamente affermare per questa via; e se pure vogliamo rispondere loro,
basta quello che abbiamo risposto alla obiezione fatta di sopra immediata.
Disse il
Tentatore: — Altri dicono che per grande astuzia e per saper tu come vanno i
governi tu hai ritrovate queste cose e le hai preannunciate con tale cautela
di parlare che, ancora quando non riuscissero, tu ti
puoi salvare —. Risposi: — Questi che dicono a questo modo, quando io
cominciai a predire la guerra, già sono appresso a cinque anni, e le altre
cose particolari le quale sono già venute, dicevano allora che io ero
semplice uomo e che la semplicità mi ingannava; ora che vedono una grande
parte delle cose preannunciate esser presente e segni manifesti della
certezza delle altre che hanno a venire, hanno voltato mantello
per coprire la loro vergogna e dicono che io sono astuto e
che io acconcio le parole con tale cautela, che io non posso rimanere preso.
Questi pur sanno che io dissi che verra uno che passera monti e piani e
piglierebbe le fortezze e rocche e le città con le meluzze e che i
Fiorentini piglierebbero il partito e si
consiglierebbeno al contrario e che diventerebbero
come ebbri senza provvedimento e senza consiglio, e
simile altre cose poste dinanzi; e altre molte particolari spero avere ora
di prossimo e pubblicamente predicarle, le quali non
si potranno glossare; e secondo il giudizio di ogni uomo se le precedenti
non venivano non mi potevo salvare, come loro dicano,
e se le seguente ancora non verranno non potrò fuggire confusione —.
Disse il
Tentatore : — Io ho inteso che tu hai le rivelazioni
di santa Brigida e dello abbate Ioachino e di molti
altri, con le quale tu vai preannunciando queste cose future —. Risposi: —
Io vi prometto, padre, che di queste tali lezioni
io non mi diletto né ho letto mai le rivelazioni di
santa Brigida e poco dello abbate Ioachino, e quasi
nulla, per la maggior parte di profezie e cose future. Delle altre profezie
mai non mi dilettai né mai ne ho scritte o tenute, come sanno quelli che
sono miei familiari, i quali sono testimoni che tanto mi diletta la
Scrittura Sacra del Nuovo e Vecchio Testamento, che già sono molti anni che
quasi mai non leggo altro libro e tutte le altre lezioni
mi sono quasi venute a noia, non perché io sprezzi le altre lezione né
perché non mi piaccino i santi dottori, ma perché a paragone di questa ogni
cosa dolce mi pare amara; e se voi pur questo non mi
credete, crediate almeno che io non sono di sì poco giudizio, che io con
tanta fermezza accertassi le cose che io ho detto e molte volte confermando
le replicassi, se io non avessi altro fondamento che questo: perché, non
essendo le loro profezie della Scrittura canonica, non mi posso per esse
totalmente firmare l'animo a crederle e preannunciarle.
Praeterea io sono venuto a tale particolarità predicando, come appare
di sopra e apparirà di sotto, che io non credo quelle essere scritte nelle
loro profezie. Praeterea, quando ancora mi fondassi in quelle e fussero
vere, questo dovrebbe bastare agli uomini a credere quel che io dico e fare
penitenza dei loro peccati. Perché questa obiezione la quale voi fate non
vuol dire altro se non : tu non sei profeta, ma tu
predichi le profezie d'altri; e però rispondo che se è vero quello che io
dico, a me basta, pure che gli uomini faccino bene: e non mi curo d'essere
tenuto profeta, perché questo nome è molto grave e pericoloso
e inquieta l'uomo e suscita contro a lui molte persecuzioni,
benché si portino volentieri per l'amore di Cristo.
Né per questo voglio dire che io abbi mai seguitato profezie d'altri eccetto
quella della Scrittura canonica; anzi, come ho detto, o non le ho lette mai
o, se pure ne ho lette qualche una instigate da qualche amico, non le ho mai
servate ma, poi che le ho lette una volta, le ho lasciate a chi me le ha
portate, non le sprezzando né approvandole,
commettendo sempre tutto a Dio:
(15) quia omnia sunt nuda et
aperta oculis eius
—.
Disse il
Tentatore: — Figliuolo mio, queste cose si vorrebbono tenere segrete, perché
questo è documento di tutti i santi padri —. Risposi: — Se questo fosse
vero, seguiterebbe che Moisè, Esaia e Ieremia e gli
altri profeti del Vecchio e Nuovo Testamento avessero fatto male a predicare
ai popoli le loro revelazioni e a scriverle nei
libri, e similmente molti santi padri dello eremo: così santo Benedetto,
santo Vincenzio dello Ordine dei Predicatori, santa Caterina da Siena, santa
Brigida e altri innumerabili, come si trova in diversi luoghi scritto,
avrebbero errato a manifestare le rivelazione che avevano da Dio. Vero è
dunque che si debbano tenere segrete
se da Dio non è comandato il contrario : e però sa bene tutto il popolo che
di queste cose io non ne parlo se non in pubblico, e tanto ne dico quanto mi
è concesso ovvero comandato; e in privato o non ne dico mai o rare volte, se
non forse a qualche mio familiare, ponendo sotto la fede sua in grande
segreto. E crediate che io ho molte cose particolari nel segreto del petto
mio, le quale non ho mai manifestate né sono per manifestarle, se altrimenti
non sono spirato da Dio —.
Disse il
Tentatore : — Chi preannuncia le cose future le deve provare con miracoli,
se vuole che le gli siano credute : altrimenti gli eretici potrebbero fare
questo medesimo; onde alcuni allegano contro te il
capitolo Cum ex intimato extra de haereticis, il quale par che voglia
che chi predica tal cose le debba provare per qualche segno o miracolo. E
però dicono che, non facendo
tu questo, che tu seguiti il modo degli eretici, e ti chiamono eretico —.
Risposi che questi tali sono o ignoranti o maligni, perché o non intendono e
non hanno bene studiato né le Scritture né i canoni o
con malignità le vanno pervertendo : perocché non si trova scritto in alcuno
luogo questo che essi dicono, anzi di pochi profeti
si legge che con le profezie abbiano fatti miracoli,
unde Ieremia, come si legge nel suo libro al XXVIII
capitolo, quando Anania si gli contrappose
non provò la sua profezia per miracolo, ma disse:
Audi verbum hoc, quod ego loquor in auribus tuis et in auribus universi
popoli: Prophetae qui fuerunt ante me et ante te ab initio, et
prophetaverunt super terras multas et super regna magna de proelio et de
afflictions et de fame; propheta qui vaticinatus
est pacem, cum venerit verbum eius, tunc
scientur propheta, quem misit Dominus in
veritate. Iona profeta non fece miracolo alcuno a
quelli di Ninive predicando la loro distruzione. E
breviter dei profeti i quali profetarono ai tempi
dei Re del popolo di Israel, di molto pochi si legge che abbiano provate con
miracoli le loro profezie. Ma che dico degli altri profeti, quando il
Profeta dei profeti, santo Giovanni Battista, non fece alcun miracolo? Onde
è scritto Iohannis X: " Multi venerimi ad Jesurn
et dicebant quia Iohannes
quidem signum fecit nullum. Omnia autem, quaecumque
dixit Iohannes, vera erant; et multi
crediderunt in eum ". E il testo delle Decretale di sopra allegato non è
a proposito, perché parla contro a quelli i quali volessero
predicare non mandati dai prelati della Chiesa,
dicendo essere mandati da Dio invisibilmente : e però dice quel testo che
bisognerebbe che pro-vassero questa loro missione o
per miracolo, come fece Moisès, o per la Scrittura, come fece santo Giovanni
Battista dicendo: Ego vox clamantis in deserto, sicut dicit Esaias
propheta. Perché se il testo parlasse come dicono
costoro, sarebbe contrario alle Scritture, come abbiamo dimostrato
: e però bene abbiamo detto che sono o ignoranti o maligni e perversori
delle Scritture e dei canoni. E io non ho a provare per miracoli né per
Scritture la mia missione, perché si sa pubblicamente che io sono mandato
dai miei superiori e non dico che io sia mandato da Dio solo e non da loro;
né mi possono giustamente chiamare
eretico, perché eretico è colui il quale ha eletto di seguire ostinatamente
una setta contraria alla Sacra Scrittura o alla dottrina della Santa Romana
Chiesa, e io per me non so che mai abbia detto né scritto cosa contraria
alla dottrina di Cristo e della Chiesa; e tutto quello che io ho detto per i
tempi passati e scritto, e dirò e scriverò nei tempi futuri, lo sottometto
alla correzione della Santa Chiesa Romana e sono parato etiam
di stare a correzione di ciascuno in ogni cosa che io errassi.
Disse il
Tentatore: — In effetto io non voglio credere così presto, perché egli è
scritto: Qui cito credit levis est corde —. Risposi essere ancora
scritto: Caritas omnia credit. Conciossia dunque che lo
Spirito Santo non sia a sé medesimo contrario, il quale ha prolate queste
due frasi, è da notare che alcune cose sono le quali
con difficultà si debbano credere, come sono le detrazione e susurrazioni
e infamie e mal dire del prossimo; alcune altre si dovrebbero facilmente
credere, come sono quelle le quali, credute, inducono
l'uomo al ben vivere. Onde le cose della nostra fede, ancora quando non
fussero vere, quod est impossibile, io mi sforzerei di crederle
perché, credendole, mi inducono ad uno vivere del quale nessuno si può
trovare migliore né pensare. Alcune altre sono indifferenti,
le quale si possono credere e non credere senza peccato, come sono le
istorie dei Gentili e simile altre cose. Conciossia dunque che le cose le
quale noi abbiamo predette non siano contro la fede né contro
i buoni costumi né contro la ragione naturale e siano verosimile,
come per molte ragioni abbiamo in diversi tempi
provato, et ulterius induchino gli uomini al ben vivere, come è apparso per
esperienza, seguita che non è leggerezza a crederle facilmente. E però gli
antichi padri, come furono santo Ieronimo, Ambrosio,
Augustino e santo Gregorio e molti altri, i quali furono santissimi e
dottissimi in ogni scienza e prudentissimi nelle cose umane, facilmente
credevano simile cose etiam a gli uomini idioti, purché fossero
uomini o donne di buona vita e fama, e non solamente credettono a loro, ma
etiam le scrissono per utilità degli altri e quelle feciero
eterne, come appare nelle Vite dei santi padri, le quale scrisse santo
Ieronimo e nel Dialogo di santo Gregorio e in
alquanti libretti di santo Augustino e in molti altri libri scritti da molti
santi. Certo noi non siamo né più santi né più savi
dei nostri antichi padri passati, i quali hanno scritto di queste cose
innumerabili per nostra utilita così nel Vecchio come
nel Nuovo Testamento e in altri libri approvati e
accettati dalla Santa Chiesa.
Disse il
Tentatore: — Se noi abbiamo a credere tutte le visione che ci sono dette,
certo noi ci troveremo spesse volte ingannati, e però è scritto: Probate
spiritus, utrum ex Deo sunt
—. Risposi in questa materia essere nascosto un
segreto del quale ogni uomo non è capace. Pure, a similitudine delle cose
naturali, mi sforzerò di farne capace ogni uomo :
nelle quali noi vediamo che tutte quelle che hanno
una medesima forma hanno ancora una medesima inclinazione e operazione conséguente
a quella forma, onde tutte le cose gravi sono
inclinate ad andare al basso, cioè al centro del
mondo, e le leggere a salire in alto: così etiam
si deve esistimare nelle cose sopranaturali,
che tutte quelle che hanno una medesima forma hanno etiam una
medesima inclinazione e operazione naturalmente conseguente
quella forma. Essendo dunque il lume della fede forma sopranaturale d'una
medesima specie in tutti quelli che hanno la fede,
avvenga che la sia più intensa in uno che in un altro, e essendo
naturalmente questo lume inclinato alla verità come al suo proprio obietto,
chi ha questo lume non può fermarsi in alcuna falsità contraria alla fede,
senza corruzione ovvero perdita del predetto lume. Ma ogni volta che colui
il quale è veramente fedele sente dire o predicare cose delle quale lui non
è capace, se opera secondo questo lume non si ferma mai alla parte
falsa, ma sempre commette tutto a Dio e alla dottrina della
Chiesa; e però è da notare che, oltre al comune lume della fede, quelli che
vivono bene e vanno retti a Dio hanno uno speciale lume, per la coniunzione
della carità alla fede e per la rettitudine e semplicità di mente, sicut
scriptum est: " Exortum est in tenebria lumen rectis corde ", per
il quale sono inclinati senza errore a conoscere le rivelazioni
e operazione divine; e così come Dio dirizza la natura che la non erra, come
dicono i filosofi, quod opus naturae est opus intelligentiae non errantis,
così ancora dirizza gli suoi giusti fedeli
e semplici a conoscere le sue operazioni e rivelazioni
senza errore; e però chi non vuole essere ingannato in queste cose viva bene
con semplicità di cuore e sarà diritto da Dio in simile cose senza errore. E
in questo modo i padri antichi nostri di sopra prenominati non erravano né
in credere né in scrivere quel che hanno creduto e scritto, ma solo
s'ingannano alcuni superbi, i quali allora pare loro che da gli uomini siano
reputati savi, quando contraddicono e si fanno beffe
di queste cose; i quali non solo non fanno mai orazione se non forse con la
lingua, ma non sanno pure della orazione quid nominis, cioè quello
che si voglia dire il nome della orazione.
Disse il
Tentatore: — Io vedo pure che molti uomini sapientissimi, di grande ingegno
e naturale e di grande prudenza in tutte le cose umane, si fanno beffe di
queste visioni; la autorità dei quali molto mi muove
—. Risposi: — Non vi ho io detto che qui non bisogna altro che ben vivere e
andare retto nel conspetto di Dio? Perché la sapienza
umana a queste cose non è sufficiente, anzi per la sua superbia Dio la
lascia in tenebre, come indegna di così prezioso lume, sicut scriptum
est: " (3)
Abscondisti haec a sapientibus et prudentibus, et revelasti
ea parvulis ". Unde dice lo
Apostolo: Ubi sapiens? ubi scriba? ubi inquisitor huius xaeculi? Nonne
stultam fecit Deus sapientiam hiuius mundi?
Nam quia, in Dei sapientia, non cognovit mundus per sapientiam Deum, placuit
Deo per stultitiam praedicationis salvos facere
credentes. E Esaia: Ubi est litteratus? ubi
doctor legis verba ponderami ubi est doctor parvulorum? Populum imprudentem
non videbis, populum alti sermonis, così ut non possis intelligere
disertitudinem linguae eius, in quo nulla est sapientia. Rispondino
questi savi se quello che io ho prenunciato è
possibile o impossibile alla potenza e sapienza divina: e certo è che, se i
sono savi, non possono dire se non che non solo non è impossibile né
difficile a Dio, ma molto facile. Vorrei dunque sapere da loro la ragione e
il fondamento che gli muove a farsi beffe di tale cose, perché non è cosa da
uomo savio e prudente parlare senza ragione e fondamento; e se noi
consideriamo bene, non possono avere alcuna ragione contro alle cose nostre:
non dimostrativa, perché la materia non lo patisce,
preannunciando noi le cose future contingenti,
perocché la dimostrazione è delle cose necessarie; né dialettica o
probabile, perché tale ragione genera opinione e benché totalmente non fermi
lo intelletto, nientedimeno lo inclina pur più ad una parte che ad un'altra.
Ma le cose le quale io preannuncio, quanto si può vedere per le cause
naturali, sono uguali e indifferenti
a venire e non venire; e similmente, quanto alla volontà
di Dio, lui le può fare e non fare come gli piace, e nessuno
può sapere senza rivelazione a quale parte lui sia inclinato e determinato :
e però per ragione naturale queste cose non si possono né probare né
reprobare, perché non si trova causa nessuna dove si possa fondarle.
Praeterea non si possono ancora reprobare per segni, perché tra gli
altri due sono potissimi a reprobarle. Uno è a vedere
disposizione contraria nel mondo: e questo non prova nulla, anzi il
contrario, perché Dio, che vuole manifestare la sua gloria, fa cose grande a
tempo che nessuno uomo le aspetta e falle preannunciare innanzi molto tempo,
quando non pare che ne sia alcuna disposizione, come appare nei profeti
della Legge vecchia e anche nuova; onde io, al tempo che era pace universale
per tutto, preannunciai che presto verrebbe grandissima guerra, e ora che si
vede commosso il mondo preannuncio che da poi questo verrà somma
tranquillità e pace per tutto l'universo; e ai Fiorentini preannunciavo male
a tempo che parevano in somma felicità, e ora, quando sono in grande
tribolazione, preannuncio che avranno presto grande felicità. Sicché questo
segno non è buono a reprobarle. Un altro segno forse parrebbe efficace, cioè
la mala vita di colui che le predice: e questo ancora non vale perché, come
abbiamo detto, molti cattivi uomini hanno preannunciato le cose future per
virtù del lume della profezia, il quale è grazia gratis data e può stare
insieme col peccato mortale. Finalmente io non vedo dove si fondi la
derisione di questi sapienti, salvo che nella loro superbia, la quale li
confonderà: che certo dovrebbero considerare che, non
essendo impossibile queste cose e essendo consonante,
come abbiamo dichiarato di sopra, che loro si mettono a pericolo di rimanere
confusi, poi che le cose predette saranno venute, e di perdere la gloria per
la quale fanno ogni cosa e si affaticano tanto. Vero è che non è da
maravigliarsi che loro non credino, essendo detto da Cristo: In indicium
ego in hunc mundum veni: ut qui non vident videant, et qui vident caeci
fiant —.
Disse il
Tentatore: — Molto pochi sono quelli che ti credono, a paragone di quelli
che se ne fanno beffe : però dura cosa pare a seguitare il giudizio di così
poca gente —. Risposi questa ragione esser molto frivola, perché vediamo nel
mondo pochi uomini essere di buono giudizio e i savi essere molto pochi a
paragone dei pazzi, sicut scriptum est: " Stultorum infinitus est
numerus "; unde etiam pochi sono quelli che vivono bene a
paragone di quelli che vivono male, quia multi sunt vocati,
pauci vero electi, e nel Nuovo e Vecchio Testamento si legge che pochi
seguivano i profeti e Cristo e gli apostoli, a
paragone di quelli che li perseguitavano. Praeterea, è grande
differenza tra quelli che odono queste cose dalla bocca di colui che le
preannuncia, e quelli che poi dai suoi auditori o da altri le odono
riferire. Onde se voi parlate di quelli che odono la nostra predicazione, vi
dico che molto più senza paragone sono quelli che
credono che quelli che non credono, anzi quasi nessuno dei nostri auditori è
che non creda; ma se voi parlate di quelli che non hanno udite queste cose
da me, concedo che più sono quelli che non credono che quelli che credono,
perché altra cosa è udire colui che queste cose sente dentro che colui che
non le sente, e altra cosa è udire la viva voce e le ragioni
con l'ordine e la efficacia delle parole insieme con
la consonanza delle Scritture, che a udirle dire asciutte e nude,
disordinate e quasi morte e senza spirito; e però ben disse santo Ieronimo:
" Plabet nescio quid latentis energiae vivae vocis actus et in aures
discipuli, de auctoris ore transfusa, fortius sonai ". Unde scriptum
est: " Dabo vobis os et sapientiam, cui non poterunt resistere et
contradicere omnes adversarii veltri ". E di santo Stefano si legge che,
essendo congregati contro di lui tanti sapienti, non poterant
resistere sapientiae et spiritili qui loquebatur. Non è dunque meraviglia
se molti, che non odono dallo autore queste cose, non le credono, per la
maggior parte avendo sempre la dottrina di Cristo avuta contraddizione dal
principio del mondo insino a questa ora presente; e però molti in diversi
luoghi vanno corrompendo le mente dei semplici, i quali, non avendo udito da
l'autore, facilmente si lasciano inclinare dalle loro
male persuasioni a non credere.
Disse il
Tentatore: — Alcuni dicono che tu hai dette di molte cose che non sono state
vere, e però non credono anche le altre —. Risposi che tutto quello che
pubblicamente io avevo preannunciato o è venuto o
verrà e non ne cadrà un minimo iota in terra. Ma è da notare che
nel parlare mio privato, perché io sono uomo
e allora parlo come uomo, potrei forse aver detto qualche cosa non
vera, benché di questo io non abbia coscienza
nessuna né mi ricordi d'averlo mai fatto, perché mi sforzo pure sempre di
dire la verità in ogni cosa; ma quando pur mai fosse accaduto, potrebbe
essere stato o per lapso di lingua o per parlare di qualche cosa futura
non per spirito ma per congetture umane, come accade ogni giorno. E
però io ho detto molte volte in pergamo che nel mio parlare privato non mi
credino se non come si ha a credere agli altri
uomini, eccetto che pure alcune cose particolari ho detto
pure nel medesimo lume sopranaturale ad alcuni miei familiari circa le cose
future, delle quale alcune già sono adempiute e le altre si
adempieranno senza dubbio. Praeterea è da sapere che lo spirito della
profezia non è sempre presente al profeta, ma va e
viene secondo che piace a Dio, né dimostra ogni cosa, ma più e
meno, come vuole lo Spirito Santo. Onde Natan
profeta per spirito proprio disse a David che lui edificasse il Tempio,
perché il Signore era con lui; ma di poi lo Spirito Santo gli fece revocare
il detto suo. E però errano alcuni sciocchi, i quali dicono che mi hanno
parlato e che io non ho conosciuto il segreto del cuor
loro, quasi come si voglino dire che ciascuno che è profeta è
Dio, volendo che colui che è profeta conosca ogni cosa. Er-ratis,
nescientes Scripturas neque virtutem
Dei. Il gran profeta Eliseo, quando a lui
venne quella Sunamita alla quale era morto il
figliuolo, disse: Anima eius in amaritudine est et Dominus celavit a me
et non indicavit mihi. E molti sono venuti a tentarmi perché,
predicando, ho detto che non mi potevano ingannare con le loro astuzie, non
considerando che io intendeva queste parole, che non potrebbero
farmi dire cose inconvenienti in predicazione con
loro astute malizie, perché quello che io dico in pergamo sempre innanzi lo
peso bene con la bilancia della orazione e delle Scritture e della ragione
naturale o della espe-rienzia o di fidati testimoni. Ma non intendevo che
non mi potessero ascondere i segreti del cuore loro,
i quali solo Dio conosce; avvenga però che circa le cose del
momento e di importanza molti si credino avermi ingannato, le frode
dei quali ho conosciute alcuna volta innanzi che i mi abbiano parlato e
alcuna volta da poi, come potrebbeno esser testimoni alcuni miei familiari,
ai quali secretamente le ho dette, anzi gli medesimi fraudolenti, i quali
hanno visto gli loro disegni essere stati rotti e le loro fraude conosciute.
Questa obiezione ancora parte credo che sia venuta da alcuni religiosi
(benché pochi), i quali per carità ammonendogli, dissi loro alcuni suoi
difetti segreti, dei quali alcuni incorrigibili sempre li hanno negati e
nientedimeno si sono poi scoperti e per molti segni evidenti si sono
pubblicamente manifestati, benché loro ancora pertinacemente persistevano
nella protervia loro; alcuni altri a qualche loro familiare hanno confessato
quel che io ho detto loro essere stato vero, benché ad
alcuni altri per vergogna l'hanno negato. Questo
errore ancora è proceduto perché molti calunniatori fingono molte cose
false, diminuendo o aggiungendo alle nostre parole secondo che pare loro: e
così vanno seminando me essere stato lo autore dei loro errori; e può ancora
essere processo per non aver bene intese le parole nostre nella
predicazione, onde m'è stato necessario molte volte ripetere
le medesime cose. E però ho deliberato di scrivere tutto quello che io ho
detto in pubblico delle cose future, acciocché si sappia quel che io ho
detto e che non mi sia apposto quel che io non ho detto, a questo fine che
la dottrina di Cristo non patisca tante calunnie.
Disse il
Tentatore: — Io credo che per te molto faria oramai star cheto, perocché tu
sei fatto la favola di tutto il popolo fiorentino,
anzi di tutta la Italia —. Risposi: — Io non cerco di piacere agli uomini,
ma a Dio, perché, come dice lo Apostolo, si adhuc hominibus placerem,
Christi servus non essem. E non sono di sì poco giudizio, che io non
sappi che ogni uomo che parla di queste cose è reputato pazzo dai
savi di questo mondo, ai quali io dirò insieme con lo
Apostolo: Nos stulti propter Christum, vos autem sapientes. Ma quando verrà
quel tempo nel quale insti stabunt in magna constantia adversus eos qui
se angustiaverunt, spero d'udire le voce di questi saggi che diranno:
Hi sunt quos habuimus aliquando in derisum et in similitudinem improperii.
Nos insensati vitam illorum aestimabamus insaniam et finem illorum sine
honore. Ecce quomodo computati sunt inter filios Dei, et inter sanctos sors
illorum est —.
Disse il
Tentatore: — Se solamente tu fossi deriso, sarebbe
poca cosa; ma tu sei ancora avuto in odio e però tu stai in pericolo della
vita tua. Sarebbe dunque buono che tu cessassi oramai —. Risposi: — Come
ho detto, io non sono così pazzo, che io non sappia
che riprendere ogni uomo e non perdonare ad
alcuno stato è concitare contro a sé odi gravissimi; ma io mi conforto
tanto più quanto che io vedo la dottrina e le imprese e opere
nostre essere simili a quelle di Cristo e degli
apostoli suoi e dei santi profeti, i quali furono
derisi per la verità e odiati e perseguitati crudelmente; e però questo è
segno di elezione, dicendo Cristo: Beati
eritis cum vos oderint hommes et persecuti vos fuerint et dixerint omne malum
adversurn vos, mentientes, propter me. Gaudete et esultate, quoniam merces
vestra copiosa est in caelis. Sic enim persecuti sunt prophetas qui fuerunt
ante vos —.
Disse il
Tentatore: — A me pare che quel che tu fai non è per ignoranza né per stolta
semplicità, perché tu hai risposto per tal modo a le obiezioni,
che tu mostri in queste cose non andarne preso alle grida; e benché molte
altre obiezioni si potessino fare, nientedimeno,
avendo tu risposto a tante e alle più difficili,
conosco che facilmente tu solveresti le altre. Se dunque tu non predichi in
questo modo per ignoranza, parendo a molti queste tue profezie essere
errori, seguita che tu li fai per malizia, come
dicono alcuni, cioè per acquistare gloria, dignità e ricchezze:
che, fìgliuol mio, sarebbe un gran male —. Risposi e dissi:
— Benché a me non sia decente giustificarmi,
nientedimeno, acciocché questa dottrina di Cristo non sia
calunniata, risponderò con quella modestia che a me sarà possibile. Io ho
detto di sopra che questo lume della profezia non fa l'uomo giusto, e io mi
confesso peccatore e aver bisogno della misericordia di Dio. Ma è da notare
quello che dice Dio a Samuel profeta: Homo videi quae parent fortes,
Deus antera intuetur cuor. E però della mia vita, o bona o cattiva,
nessuno mi ha a indicare se non Dio: omnes enim nos oportet praesentari
ante tribunal Domini nostri Iesu Christi, ut referat
unusquisque quae gessit in corpore. Dunque a me pare che quelli i quali
dicono in cotesto modo parlino senza fondamento, perché loro
non possono intendere il segreto del mio cuore né la intenzione finale del
mio predicare se non forse per qualche segno esteriore,
dei quali, etiam quanto può vedere uno uomo, non ne possono avere fondamento
alcuno, perché, se il mio fine non è buono, come dicono loro, cum omne
agens agat propter finem, bisogna che io abbi
posto il fine del mio predicare in qualche cosa temporale e lasciato Dio. Le
cose temporali di questo mondo sono in tre
differenze: quia aut sunt extra hominem, come sono ricchezze, onori,
gloria, potestate e dignità; aut sunt intra hominem e appartengono
alla parte sensitiva, come è fortezza corporale, sanità, bellezza e voluttà;
aut sunt intra hominem e appartengono alla parte intellettiva, come è
la scienza, la eloquenzia e le altre grazie gratis date. Bisognerebbe
dunque, a volere di me indicare quello che questi tali uomini indicano, non
potendo loro conoscere il cuor mio, che avessero
qualche segno esteriore manifesto che io appetissi o qualche
una di queste cose o tutte, nel quale segno potesseno fondare il loro
giudizio. La qual cosa a me non pare: perché loro non
possono dire che io cerchi ricchezze, perché si sa pubblicamente che io con
i fratelli miei tutti ci siamo ridutti ad uno semplice vivere e povero, come
è conveniente allo stato nostro; così che la città e i cittadini sono
testimonii che noi non li molestiamo oltra il bisogno della vita nostra e
che io non tengo amicizia né familiarità di uomini potenti e ricchi, anzi
nelle predicazione mie sono stato loro sempre contrario e, parlando secondo
la carne e il sangue, avrebbeno da dolersi molto dei
fatti miei, benché, secondo lo spirito, dovrebbero
ringraziare Dio in me. Né si può dire che io abbia cercato
onore e gloria, perché a preannunciare le cose future sempre s'acquista più
derisione che onore, come abbiamo detto di sopra e per esperienza abbiamo
provato, e per la maggior parte appresso i grandi, appresso dei quali gli
uomini animali e sapienti del mondo cercano essere
gloriosi, perché cercare gloria appresso la povera gente sarebbe cosa stolta
a chi avesse posto il fine suo nella gloria e nello onore, essendo di poca
utilità essere glorioso appresso la gente vulgare e appresso dei grandi
essere deriso e odiato. Né si può verisimilmente dire che io cerchi dignità
ecclesiastiche, perché nella nostra eta si sa come
elle s' acquistano: e io non ho tenuto nel mio predicare tal modo, anzi il
contrario, benché sempre abbia parlato generalmente e cose pubblice e non
calunniato veruna particolare persona né
nominatamente né per tale circostanze che si sia mai potuto venire per me in
cognizione di alcuno particolare: e nientedimeno
piuttosto ho generato contro me odio che benivolenza
di coloro a chi s'aspetta dare tale dignita; né per questo mai mi sono mosso
a riconciliarli e a blandirgli. La qual cosa non fa
chi va cercando simile dignità. Né si possono ancora fondare nei beni
corporali, perché non mi potrei dare tali piaceri, che non si sapessi, per
la maggior parte dai frati, i quali vedono ogni giorno e ad ogni ora la vita
mia e sanno quale siano le mie fatiche mentale e corporali.
E chi sapesse quanto è grande sola la fatica del
predicare con intenzione e desiderio di fare frutto, per la maggior parte
continuando tanti anni in una medesima città, non parlerebbe
in questo modo. E benché non paia cosa conveniente parlare di sé medesimo e
del modo del suo vivere, pure siami per ora lecito dire così, e basti loro
questa risposta : che i non possono vedere in me cosa nella quale si possino
fondare che il mio predicare sia ordinato a fine di
beni corporali, e però parlano senza fondamento; né si possono fondare nei
beni della parte intellettiva, cioè che io predichi in questo modo per
manifestare la sapienza o la eloquenzia, perocché manifestamente ogni uomo
sa che io predico semplicemente senza alcuna
dimostrazione di sapienza e di eloquenzia. Né queste cose ho dette per
laudarmi, perché negli occhi di Dio in hoc non sum iustificatits,
ma io le ho dette per dimostrare che i calunniatori della dottrina nostra,
anzi di Cristo, parlano senza fondamento e si usurpano il giudizio del
cuore, che è proprietà di Dio, non avendo segni
esteriori dove possino fondare il suo giudizio temerario; e se pure
loro vi pare che io mi sia punto laudato, io risponderò come
lo apostolo Paulo: In insipientia dixi e Insipiens jactus sum., quia me
coegistis —.
Disse il
Tentatore : — Io mi maraviglio che tu dica che non si veda di fuori segno
manifesto della tua malizia, quando si sa pubblicamente che tu ti sei
separato dalla Congregazione della Osservanza di
Lombardia e hai separato ancora il convento di Santo Marco di Firenze e di
Santo Domenico da Fiesole e gli altri loro luoghi, per non stare a obbedienza,
e sei fatto priore a vita e come signore di tutti questi luoghi: e così tu
ti hai fatto un bello stato da godere sempre —. Risposi: — Questa
separazione non ho fatto io solo, né l'avrei potuto
fare senza il consenso di tutti gli frati, i quali,
tra Santo Marco e Santo Domenico, furono più di cento e tutti furono uniti a
questo, benché non in uno medesimo tempo, come appare per instrumento
pubblico di mano di notaio: i quali non è da credere che fossero
tutti o stolti o cattivi e che non intendesseno se questa separazione era
buona o cattiva, per la maggior parte facendone loro più di sei mesi
orazione particolari congregati insieme quattro e cinque volte ogni giorno.
E manifestamente appare che noi ci siamo separati non per allargarci ma per
restringerci, come lo effetto ha dimonstrato. Né per
questo fuggiamo la obbedienza della nostra
professione, perché la forma della nostra professione è che noi promettiamo
obbedienza a Dio e alla Vergine Maria e a santo
Domenico e al Maestro Generale di tutto l'Ordine o a un priore o vicario in
luogo del Generale, così che la professione nostra è stare a obbedenzia
del Generale e non della Congregazione di Lombardia : e noi siamo sotto il
Generale. E questa provincia di Toscana, secondo le nostre costituzione, è
separata da quella della Lombardia, e una congregazione naturalmente non è
superiore all'altra; ma per una pestilenza non si potendo reggere il
convento di Santo Marco per sé medesimo per la paucità dei frati, fu
raccomandato alla Congregazione di Lombardia. E però, essendo per grazia di
Dio multiplicato il numero dei frati in modo che si possono reggere per sé
medesimi, non è inconveniente se son tornati allo stato suo naturale,
quia cessante causa, cessare débet effectus: per la maggior parte
che i modi del vivere dei Lombardi sono diversi dai modi dei Toscani. Né è
vero che io mi sia fatto priore a vita; anzi il breve papale della
segregazione io lo feci impetrare in questo modo, che il priore, finito l'anno
dal dì della sua elezione, rimanga casto e assoluto e
che sia in potestà dei frati eleggersi uno priore come a loro piace : e così
si osserva ogni anno. E essi questo anno eletto un
vicario capo di tutti i nostri conventi e luoghi per due
anni, così che, passati i due anni, lui sia suddito
almeno due altri anni come gli altri frati. E così le cose vanno per ordine
senza alcuna signoria. Certo chi si parte dalla obbedienza per insignorirsi
non si restringe a queste cose, ma va alla vita larga
e mangia bene e veste meglio e dassi buon tempo. Le quale cose non si vedono
in la nostra compagnia, ma sì bene una grandissima unione e
carità, la quale non può stare con la ambizione, quia scriptum est: "
Inter superbos semper iurgia sunt ". E perché sarebbe lunga cosa
dirvi le cagione tutte che ci hanno mossi a separarci da quella compagnia di
Lombardia, una ne basterà al presente, se la sarà creduta; ma, o creduta o
non creduta, pur la scriverò e, scrivendola, so che dinanzi a Dio scriverò
la verità: io non mi mossi a questo né per ambizione né per averne buon
tempo né quiete, perché in Lombardia non mi mancavano gli onori e la quiete
se io ne volevo, come sanno tutti quei frati. Ma io l'ho fatto
perché è stata la volontà di Dio che io facci così; e
in quel medesimo lume per il quale ho predette le cose future ho etiam
fatta questa separazione: e questo ha voluto Dio e così mi ha ispirato e
costretto che io facci così, per fare molte opere, le quale per noi vuole
fare in queste parte di Toscana e principalmente in Firenze; delle quale
parte si sono viste e le altre si vedranno, le quale non si sarebbero potute
fare se non precedeva questa separazione —.
Disse il
Tentatore: —- Se tu sapevi che questa era la volontàdi Dio, che bisognava
che tu cercassi dal Pontefice il breve di questa separazione per via dei
secolari e della potenza umana? —. Risposi che, benché Dio comandi e voglia
che si facci una cosa, bisogna però intendere che lui
vuole che si usino i debiti mezzi secondo le
condizioni dei tempi: e al presente questi tempi così
richiedevano; e volse che noi avessimo grande contraddizione, per darci ad
intendere che lui era quello che faceva questa cosa, e non gli uomini. E
sono testimoni tutti gli miei frati che, quando eravamo in quella guerra,
confortandoli spesso dissi loro che, se tutto il mondo ci fosse contro, che
noi a ogni modo avremo vittoria, perché questa era la
volontà di Dio, come provò lo effetto.
Disse il
Tentatore : — Una cosa è che macula queste tue responsioni
: perché tu ti impacci dello stato e del governo della città di Firenze e
par che tu vogli essere Signore, menando il popolo come a te piace —.
Risposi: — Tutti gli uomini che hanno di me notizia sanno che io non mi
impacciai mai di stati di Signori, eccetto questa volta, perché, avendo la
città mutato stato e vedendola in pericolo non piccolo, mi pare
che fosse mio debito consigliarla come la si dovessi governare; onde io, non
senza ispirazione dello Spirito Santo, alle cose
utile e necessarie alla salute della città l'ho consigliata, e non sforzata.
E poi che hanno presa buona forma sanno tutti che io ho detto loro che
temino Dio e che in tutte le loro cose di importanza che hanno a trattare
prima faccino fare orazione e che più a me non
venghino : perché oramai voglio stare in mia pace, se già Dio non mi
inspirasse altrimenti e la carità mi sforzassi qualche volta; benché non
cesserò dare loro consiglio, quando ne fosse richiesto. E nessuno può
calunniare giustamente quello che io ho fatto insino
a qui, forse dicendo: Nemo militans Deo implicai se negociis saecularibus,
ut ei placcai, cui se probavit, perché nelle cose di tanta importanza
quanta era questa e etiam di minore, molti
santi si sono impicciati degli stati e delle signorie
dei popoli, come sa chi legge le Sacre Scritture e le leggende dei santi;
onde etiam santa Caterina da Siena, che era femmina, molte volte si
travagliò di stati per fare bene alle comunità, in tanto che fu
ambasciatrice dei Fiorentini a Papa Gregorio XI insino a Vignone e, dopo
alquanto tempo, del medesimo Papa ai Fiorentini; e impicciandosi
degli stati in questo modo per la pace universale e per ridurre gli uomini
alla giustizia e ai buoni costumi e per la salute
universale delle anime non è impicciarsi di cose
seculari, né così intende santo Paulo in quella
autorità, ma è impicciarsi di cose spirituale e
divine, perché, come dice il Filosofo, unumquodque denominari a fine
iustum est —.
Disse il
Tentatore: — Cotesta scusa ti varrebbe quando tu avessi confortato il popolo
fiorentino a qualche buono modo di governo, ma questo governo al quale tu lo
hai confortato pare agli uomini prudenti e pratichi pericoloso, perocché a
mettere un governo di tanta importanza in mano della plebe e toglierlo di
mano ai potenti è cosa molto pericolosa —. Risposi: — Questo governo, se
bene è considerato, è buono e naturale al popolo fiorentino, perché ogni
buono governo si distingue dai filosofi in tre spezie: la prima è quando uno
solo regge la moltitudine, il quale ha piena potestà sopra essa: e questo
governo, quando è giusto, è ottimo; la seconda è quando la moltitudine è
governata per pochi potenti e virtuosi, il quale governo dimandano "
aristocrazia ", idest ottimo potentato, o vuoi dire potentato di
ottimi, i quali per questo sono chiamati ottimati; la terza è quando la
città o la provincia si regge per la moltitudine del popolo, il quale
reggimento si domanda " polizia ", e questo è il reggimento antique
dei Fiorentini, onde loro lo chiamano " reggimento populare ", come
appare espressamente nei loro magistrati, nei quali sempre
sono gli artefici per la quarta parte, per la maggior parte quelli ai quali
spetta il governo della Repubblica. E però non è questo governo nella plebe,
ma in tutto il popolo, cioè in tutti quelli i quali sono abili agli offici,
cioè che sono stati un certo tempo determinato cittadini di Firenze. E
perché i potenti facilmente conducono il popolo come vogliono, abbiamo
consigliato un modo e una forma di reggere politicamente, ovvero
popolarmente, in essa città, il quale se sarà osservato,
non potrà mai più alcun potente farsi tiranno per forza di ricchezze o di
amici, né poterà alcuno essere esaltato se non sarà virtuoso; e tutti i
cittadini saranno sicuri nella sua città e nessuno a torto potrà lor
nuocere, e sarà questo modo di governo causa di grandissima unione e pace. E
però non si lamenta di questo, come ho spesso detto loro pubblicamente e
come la esperienza ha dimonstrato, se non tre condizione di uomini, cioè
ambiziosi, viziosi e stolti, i quali non potranno così ora, se i non si
emendano, avere quello grado che indegnamente essi
desiderano. E non è vero che questo reggere sia pericoloso, perché né è
nella plebe né è assolutamente nel popolo né assolutamente è negli ottimi,
ma ogni uomo che era potestà
nella città la avrà dal Consiglio Generale e sarà molto bene esaminato,
perché nel predetto Consiglio intervengono etiam tutti i nobili e i
prudenti usitati al governo; e in tanta moltitudine d'uomini potrà essere
poco errore, per la maggior parte quando le cose saranno più ferme e più
limate (perché nessuna cosa nel suo principio può essere perfetta) e quando
tutti i cittadini abili e non la terza parte, come è ora, potranno insieme
radunarsi in detto Consiglio, come è di loro
intenzione ordinare; il che non s'è per insino a qui fatto per non essere
ancora nel palazzo pubblico luogo capace di sì gran numero di cittadini.
Onde sempre la plenaria potestà rimane in questo Consiglio, il quale
etiam non potrà essere facilmente corrotto e viziato da chi volessi
tiranneggiare, per la multitudine la quale in esso si troverà, essendo
difficile e quasi impossibile corrompere tanta moltitudine di uomini, per la
maggior parte che ogni cosa, innanzi che venga alla esamina di detto
Consiglio, sarà sempre prima bene considerata dai prudenti e esperti
cittadini chiamati dalla Signoria e dai Collegi loro
e dal Consiglio dei Richiesti, i quali sono ottanta uomini sempre dei primi
della città, deputati a detta esamina delle cose occorrenti,
come appare nella riforma del loro governo, la quale nuovamente hanno fatta.
E quanto più andrà innanzi questo Consiglio, tanto più la città si purgherà
dai cittadini cattivi e stolti, e tutti saranno
sforzati a viver bene e farsi virtuosi per poter passare per questo
Consiglio a le amministrazione convenienti allo
stato loro; e non passando a tale amministrazione se non uomini
sensati e degni, sarà la città governata ottimamente e
quanto al temporale e etiam quanto allo spirituale. E non sarà
affaticata e affannata continuamente di varie dissensione di cittadini, per
le quale quanto danno si facci alla Repubblica ogni uomo il sa, e i
cittadini potranno stare a casa vivendo sicuri e faranno fiorire la città e
di virtù e di ricchezze, e nessuno sarà sforzato a
fare ingiustizia, ma tutti facilmente potranno vivere bene come buoni e
perfetti cristiani —.
Disse il
Tentatore : — In effetto queste tue escusazioni non
soddisfano agli animi di molti, perché l'ipocrisia
sa troppo bene coprire le sue cose —. Risposi: — Io so che non si potrà mai
ben soddisfare a tutti gli uomini, perché " non est, servus
maior domino suo ",
Cum sit ergo che Cristo non potesse errare, nientedimeno gli Scribi e
Farisei non potevono credere che lui non fosse un seduttore. Ma a me basta
dimostrare che questi che indicano del mio cuore non abbiano fondamento per
alcuno segno esteriore e che le loro parole e i giudizi loro procedino da
cattiva radice. Ma io, benché mi conosca peccatore, posso bene addurre
qualche ragione e buon fondamento a dimostrare che le nostre cose non
procedono da malizia, come sono calunniato, avendo già dimonstrato che non
procedono da ignoranza. Prima perché Dio non può essere testimone della
malizia né quella aiuta, anzi la reproba e sempre la va infirmando. E
chiaramente si vede dalle predicazione che abbiamo
fatte due cose, le quali non possono essere se non da
Dio, il quale per esse dimostra questa dottrina procedere da lui e
non da umana malizia: la prima è che una grande parte delle
cose preannunciate si sono verificate e adempiute ad unguem insino al
minimo iota; la seconda è la mutazione del popolo fiorentino, il quale s'è
per tal modo mutato dal mal vivere al ben vivere, che pubblicamente ogni
uomo confessa che a memoria di uomo vivente non si è veduta tale mutazione
in lui né in numero né in merito così negli uomini come nelle donne; e oltra
questo, il reggimento della città per mezzo di queste nostre predicazione ha
mutata forma, il che ogni uomo reputava impossibile. E qui si potrebbe
aggiugnere molte cose miracolosamente seguite nella città, le quale lasciamo
per brevità. Prae-terea, essendo Dio padre giusto e buono di tutti
gli uomini, verosimile cosa è che più presto illumina i buoni che i cattivi,
e lascia piuttosto incorrere in errore i cattivi che i buoni. Seguitando
dunque questa dottrina nella città di Firenze tutti gli uomini buoni e
impugnandola uomini di mala vita o almeno non di buona fama, quale deve
avere uno buono cristiano, non è verosimile che la sia uno errore procedente
da malizia. Praeterea non è verosimile che questa malizia in tanti anni non
fosse oramai scoperta e stata conosciuta dagli uomini, per la maggior parte
stando io continuamente in Firenze e essendo i Fiorentini uomini astuti e
curiosissimi in simile cose più di tutti gli altri e, che è ancora più,
essendomi state fatte molte insidie e finte molte infamie dai cattivi,
etiam con fingere scomunicazione e lettere contraffatte, e così da
religiosi come da secolari e preti e d'ogni stato. Certo certo se nelle
nostre predicazione fosse stato errore e malizia, non arebbe
potuto stare ascosa insino a questo giorno; ma la verità, la quale negli
affanni cresce e nella guerra diventa sempre più gagliarda, perocché più si
manifesta, ha superato ogni cosa e sempre è più cresciuta, così che ora ha
più forza che mai —.
Disse il
Tentatore: — Finalmente io ti dirò il vero: a me parrebbe che tu attendessi
a predicare dei vizi e delle virtù, come fanno gli altri predicatori, e
tenere il modo del predicare che tengono gli altri e non essere singolare,
perocché questo preannunciare le cose future non fa frutto nelle anime e
pare più presto una ostentazione che altro —. Risposi che per gli effetti si
conoscono le cause. Conciossia dunque che, come abbiamo detto, di queste
predicazioni e modo di predicare ne sia uscito
grandissimo frutto nelle anime, come si sa manifestamente, appare che questo
modo e queste preannunciazioni non sono inutili, come
voi dite, anzi molto fruttuose, perché inducono gli uomini a penitenza e
preparano gli eletti di Dio a sostenere con pazienza le tribolazione
future. Perché tela praevisa minus feriunt. E benché ogni uomo non si
converta a penitenza, nondimeno gli eletti, per i quali sono preannunciate
queste cose, faranno gran frutto, sicut scriptum est: " Ostendisti
popolo tuo dura; potasti nos vino compunctionis. Dedisti metuentibus te
significationem, ut fugiant a facie arcus, ut liberentur dilecti lui ".
E se gli altri non crederanno, gli eletti, per la utilità dei quali sono
queste cose preannunciate, crederranno loro, sicut scriptum est: "
Crediderunt omnes quotquot
praeordinati erant ad vitam aeternam ".
Avendo
dunque io consumato gran tempo in questa disputazione col Tentatore,
voltandomi alle compagne nostre, vidi che ragionavano insieme e sorridevano
dei fatti miei; e, rivoltandomi a loro, dissi: — Qui sunt sermones quos
conuertis adinvicem et estis laetae? —. Risposono: — Perché ci pare che
tu non conosca con chi tu parli —. Allora io mi accostai a madonna Orazione
e dissi: — Madonna, piacciavi dirmi chi è costui —. Rispose: — Tu sei
entrato in disputazione di sapienza umana, la quale è una stoltizia
appresso Dio, e però tu non hai conosciuto costui, che ha tanto disputato
teco; ma accostati un poco a madonna Semplicità, perché lei conosce tutte le
astuzie del Nemico: e da essa intenderai quello che desideri —. Accostandomi
dunque a lei, mi furono immediatamente aperti gli
occhi e conobbi l'eremita non esser monaco, ma il
Tentatore della umana natura; e raccolsimi insieme con tutte quattro le
nostre compagne e dissi: — Malvagio Satana, la tua astuzia, con la quale tu
cerchi di pervertire il cuore dei semplici e alienarli dalla fede, non ti
gioverà nulla, perché sarà con noi la mano di Dio valida e farà crescere la
opera sua: e tu con gli angeli tuoi rimarrete confusi —. Per le quali
parole sparve e partisse da noi con grandissime
strida. E così pacificamente seguendo il cammino nostro, arrivammo alla
porta del Paradiso, il quale era cinto intorno intorno di uno muro altissimo
di pietre preziose e sembrava che circondasse tutto
lo universo mondo, sopra del quale intorno erano angeli che li
guardavano e cantavano dolcissimamente quel che è
scritto in Esaia al XXVI capitalo : — Urbs fortitudinis nostrae Sion;
salvator ponetur in ea murus et antemurale —. E in quello istante
picchiammo la porta, e loro soggiunsero : —
Aperite portas et ingredietur gens insta, custodiens veritatem —. E le
nostre compagne risposono, voltando gli occhi al cielo: — Ve tus error
abiit: servabis pacem, pacem, quia in te speravimus —. E gli angeli con
dolce voce replicando dissero: — Sperastis in Domino in saeculis aeternis,
in Domino Dea forti in perpetuum: e però non temete che i
vostri desideri seranno adempiuti e la superbia del mondo
rimarrà confusa, quia incurvabit habitantes in excelso, sublimerà
civitatem humiliabit. Humiliabit earn usque ad terram,
detrahet eam usque ad pulverem. Conculcabit eam
pes, per pauper is, gressus egenorum —. E in queste parole sentimmo
aprire la porta e cantare dentro: — Semita insti recta est, rectus
callis insti ad ambulandum —. E noi, voltandoci a Dio, rispondemmo: —
In semita iudiciorum tuorum, Domine, substinuimus; nomen tuum
et memoriale tuum in desiderio animae —. Io allora per le cose udite
fortemente eccitato in fervore, elevai la voce e dissi: — Anima mea
desideravi te in nocte, sed et spiritu meo in praecordiis meis de mane
vigilabo ad te. Cum feceris indicia tua in terra, iustitiam discent
habitatores orbis —. Ditte queste parole, statim
fu aperta la porta e fummo illustrati d'uno grande splendore, e vedemmo cose
inenarrabili, delle quale parte ne riferiremo nel
nostro processo.
Prima
che noi entrassimo, fecesi incontro santo Iosef,
sposo e custode di quella immacolata Virginità alla quale noi andavamo per
avere risposta della nostra ambasceria; il quale, avanti che ci
introducesse, disse: — Dominus vobiscum —, e noi rispondemmo: —
Benedicat libi Dominus —, e dicemmo: — Padre santo, avendo la sposa
vostra Vergine e Madre di Dio, il dì della solennità della sua Annunziazione,
accettato lo officio di essere avvocata dei Fiorentini per recuperare le
promesse le quali avevano perse per i loro peccati, ed
essendoci stato annunciato fra la ottava che noi avremo
buone novelle, non sapendo noi le particolarità,
siamo ritornati in questa notte della ottava per intendere il tutto e per
potere significarlo al popolo e domattina dargli questa buona nuova; e
abbiamo con esso noi portato questo bello presente —. E quivi scopersi una
bellissima corona, la quale portava la santa Semplicità, la forma della
quale è questa.
Erano
tre circuli, ovvero tre corone insieme legate l'una
sopra l'altra, così che la superiore era minore della inferiore. La prima
corona, ovvero il primo circolo e maggiore, era fatto
di dodici pietre preziose verdi come è il iaspide, e
la forma di ciascuna era come un cuore umano, e coniungevansi insieme nella
parte inferiore e più larga di ciascuno, così che le punte dei cuori erano
di sopra come le cornette d'una corona; e nel fondo di ciascuno era scritto
un versetto del cantico di Zaccaria, Benedictus Dominus Deus Israel
eccetera, quasi come uno fregio che legava quei dodici cuori, così come sono
dodici i versetti del predetto cantico. Deinde intorno a ciascuno,
cominciando dall'una parte della base e girando verso la punta e ritornando
all'altra parte della base, era scritta la " Ave Maria ", così che appunto
in mezzo del cuore era scolpito il nome di Iesù molto risplendente; e sopra
la punta di ciascuno era una perla, con una banderuola piccolina elevata
sopra la perla, di colore verde; nelle quale banderuole erano scritti dodici
privilegi della Vergine con parole deprecatorie, i quali sono questi. Due
per relazione al Padre Eterno : il primo " Sposa di Dio Padre vera ", perché
Dio Padre e lei hanno uno medesimo Figliuolo; il secondo " Sposa di Dio
Padre ammiranda ", perocché così come ci Padre generò ab aeterno il
suo Figliuolo in cielo senza madre, così lei generò poi in terra quel
medesimo Figliuolo senza padre. Dovuti altri per
relazione al Figliuolo: primo " Madre di Dio", secondo " Madre del suo padre
"', perocché Iesù Cristo, suo Figliuolo, è Dio creatore dello universo, il
quale ha lei creata. Due per relazione allo
Spirito Santo : primo è " Sacrario dello Spirito
Santo singolare ", perché da lui lei fu piena singolarmente di tutte le
grazie; secondo " Sacrario ineffabile "', perocché lo
Spirito Santo la fece idonea ad esser madre del Creatore dello universo. Dovuta
per relazione alla sua virginità: primo è " Vergine delle Vergine ",
perocché nessuna altra Vergine a questa si può comparare, la quale non fu
maculata d'alcuno peccato né veniale né mortale; secondo è " Vergine fecunda
", perché lei sola è Vergine e madre. Dovuta per paragone alla Chiesa
trionfante e a tutto l'universo: primo che lei è "
Regina sola del mondo ", perché è vera sposa e madre e sacrario del Re del
mondo, il quale è Dio trino e uno; secondo, " Regina sopra tutte le creature
onoranda": perché Dio è onorato di onore di " latria ", il quale è onore che
si da solo a colui che è primo principio e governatore di tutte le cose; i
beati poi sono onorati di onore di " dulia ", il quale onore si da a quelli
che sono partecipi della beatitudine di Dio o per qualche altra dignità
grande tengono la persona di Dio; ma perché la Vergine gloriosa oltre a
questo è madre di Dio, è onorata molto più altamente che tutti i santi, e di
uno onore il quale si chiama " iperdulia ". Dovuta ultimi per relazione alla
presente Chiesa militante : primo è " Dolcezza del cuore
dei giusti ", perché per lei impetrano molte grazie
da Dio, e il suo amore è più che il miele e più che
il favo suave, il quale mirabilmente fa caste le anime e i corpi loro;
secondo, che lei è speranza dei peccatori e delle persone miserabile,
perocché per gli preghi e meriti suoi sperano impetrare da Dio misericordia.
Questi dodici privilegi! dunque erano scritti sopra quelle dodici bandierole
in questa forma: Sponsa Dei Petris
vera, ora prò nobis; Sponsa Dei Patris admiranda, intercede prò nobis; e
così seguitavano ancora tutti gli altri. Sopra questo primo circolo era un
altro circolo minore, di dieci cuori di perle candidissime
collegate nel medesimo modo
detto di sopra, e nel fondo di ciascuno era scritto uno versetto del cantico
d'essa Vergine Madre, cioè Magnificat anima mea,
Dominum eccetera, il quale contiene dieci
versetti, così come erano dieci cuori; e intorno intorno a ciascuno uno dei
comandamenti della Legge; in mezzo poi di ciascuno era uno rubino e nella
sommità uno calcedonio, e una banderuoletta bianca a ciascuno, ita
che erano dieci banderuole, nelle quale erano scritte dieci petizioni
chieste da noi e dalla città di Firenze. La prima diceva : " In ogni cosa
sia sempre fatta la volontàdi Dio"; la seconda: "Innanzi a ogni cosa
vogliamo l'onor di Dio e la sua gloria"; la terza:
'"Chiediamo la rinnovazione della Chiesa"; la quarta: ''Desideriamo la
salute di tutti i fedeli "; la quinta: " Preghiamo specialmente
per la salute delle anime nostre"; la sesta: "La remissione dei peccati del
popolo fiorentino, i quali hanno impedite le promesse
a loro fatte da Dio "; la settima: " La rimozione e avversione
dei flagelli, i quali per questo loro hanno meritati"; la ottava: "Copia di
grazia e doni del Spirito Santo nella città di Firenze"; la nona: " Abbondanza
di ricchezze e dilatazione di impero, per diffondere
queste grazie ancora negli altri popoli"; la decima e ultima : " La
restituzione di tutto ciò che a loro era stato promesso ".
Sopra la
quale corona seconda erane una altra piccolina, di quattro cuori di pietra
preziosa chiamata carbunculo, nel fondo dei quali era scritto il cantico di
Simeone, cioè uno versetto per ciascuno cuore, e intorno a ciascuno era
scritto uno dei quattro evangelisti; in mezzo era una croce che lampeggiava.
Nella sommità dei quali era uno topazio a ciascuno, con
una bandieruola che sembrava una fiamma di fuoco; e sopra la
prima era scritto : " Noi domandiamo per la città di Firenze la custodia
degli angeli "; e sopra la seconda era : " Noi chiediamo governo di perfetti
prelati "; sopra la terza: "Chiediamo la dottrina dei santi predicatori ";
sopra la quarta era: "Noi domandiamo moltitudine di clero fervente, preti e
religiosi di santa vita ". E sopra questa coronella era un cuore composto
mirabilmente di molti cuori piccolini di diversi colori, per tal modo
congiunti e collegati, che di tutti insieme era fatto un solo cuore, intorno
al quale era scritto: "Hoc est praeceptum meum, ut diligatis invicem
sìcut dilexi vos. In hoc cognoscent omnes quod mei estis discepoli, si
dilectionem habueritis adinvicem ". E nella sommità del cuore era uno
bellissimo smeraldo, intorno al quale era scritto : " Est eis cuor unum
et anima una in Domino "; sopra del quale era uno
crocifisso piccolino con una bandieruola, nella quale era scritto : "
Fiat pax in virtù tua et abundantia in turribus tuis. Propter
fratres meos et proximos meos loquebar pacem de te.
Propter domum Domini Dei nostri quaesivi bona tibi ". Le quali
cose e corone erano collegate insieme, l'una sopra l'altra, con raggi d'oro
finissimo. Questo è dunque il presente il quale intendiamo di presentare
alla Maestà del Re Eterno per le mane della gloriosa Vergine Madre per
provocare la sua bontà a farci misericordia e a restituirci le grazie
promesse.
Disse
allora Iosef: — Che vuoi dire e che significa il mistero di
questa corona? —. Risposi : — Padre mio, io so che voi lo
sapete; nientedimeno a maggiore nostra consolazione voi chiedete da noi la
sua dichiarazione. Brevemente, questa è la corona la quale ha fatta il
popolo fiorentino alla Vergine Madre, madre di Dio, sposa vostra, per
impetrare le grazie già a lui promesse, dicendo prima devotamente il cantico
di Zaccaria o chi noi sapeva dicendo Credo in Deum Patrem eccetera,
di poi dodici avemarie, di poi il cantico della Sposa vostra e, ultimo loco,
il cantico di Simeone Nunc dimittis eccetera; la qual corona non
solamente l'hanno fatta con la lingua ma etiam
col cuore e con le opere. Dunque quella prima corona dei cuori verdi
significa gli incipienti, i quali sono nuovamente venuti a penitenza con la
viridità della fede (la perla è la loro buona coscienza), i quali offrono il
cuor loro e desiderano fare prefetto in vita spirituale, come chiedono nei
titoli delle bandieruole, pregando per sé e per tutta la città. La seconda
corona di perle candidissime significa gli proficienti, i quali non solo
hanno purgata la coscienza dai peccati, ma etiam
dagli affetti terreni, diligentissimi osservatori dei comandamenti di Dio,
per il rubino della carità che hanno in mezzo il cuore; il calcedonio in
sommità dei cuori significa le loro operazione calde d'amore e gli esempi
che danno al prossimo, per i quali molti peccatori compunti tornano a
penitenza, così come il calcedonio, riscaldato dal sole o per altro modo,
trae a sé la paglia; e però sono fatti degni che le domande loro di quello
che si contiene scritto nelle banderuole siano esaudite. La terza corona dei
quattro cuori di carbunculo, il quale illumina la notte e pare che arda,
significa i perfetti, i quali sono pochi ma tutti
ardenti e d'amor divino infiammati, osservatori non solo dei comandamenti ma
etiam dei consigli evangelici, e portano la croce in mezzo il petto
con desiderio del martirio per amor di Cristo. Il topazio sopra i cuori, di
colore d'oro purissimo e di chiarità celeste, il
quale massimamente risplende tocco dai raggi del sole
e supera la chiarità di tutte le gemme, significa le
operazioni e la dottrina loro irradiata dal Sole
della giustizia, Cristo Iesù : e però questi non chiedeno se non cose
eccellenti e spirituali. Il
cuore di molti cuori composto, che è nella sommità della corona, significa
la unione della carità di tutti i buoni e significa etiam la pace
universale nuovamente fatta tra i loro cittadini
fiorentini, la quale non avendo voluto fare prima e essendosi Dio per questo
adirato con loro, doveva sottrarre
da loro le grazie promesse; onde, essendosi da loro fatta al presente la
pace a Dio grata, cercano riaverle. Lo smeraldo
significa la speranza di conseguir da Dio la viridità di vita eterna e
ancora nel tempo presente le grazie già promesse, i
raggi d'oro significano la unione e l'ordine che hanno insieme nel loro
operare e nelle loro orazione gli incipienti, i proficienti e gli perfetti
—.
Allora
il santo vecchio Iosef con
lieto volto ci prese per la mano e, introducendoci dentro dalla porta e
quella serrando, disse: — Voi siate i benvenuti: e state lieti, che così fia
come v'è stato detto, cioè che voi avrete buone nuove —. E elevando noi gli
occhi, vedemmo uno grandissimo prato tutto pieno di
diversi fiori di paradiso, nel quale erano da ogni parte diversi rivi
d'acque vive e stillanti e chiare come cristallo e
diversità di animali mansueti in multitudine infinita, di agnelli bianchi
come neve, di candidi ermellini, di conigli e simili altri molti animaletti,
i quali tra i fiori e le erbe appresso le acque vive saltavano e giocavano
insieme con certo gaudio e giubilo maraviglioso;
arbori di diverse spezie, con foglie fiori e frutti, sopra ai quali erano
uccellini di diversi colori in gran moltitudine, che cantavano dolcemente e
volavano con grande e ammirabile ordine da luogo a luogo. E in mezzo il
campo vidi uno trono, come è scritto nel III libro dei Re del trono di
Salomone, del quale dice la Sacra Scrittura : Fecit Rex Salomon thronum
de ebore grandem, et vestivit eum auro fulvo nimis, qui habebat sex gradus;
et summitas throni rotunda erat in parte posteriori, et duae manus hinc
atque inde tenentes sedile, et duo leones stabant iuxta manus singulas, et
duodecim leunculi stantes super sex gradus hinc atque inde. Non est factum
tale opus in universis regnis. Sopra il quale trono sedeva una
bellissima e graziosissima donna, in grembo della
quale era uno bambino più risplendente che il sole; e
sopra il capo loro, quasi tra il cielo e la terra, era uno lume maraviglioso
con tre facce, il quale irradiava tutto lo universo; e sembrava che molto si
dilettasse di riguardare a quella mirabile donna e di
illustrarla del suo lume più che ogn'altra cosa che io vedessi, facendo
a lei e al figliuolo suo gran festa e dimonstrandoli con certi gesti tale
letizia e giubilo quale non è possibile a lingua
narrare, sì che sembrava che ogni giubilo e gaudio di quelle tre facce fosse
in lei e nel suo figliuolo. Grande moltitudine di ministri erano per ordine
intorno al trono, che era una cosa stupenda a vederli; e però incontinente
che noi vedemmo sì mirabil cosa, non potendo io sostenere tanta luce,
decidi in faciem meam
e, confortato dallo spirito e dalla guida nostra
santo Iosef, levandomi su e
stando sopra i piedi miei, domandai ad essa nostra guida d'essere illuminato
del mistero di tanto sacramento, e lui rispose graziosamente : — Questo è il
mistero della rinnovazione della Chiesa in tutto il mondo, la quale già
molti anni tu hai denunziata a gli uomini mortali. Le mura di pietre
preziose significano i dottori, predicatori e i prelati pieni di ogni virtù,
i quali difenderanno la Chiesa in quel tempo. Gli
angeli sopra le mura significano che i prelati avranno
familiarità con gli spiriti angelici e siano da loro
illuminati e custoditi. La porta significa la Scrittura del Vecchio e Nuovo
Testamento, per la fede della quale entra nella Chiesa Santa ciascuno
fedele. i fiori per tutto il campo sparsi significano che il mondo si
empierà di tutte le virtù, i rivoli
delle acque sono le grazie divine che allora abbonderanno,
come è scritto: " Omnes sitientes, venite ad aquas" e " Qui sitit
veniat ad me et bibat ", et iterum " Qui vult, accipiat aquam
vitae gratis ", e " Qui Inherit ex aqua quarti ego dabo ei, non
sitiet in aeternum. Sed aqua, quam ego dabo ei, fiet in eo fans aquae
salientis in vitam aeternam ". Gli animaletti significano i cristiani
della vita attiva, che in quel tempo viveranno in tanta semplicità
che non si cureranno di ricchezze o di cosa temporale alcuna, ma sempre
saranno giubilanti tra le virtu e grazie di Cristo.
Gli uccellini significano i cristiani e i religiosi della vita
contemplativa, i quali sopra gli arbori, idest sopra la altezza
delle virtù, canteranno le laude divine, volando con le ali
dello intelletto per i sacramenti della Chiesa e delle Sacre
Scritture, continuamente contemplando cose divine. Quel magno trono
con l'ordine dei ministri significa la Chiesa trionfante, la quale sara
tanta letizia di tale rinnovazione, che, vedendo allora i cristiani
menare in carne angelica vita, non si sdegnerà abbassarsi e
conversare con loro non solurn invisibiliter ma etiam visibiliter,
come tu hai letto dei santi della primitiva Chiesa. Quel lume con
quelle tre facce dimostra la Santissima Trinità, la quale illumina tutto
l'universo ma per più speciali e singolari doni la
umanità di Cristo e poi la Madre sua gloriosa, la
quale tu vedi sedere in su quel trono con dimostrazione della incarnazione
di Cristo, come significa la presente solennità della sua Annunziazione;
il qual trono significa le virtù sua, le quale ha avute dal suo diletto
Figliuolo. L'avorio candido significa la sua
virginità purissima, perché è osso bianco dell'elefante,
animale casto, e però dice la Scrittura : " Fece il re Salomone uno trono
di avorio grande ", e Salomone vuoi dir " pacifico ", e però significa il
nostro Salvatore, il quale portò la vera pace in terra. La abbondanza
dell'oro intorno al trono significa la immensa carità
di essa Vergine Madre: però dice la Scrittura che lui vestì il trono di oro
finissimo. La sommità del trono, la quale era rotonda,
significa la contemplazione la quale lei doveva della divinità, che non ha
principio né fine. " Nella parte posteriore " dice, perocché quando ella era
in questa vita non vedeva Dio a faccia a faccia, ma contemplavalo mediante
le similitudine delle creature, come fu detto da Dio a Moisès: Videbis
posteriora mea; faciem autem meam videre non poteris, avvenga però che
tu debba credere che qualche volta lei vedesse in
vita mortale la divina essenza; ma io ora ti parlo secondo il corso comune
della sua vita. Il sedile del trono significa l'umilità,
la quale è fondamento di tutte le virtù. Le due mani,
le quali sostengono
il sedile, sono la cognizione di Dio e la cognizione di sé medesima; le quali
cognizioni quasi come due mani tengono salda la
umilità. I dui leunculi appresso quelle due mani
significano la fortezza nelle cose prospere e nelle avverse, la quale è data
a l'uomo per la umilità, i gradi per i quali si
ascende su a questo trono significano la diversità dei meriti dei santi,
sopra dei quali è la Vergine gloriosa. i dodici leoncelli sopra questi gradi
sono i santi del Vecchio e del Nuovo Testamento, i quali la onorano, laudano
e magnificano tutti unanimiter; i quali a parte per parte, secondo
l'ordine di ciascuno, andrò manifestando: e vedrai che non est factum
simile opus in universis regnis —.
Ragionando adunque noi in questo modo e camminando verso il trono,
ecco io vedo venire una moltitudine innumerabile di fanciullini
tutti vestiti di bianco, con fiorellini piccolini piccolini candidi in mano
e in capo tutti odoriferi, i quali parevano piuttosto perle e pietre
preziose che fiori, e venivano cantando con grande giocondità:
Laudate, pueri, Dominum; laudate
nomen Domini. Sit nomen Domini benedictum eccetera. E dissi
allora a Iosef: — Padre, chi son costoro? —. Rispose: — Non hai tu
letto in Zaccaria? Plateae
civitatis Hierusalem complebuntur infantibus et puellis Indentions in
plateis eius. Questi sono i fanciulli i quali, per la fede o per i
sacrifici dei parenti loro nella legge della natura o per la cir-concisione
nella legge scritta cominciando alla circoncisione di
Abramo o per la virtù del battesimo nella legge
della Grazia, si sono salvati; e quelli più onorevoli ornati di piaghe risplendenti
e di fiorellini rossi sono i piccolini innocenti, i quali furono uccisi da
Erode per amore di Cristo —. Appropinquandosi dunque essi a noi, li salutai
e dissi loro: — Adiciat Dominus super vos, o pueri sancti,
scilicet gloriam corporum vestrorum, super vos et super fratres vestros
—. Ed essi risposero: —
Benedicti vos a Domino, qui fecit caelum et terram —, e dissero: — Voi
mortali perché siete venuti a noi immortali? —. Risposi che io ero
ambasciatore dei Fiorentini, e dichiarai tutto quello che io era ito a fare.
E loro : — Nisi conversi fueritis et efficiamini sicut parvuli, non
intrabitis in regnum caelorum —. Risposi: — Omne
datum optimum et omne donum perfectum desursum est. E però pregate
per noi che così sia —. Allora presero
con le loro sante mani di quei fioretti candidi e sparseli per tutta quella
corona, dicendo : — Questi sono le nostre orazioni,
le quale aiuteranno le vostre ad impetrare le grazie da voi desiderate, e
pregheremo che nella città di Firenze sia data grazia da Dio che i fanciulli
siano bene nutriti nella religione cristiana e nello amore di Iesù Cristo
Redentore, il quale, per ineffabile sua bontà, degnò per nostro amore essere
fanciullo —. E così, rimasti alquanti di loro in nostra compagnia, gli altri
partiti da noi voltarono le sante facce loro verso la
Santissima Trinità e, inginocchiati a quella, devotissimamente oravano.
E noi,
camminando più oltre, giugnemmo ai gradi del trono. E dinanzi al primo
gradino vedemmo sedere sopra quelle erbette e fiori, a modo di uno circolo
intorno al trono, grande moltitudine di uomini e di donne ornati pieni di
viole mammole piccoline e sì belle che pareano pietre preziose. E dissi a
santo Iosef: — Qui sunt
isti, domine mi? —. Rispose: — Questi sono gli uomini santi e le sante
donne che sono religiosamente vissute in matrimonio. E però sono ornati di
viole mammole : perché, avvenga che siano stati nel governo delle cose
terrene, per lo impedimento delle quali non si può
l'uomo elevare tanto da terra come quelli che menano vita continente,
nondimeno come buoni cristiani non hanno posto il loro affetto in terra, ma
hanno dato nel mondo di virtù grande odore: come la viola mammola, la quale,
benché molto non sia elevata da terra, è però molto piacevole e odorifera.
Questi che tu vedi sedere alla destra e alla sinistra in terra, al primo
grado, sono in questa tua causa speciali avvocati e parleranno a te per
tutti gli altri. Di questi alla destra l'uno è santo Ioachin
e l'altra è santa Anna, l'uno padre e l'altra madre di Maria Vergine
gloriosa. Questi altri alla sinistra sono santo Zaccaria e santa Elisabet,
padre e madre di santo Ioanni Battista —. I
quali io vedendo, con grande reverenzia li salutai e dissi: — Adiciat
Dominus super vos, super vos et super filios vestros —. Risposono: —
Benedicti vos a Domino., qui fecit
caelum et terram —. E esposto a loro quel che io andavo a fare
e il mistero della corona, dopo molte dolce parole domandai l'auditorio
delle loro orazioni. E statim furono da loro conteste due bellissime
grillandette di viole mammole e applicate alle base di due
dei primi cuori della nostra corona, e dissero: — Queste sono le nostre
orazioni, le quale vi aiuteranno; e pregheremo Dio
che dia tanta grazia nella città di Firenze, che i loro matrimoni siano
casti e immacolati come richiede tale sacramento, il
quale significa la unione di Cristo e della Chiesa —. E levoronsi tutti e
quattro per seguitarci e darci auditorio, e l'altra
loro compagnia tutta si messe in orazione devotamente.
Essendo
dunque noi per salire al primo grado, vedemmo una altra moltitudine di
uomini e di donne più alta che la prima, ornati di viole bianche, le quale
in alcuni paesi si chiamano garofili, molto piccoli
e gentili come pietre preziose. E dissi a santo Iosef:
— Qui sunt isti, domine mi? —. Rispose: — Questi
sono uomini e donne i quali sono vissuti santamente in
viduità o castità, perduto il giglio della virginità: e però sono ornati di
viole bianche e non di gigli. Queste due, che siedono
l'una alla destra e l'altra alla sinistra, sono santa Anna vidua, figliuola
di Fanuel, e Maria Maddalena, speciale vostre avvocate; le quali
da tutta la loro compagnia sono ordinate in vostro aiuto —. Salutato dunque
che io ebbi quelle e domandate le loro orazioni
e prima esposto quel che io andavo a fare nel modo già sopradetto, alla
destra e alla sinistra ci furono presentate due altre ghirlandette di viole
bianche e similmente applicate a due altri di quelli
primi cuori della corona nostra, dicendo: — Queste sono le nostre orazione,
per le quale noi preghiamo che Dio doni alla città di Firenze il dono della
castità a i vedovi e alle vedove e a ciascuno che in qualunche modo ha perso
il giglio odorifero della virginità —. E, posta tutta la loro compagnia in
orazione, santa Anna e santa Maria Maddalena seguitorono le vestigie nostre.
Nel
secondo grado poi vedemmo intorno al trono un'altra multitudine assai più
alta, ornata di gigli candidissimi piccoli e sì belli, che pareano pietre
preziose; e domandando io: — Qui sunt isti, domine
mi? — rispose Iosef: — Questi sono i virgini e Vergini;
e alla destra e alla sinistra del grado siedeno santa
Caterina martire e santa Caterina da Siena, vostre
specialissime avvocate —. Le quale salutate come di
sopra e similmente domandate le loro orazione, applicarono
due belle ghirlande di gigli piccolissimi e mirabilmente odoriferi,
promettendo che pregherebbono il magno Dio che in Firenze i virgini
e le Vergini ser-vasseno e dedicassero
perfettamente a Cristo la loro virginità immacolata. E, seguitandoci le due
Caterine, rimasero tutte le altre in orazione.
Nel
terzo grado sedevano santo Zenobio e il beato Antonino da Firenze, padri
della città; e intorno intorno al trono nella altezza di questo grado era il
sacrato numero dei dottori della Chiesa, ornati tutti di bellissimi
fioralisi piccoli e, come abbiamo detto degli altri, sì belli che pareano
proprio pietre preziose. E avendo io inteso chi loro erano e che erano di
tali fiori ornati per la contemplazione significata dal colore celeste dei
predetti fiori, ci proffersono ancora loro similmente
le sue orazioni in due ghirlande dei detti fiori
fatte da loro e poste a due dei detti fiori,
pregando Dio che alla città di Firenze mandasse santi pastori, illuminati
dottori e ferventi predicatori.
Nel
quarto grado vedemmo una grande moltitudine di uomini e di donne che
parevano uccisi e erano vivi, pieni di piaghe splendide e refulgenti
come stelle, ornati tutti di rose rosse piccoline tutte vermiglie e molto
belle, in modo che, come è detto, pareano quasi pietre preziose. E io,
maravigliandomi di questa squadra, dissi a Iosef: — Qui sunt isti, domine
mi? —. Rispose: — Hi sunt qui venerunt ex magna tribulatione et
laverunt stolas suas in sanguine Agni —. dei quali santo Stefano sedeva
alla destra del grado e santo Sebastiano alla sinistra; i quali salutati e
pregati, come di sopra è detto, due altre ghirlande di roselline rosse
appiccheremo a due dei detti
cuori della corona, dicendo : — Queste sono le orazione della nostra
compagnia, e tutti pregheremo per la restituzione delle grazie promesse e
che Dio faccia i Fiorentini così ferventi che possino per amor di Cristo
patire il martirio —.
Nel
quinto grado vedemmo poca gente, ma di tale valore,
che parca che superasseno in virtù tutti gli altri. E domandando: — Qui
sunt isti, domine mi? — rispose Iosef: —
Isti sunt viri sancti, quos elegit Deus in
caritate non fida, et dedit illis gloriarti,
sempiternam; quorum doctrina fulget Ecclesia, ut sole luna; candidiores nive,
nitidiores lacte, rubicundiores ebore antico, saphiro
pulchriores. Questi sono gli apostoli santi e gli evangelisti, dei quali
santo Giovanni, diletto discepolo di Iesù, sede alla destra e santo Marco,
vostro patrone, alla sinistra, vostri speciali avvocati —. E questi tutti
erano ornati di roselline gentilissime incarnate
proprio come pietre preziose, per essere loro candidissimi di purità e
rubicundi del divino amore e odoriferi d'ogni virtù; e questi ancora loro,
da poi la salutazione e le parole, posero ai detti
cuori della corona due ghirlandette di rose incarnate, pregando che Dio
desse a Firenze e ai suoi cittadini tanta grazia che in lei e per loro si rinovasse
la vita apostolica e uno vivere perfetto come nella primitiva Chiesa. E così
i dodici verdi cuori furono ornati ciascuno di una ghirlanda. Nessuno creda
che i fiori delle predette ghirlande fossero della grandezza di questi
nostri quaggiù; anzi, perché i significavano le loro spiritualissime
orazione, erano tanto piccolini e tanto gentilini e le ghirlande con tanto
mirabile artifìcio composte, che, essendo intorno intorno alla corona, non dipendevano
tanto che avessero punto coperto o confuso il volto di chi la avesse avuta
in capo, ma piuttosto gli avrebbono fatto alla fronte
e intorno a tutto il capo uno gentile ornamento, a modo di uno fregio
intorno intorno alla corona.
Salendo
poi al sesto grado, vedemmo moltitudine di uomini venerandi ornati di palme;
e, domandando chi erano, fu risposto quelli essere i
patriarchi e profeti del Testamento Vecchio. Belli quali alla destra di esso
grado sedeva santo Giovanni Battista, precursore del nostro Salvatore, specialissimo
patrono della città di Firenze; alla sinistra David profeta con la citara,
il quale cantava: Confitemini Domino qu-niam bonus, quoniam in saeculum
misericordia eius. Dicat nunc Israel quoniam bonus etc. E questi tutti,
come di sopra salutati, etiam loro presero
due ramicelli di palma gentilissimi pieni di datteri
molto piccolini, i quali pareano pietre preziose bellissimi
posti in su quelli ramicini che pareano fatti di
smeraldo, e appiccoronli alla detta corona, sino alla
destra e uno alla sinistra, dicendo: — Noi pregheremo Dio per voi che, così
come la palma ha poca radice in terra e bella come
inverso il cielo, così Dio conceda grazia alla città di
Firenze, che tanto amino le cose celesti che delle
terrene non taccino stima se non quanto è necessario alla vita mortale —.
Essendo
dunque sopra tutti i gradi saliti, venne
d'incontro una gran moltitudine di
speciosissimi giovani, i quali avevano in mano certe
coronelle circondate di brevi, ovvero cartine
piccoline, scritte e legate con fili
d'oro, e parca che di quelle uscissero fiamme di
fuoco. E dissi a santo Iosef: — Qui sunt isti, domine mi? —. Rispose:
— Questi sono gli angeli governatori delle anime degli uomini e delle donne
della città fiorentina, della quale tu sei ambasciatore, i quali uomini e
donne hanno fatte orazione per questa causa e hanno detta la corona delle
dodici ave-marie; e ciascuno angelo porta la corona di quella anima che esso
governa. E quei brevi scritti significano le parole e i concetti e le
domande espresse nelle orazioni. Le fila d'oro
significano la carità; le fiamme significano il fervore di essa carità, col
quale hanno fatte le prefate orazione —. Intra i quali angeli
appropinquandosene uno che si mostrava a me più che gli altri assai
familiare, disse così sorridendo
a santo iosef : — Che va
facendo qua questo mortale, fra noi, uomo peccatore? —. E risguardandomi
Iosef allora con faccia lieta, presi animo a domandarlo e dissi: — Quis
est iste, domine mi? —. Rispose: — Non sai tu chi è costui? —. E io
dissi: — Nescio, domine mi —. E lui sorridendo
disse: — Tu sei smarrito per le parole sue, e questa
è la cagione che non lo riconosci —. Allora, pigliando animo e
risguardandolo, conobbi che era lo angelo che sempre è meco e sempre mi
governa. E dicendomi lui: — Come hai tu mai tanto ardire a stare tu,
peccatore, tra questi cuori celesti immacolati? —, io
risposi: — Io non avrei già
tanto ardire, se il Signore vostro e nostro non fosse stato per noi crocifisso.
Voi angeli non potete gloriarvi che Dio sia angelo, come ben noi possiamo
gloriarci che Dio sia uomo, sicut scriptum est: Nusquam angelos
apprehendit, sed semen Abrahae apprehendit
" —. In questi piacevoli ragionamenti desiderando io di appropinquarmi al
trono per salutare la gloriosa Vergine Madre, considerando pure che io era
mortale e vile peccatore, inginocchiato in terra con le compagne mie,
in prima feci orazione a Dio per conseguire la sua misericordia e la
remissione dei miei peccati, e dissi: — Deus misereatur nostri et
benedicat nobis, illuminet vultum suum super nos et misereatur nostri, ut
cognoscamus in terra viam tuam, in omnibus gentibus salutare tuum —.
Allora tutti quei angeli, insieme con quei santi i quali erano con esso noi
venuti e con tutta l'altra moltitudine rimasta intorno al trono, insino a
quelli santi bambini, inginocchiati in terra, con voce dolcissime e con
devotissimo affetto dicevano: — Confiteantur libi popoli, Deus; confiteantur
libi popoli omnes. Laetentur et exultent gentes, quoniam iudicas
populos in aequitate et gentes in terra dirigis. Confiteantur tibi popoli,
Deus; confiteantur tibi popoli omnes: terra dedit fructum suum —.
E io allora con le compagne mie rispondemmo : — Benedicat
nos Deus, Deus noster; benedicat nos Deus, et metuant eum omnes fines terras
—. E loro insieme con gaudio subiunsono : — Gloria Patri et Filio et
Spiritui Sancto —. E noi: — Sicut erat in principio et nunc et semper
et in saecula saeculorum. Amen —.
Finita
questa orazione, vidi elevare la Vergine col trono al cielo e tanto in alto
salire, che sparve agli occhi miei. Onde io, non so come, rimasi in mezzo
il prato, con quella santa compagnia di quella moltitudine dei beati,
tutto sbigottito e come morto. Vedendo questo, Iosef presemi per la mano e
disse: — Non ti smarrire, che tu hai a salire in uno più alto loco, nella
via del quale ti guiderà oramai lo angelo che ti governa —. E così lui mi
lasciò al suo governo. Continuando dunque la orazione e risguardando inverso
il cielo con desiderio grande di vedere quella Beata nella cui avvocazione
solo era posta la speranza nostra, vidi subito aprire il cielo : e furono
dimonstrati agli occhi miei molto mirabili
cose, le quale a noi sarebbe al tutto impossibile a esplicare. Credino
gli uomini che, così come egli è grande differenza nel conoscere una cosa
(verbigrazia Firenze) a vederla con l'occhio e non vederla, ma quella
leggere ovvero udirla narrare; così, e maggiormente, è grande differenza
vedere queste cose e leggerle o veramente udirle e non vederle, perocché chi
vedendo le conosce, conosce ancor con esse molte, anzi infinite, circostanze
particolari, le quale è impossibile scrivere o narrare. E avvenga che queste
cose siano spirituali, sono però a noi proposte
mediante le corporali. Le quali
tutte hanno mistero; ma, come è detto, non sarebbe possibile esplicarle
tutte: e però noi ne diremo tanto quanto parrà sufficiente al proposito
nostro.
Io vidi
dunque sopra del capo nostro nove cuori rotondi di angeli, l'un più bello e
molto maggior che l'altro, in modo che gli inferiori
benché fossero in gran multitudine e circondassero
questo mondo tutto il quale è da noi abitato, nientedimeno il cuore
superiore a loro era più largo e di maggior moltitudine e bellezza: e così
di mano in mano il coro superiore era più grande e più bello dello
inferiore, come etiam nei corpi naturali i superiori sono maggiori e
più perfetti degli inferiori, come appare negli elementi e nei corpi
celesti. Il primo cuore, dunque, a noi propinquo era tutto vestito di verde
pieno, e tutto ornato di smeraldi;
il secondo vestito di rosso e ornato di carbunculi; il terzo vestito di
azzurro e ornato di zaffiri; il quarto vestito di candore, come di una acqua
percossa dal sole, tutto ornato di berilli; il quinto vestito di bisso e
tutto di onici ornato; il sesto vestito di broccato d'oro e tutto ornato di
crisoliti; il settimo vestito di verde chiaro e ornato di iaspidi preziosi;
lo ottavo vestito di chiarità celeste, cosparso
di oro purissimo, ornato di topazio; il nono e ultimo e supremo vestito di
color rosso, come fiamme di fuoco, ornato di sardi . E tutte le predette
pietre preziose benché fossero di colore simile al
colore delle veste, nientedimeno chiaramente appariva
la loro distinzione, sì per il loro più vivo e acceso e risplendiente
colore, sì perché erano legate, ovvero appiccicate,
alle vesti con mirabile artificio e ordine
maraviglioso; e nei più degni cuori era l'artificio
delle legature loro, ovvero dei castoni, più mirabili
e più gentili. E questo mistero si trova tutto in
Ezechiel profeta al XXVIII capitolo,
il quale, nel nominarli, comincia dai cuori superiori
dicendo: Omnis lapis pretiosus operimentum tuum: sardius
topazius et iaspis; chrysolithus et onyx et berillus; saphirus, carbunculus
et smaragdus. Da poi vidi il trono della Vergine Madre elevato sopra
tutti questi nove cuori, vestita di sole e tutta ornata dal capo ai piedi di
tutte queste pietre preziose; e doveva in nel suo santo grembo
il Figliuolo suo Iesù piccolino, più splendido che il sole e ornato di tutte
le pietre preziose incognite ai mortali: e era così piccolino perché
figurava, come abbiamo detto, la festa della sua
Incarnazione. Sopra ogni cosa era una ammirabile luce e stupenda con tre
facce, come di sopra dissi, la quale illustrava quel trono della Vergine
santa con tale e tanta abbondanza di luce, che chi non vedessi quella luce
superiore, certo si crederebbe che lei fosse Dio. E di poi si estendevano
quei raggi nella faccia di tutti quelli ordini, che parevano
raggi come rivoli d'acque vivente e chiari più assai
che ogni cristallo quando è dal sole percosso a mezzogiorno; dai
quali rivoli o raggi (che non so come altrimenti
nominarli, perché a ciò mi manca ogni vocabulo) reverberati tutti i nove
cuori e, ut così dixerim, refrigerati e rinfrescati e tutti di
dolcezza d'amore etiam riscaldati, erano in tanto giubilo e con tanta
attenzione risguardavano quelle tre facce, che lingua d'uomo non lo potrebbe
narrare; e non si potevono saziare di laudarle, cantando con grande
consonanzia di voce soavissime: — Sanctus, Sanctus, Sanctus Dominus Deus
exercituum. Benedictus qui venit in nomine Domini: hosanna in excelsis
—. E rivoltandosi poi alla Vergine, dicevano: — Tu gloria Hierusalem, tu
laetitia Israel, tu honorificentia popoli nostri. Quia fecisti viriliter et
confortatum est cuor tuum, ideo et manus Domini confortavit te, et eris
benedicta in aeternum —.
Udendo
io queste dolcissime voci e vedendo sì mirabile luce,
statim cecidi in faciem meam,
non potendo sostenere sì fatto splendore. Ma confortommi lo angelo e levommi
da terra e io, roborato da lui, rimasi in piedi. Allora mi rivoltai allo
angelo e dissi: — Quid sunt haec mirabilia, domine mi? —. Rispose:
— Questi sono gli ordini delle gerarchie
celeste, alle quali è dato da Dio il governo del
mondo: onde la prima gerarchia, più propinqua a Dio,
conosce l'ordine di questo governo in esso Dio; la seconda lo conosce nelle
cause e nelle ragione universale; la terza nelle particolari. E però la
prima considera il fine del governo, la seconda dispone quello che s'ha a
fare, la terza poi lo esequisce. Nella considerazione del fine tre cose sono
necessarie : la prima è risguardarlo, ovvero averlo dinanzi ai occhi, prima
d'ogni altra cosa: e questo appartiene ai Troni, i quali così si domandano
perché sono purissimi e tanto elevati, che, come troni o sedie, sono aperti
e parati a ricevere il Re Eterno e le sue illuminazioni
: e però sono vestiti di verde chiaro, come quelli che sono pieni di pascoli
della eterna viridità, e ornati di iaspidi preziosi, i quali sono verdi e
tinti quasi come di fiori, e significano la loro purità. La seconda cosa
necessaria nella considerazione del fine è pienamente conoscerlo,
e questo appartiene ai Cherubini, il nome dei quali è
interpretato '" plenitudine di scienza ", perché loro
sono pieni di lume e sottilmente penetrano la luce della Deità: e però sono
vestiti di chiarità celeste per la contemplazione,
cospersa d'oro per la sapienza, ornati di topazi, i
quali significano la moltitudine delle cose che loro conoscono; il quale è
del medesimo colore che sono i vestimenti loro, come di sopra è detto. La
terza è poi perfettamente amarlo, e questo appartiene ai Serafini, il nome
dei quali è interpretato " incendio ", perocché tutti sono infiammati
d'amore : e però sono vestiti come di fiamme di fuoco e ornati di sardi, i
quali sono pietre preziose che hanno il color rosso. E così tu hai intesa la
prima gerarchia.
La
seconda gerarchia dispone universalmente quello che si ha a fare, e in tal
disposizione è di bisogno prima ordinare le cose, e questo appartiene a le
Dominazione, le quale così sono dette perché sono libere da ogni servitute e
non declinano dalla giustizia né per amore né per odio, come fanno i signori
temporali, i quali in molti modi sono servi delle loro passioni:
e però sono vestite di broccato d'oro e ornate di crisoliti, i quali hanno
il colore aureo che quodammodo manda fuori certe scintille ardenti,
perché, come l'oro è più prezioso di tutti gli altri
metalli, così la giustizia dei principi tra tutte le virtù è più preziosa e
scintilla opere nei loro sudditi, le quale gli fanno ardere d'amore.
Secondo, ordinate che sono le cose, bisogna escludere il male che le
potrebbe impedire: e questo appartiene alle Virtù, le quali
così si chiamano perché senza timore ardiscono fare ogni gran
cosa: onde esse sono vestite di bisso, il quale è tela
sottilissima e candidissima, perché la fortezza loro procede da gran purità
e elevazione dalle cose corporali,
come si vede nelle cose naturale, che quanto i corpi sono più puri e più
sottili, tanto sono etiam di maggior virtù; e son di poi ornate di
onici, i quali sono pietre preziose a similitudine della unghia umana tra il
bianco e rosso, perché da questo ordine in giù cominciano gli angeli
ministranti, i quali vengono in ministero per la salute degli uomini; e
i quattro ordini superiori per la lor dignità non
vengono a ministrare, ma fanno solo quel che abbiamo detto; come
è scritto in Daniel profeta: Al ilia milium ministrabant ei, et decies
mihes centena milia assistebant ei. Terzo, poi che sono universalmente
disposile le cose e è ogni impedimento escluso, bisogna commetterle alla
gerarchia inferiore e ordinarle a lei più
particolarmente, e questo è officio delle Potestate, quia omnis potestas
a Domino Deo est et quae a Dea sunt ordinata sunt: e però sono vestite
come di cristallo o d'acqua percossa dal sole, e di berilli ornate, i quali
sono del medesimo colore, perché allo officio loro si richiede avere chiara
notizia delle cose che hanno a ordinare, la quale hanno per la illustrazione
del Sole Eterno. E così tu hai la seconda gerarchia.
La terza
poi è esecutrice di quel che dalla seconda è ordinato; nella quale
esecuzione alcuni sono come capitani e principali, i quali hanno cura delle
provincie e delle città: e questi sono i Principati, i quali sono vestiti di
colore celeste, cioè azzurro, e di zaffiri ornati,
che sono del medesimo colore, perché sì come il cielo con le sue stelle è
causa universale delle cose inferiore, così questi sono capitani ad eseguire
il governo universale del mondo. Alcuni hanno governo particolari di uno
uomo, e questi sono gli Angeli, inferiori a tutti gli ordini, i quali
governano le anime vostre particolarmente, così che ciascuna anima ha uno
angelo suo speciale governatore : e sono vestiti di verde pieno e di smeraldi
ornati, i quali sono di tanta viridità, che loro
fanno verde l'aria che è loro intorno, perocché gli
angeli sono mandati a illuminare gli uomini, i quali abitano nella aria di
questo mondo, della viridità dei pascoli eterni,
della quale conviene che tanto siano pieni, che loro
possine di quella circonfondere
gli intelletti umani. Alcuni sono medi tra i Principati e questi Angeli, i
quali hanno cura di quei uomini che non solamente hanno a governare sé
medesimi ma etiam gli altri, come sono prelati, predicatori, dottori
della Chiesa e simili: e questi sono gli Arcangeli, i quali illuminano di
cose più segrete che non fanno gli Angeli, e però sono vestiti di colore
rosso e ornati di carbunculi, i quali sono tanto rubicundi e risplendenti
che illuminano le tenebre: perché la carità li eccita ad illuminare le
nostre tenebre delle cose alte e divine. E così tu hai la terza gerarchia.
Nelle
quale cose tu dovresti notare che nelle veste loro è il mistero e la
significazione dello officio, e nelle pietre preziose è significata la
diversità delle opere e della sapienza e della contemplazione. E dovresti
sapere che in questa innumerabile moltitudine
ciascuno ha officio particolare e qualche proprietà
che non ha l'altro; ma questo lasciamo, perché le menti
dei mortali non sono di tale cosa capace. Tu dovresti ancora sapere che
tutte le perfezioni e virtù che hanno gli inferiori,
quelle medesime hanno ancora i superiori; ma i superiori hanno qualche cosa
più e in maggiore eccellenza, i quali però, per la grandezza della carità
che è in questa patria, si sforzano di comunicare tutte le loro virtù e
illuminazione agli inferiori, secondo la capacità di
ciascuno. Sopra tutti questi ordini è la Vergine gloriosa col suo Figliuolo,
ornati di tutte queste virtù e pietre preziose, ma in tanta eccellenzia che
lingua umana non lo si può narrare. La luce, poi, di
quelle tre facce significa la Santissima Trinità, la quale eccede ogni cosa
in infinitum e con i raggi suoi e con la sua dolcezza fa giocondare
e giubilare tutta questa patria gloriosa, la quale mai non si sazia di
laudarla e magnificarla in saecula saeculorum. Amen —.
Questa
fu la dichiarazione dell'angelo, il quale, dette
queste parole, stette cheto. Né si deve alcuno maravigliare se esso angelo,
in dichiarare le proprietà e i colori delle pietre preziose, paresse per
avventura discostarsi dall'uso dei moderni, perché
forsi potrebbe essere che il nome di qualche una d'esse pietre si fosse in
questi tempi mutato, e gli angeli parlano agli uomini
secondo la qualità di ciascuno: e però l'angelo mio, sapendo che io ero
alquanto esercitato nelle Sacre Scritture e nelle esposizione degli antichi
e santi dottori, i quali in quel modo che ho detto
trattano di queste pietre, mi parlò di quelle secondo la loro esposizione.
Avendo
dunque io udito e visto sì mirabil cose, ero tutto pieno di stupore non
solamente per la meraviglia della lor grandezza,
bellezza e ordine meraviglioso, ma molto più della
gran carità di quelli verso di noi, considerando la loro eccellenzia e la
nostra bassezza, della quale non si sdegnano, anzi non pare che abbiano
altra cura che della nostra salute, e pare che tutte le delizie loro sia
essere con gli figliuoli degli uomini; pure, ripensando poi le Sacre
Scritture, non me ne meraviglio,
dacché del loro Signore è scritto: Delitiae meae esse cum filiis hominum.
Stando io dunque in questa contemplazione, vedo elevare in alto tutti i
santi i quali avevo visti nel prato intorno al trono, e salire tra gli
ordini degli angeli ciascuno al luogo suo con grande reverenzia e
gentilezza; e non rimasono con esso noi se non quelli santi i quali, da me
di sopra nominati, mostrammo essere venuti in nostra compagnia, e così
ancora gli angeli che avevano in mano le coronelle di sopra descritte.
Dunque, vedendo io il trono della Vergine tanto alto, voltatomi
a quella santa compagnia e dissi: — Voi potete senza scala salire al trono,
ma io, misero, come farò? Quia corpus quod corrumpitur aggravat
animarti —. E dicendo questo, apparve una scala
dal trono infino a terra mirabilmente per le mani angelice preparata, e
l'angelo mio rispose: — Ecco la scala per la quale tu hai a salire non
solamente col corpo, ma etiam con la mente, di
virtù in virtù, sicut scriptum est: " Ibunt de virtute
in virtutem, videbitur Deus deorum in Sion " —.
Cominciammo dunque a salire io per la scala e quella nobile compagnia
intorno a me senza scala, e, arrivando al primo coro degli Angeli, li
salutammo in questo modo: — Laudate, pueri, Dominum; laudate nomen Domini
—. Risposono: — Sit nomen Domini benedictum, ex hoc nunc et usque in
saeculum —. E noi replicammo: — A solis ortu usque ad occasum
laudabile nomen Domini —. E loro risposono: —Excelsus super omnes
gentes Dominus, et super caelos gloria eius —. E noi: — Quis sicut
Dominus Deus noster? Qui in altis habitat et humilia respicit in caelo
et in terra, suscitans a terra inopem et de stercore erigens pauperem, ut
collocet eum cum principibus, cum principibus populi sui —. E loro: —
Qui habitare facit sterilem in domo matrem filiorum laetantem —. E noi:
— Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto —. E loro: — Sicut erat
in principio et nunc et semper et in saecula saeculorum. Amen —. Cantato
a questo modo il salmo, mi domandorono quello che io andavo faccendo.
Risposi che io ero ambasciatore dei Fiorentini e che io andavo al trono
della Regina dei cieli per sapere che buone nuove
avessi a riportare al popolo suo, del quale ella era speciale avvocata; e
mostrai loro la corona, dicendo quella essere le orazione di tutto il
popolo, adornata e confortata da tutti i santi del Paradiso, pregandoli che
ancora loro si degnasseno di aiutarci adornare la detta corona delle loro
orazione. Risposono : — Vorremmo sapere che cosa vorresti da noi particolari
—. E io risposi: — Che voi, insieme con questi altri angeli vostri compagni,
che sono qui con noi, pregaste Dio che le persone,
le quale voi avete in governo nella città di Firenze, vivine bene e menino
vita angelica mediante il ministero vostro —. E ditte che io ebbi queste
parole, spiccoronsi dalle sedie del coro loro dodici angeli da dodici parte,
dei quali ciascuno aveva uno smeraldo in mano; e circondarono
il primo circolo della corona, distinto, come di sopra è detto, in dodici
cuori, e a ciascuno dei cuori appiccorono uno dei predetti smeraldi
nella sua parte inferiore, con tanta destrezza che non guastorono niente dei
primi ornamenti, anzi gli dettero maggiore splendore
e più bello ordine; e dissero: — Queste sono le nostre orazione a noi da te
domandate —, cantando soavissimamente il primo
versetto del salmo XIX, cioè: Exaudiat te Dominus in die tribulationis,
protegat te nomen Dei Iacob.
Fatto
questo, partimmoci e arrivammo al coro secondo, e similmente salutato quello
e laudato Dio, come del primo è detto, chiedemmo le loro orazione, che
pregassero che nella città di Firenze i padri di famiglia, i parrocchiani e
i prelati, e altri simili, dei quali loro hanno governo, fossero
buoni e santi e che reggessero bene i loro subietti.
E dette le parole, dodici di quelli Arcangeli, levandosi dalle sedie del
coro loro da dodici parte, ancora loro appiccarono a
mezzo i predetti dodici cuori della corona nostra dodici carbunculi
preziosi, per i quali il nome di Iesù, scritto, come
dicemmo di sopra, in mezzo dei cuori, mirabilmentre transpariva e
risplendeva; e dissero: — Questi significano le nostre orazioni
—; e sottogiunsero il secondo versetto del salmo
predetto dagli angeli cominciato, cioè Mittat libi auxilium de Sancto, et
de Sion tueatur te.
Nel
terzo ordine poi salimmo e, fatte le cerimonie sopradette, dicemmo che
pregassero Dio che mandasse alla città di Firenze
tanto spirito che i vicariiloro, Podestà, Capitani e altri officiali fossero
uomini integri e giusti, e che governasseno i popoli
loro religiosamente con ogni giustizia. Accettorono di fare tutto questo, e
dodici di loro, come gli altri di sopra, attaccorono dodici zaffiri nelle
sommità dei dodici cuori della corona, dicendo il terzo verso del salmo : —
Memor sit omnis sacrificii tui, et holocaustum tuum pingue fiat —.
Il
quarto ordine similmente da noi visitato e pregato che ci aiutasse con
orazione e che pregassero Dio che concedesse
a Firenze buoni magistrati simili a loro, i quali ordinassero
bene tutte le cose appartenente alle virtù e a i buoni costumi, e offrendosi
loro e promettendo pregare, mandorono dieci di loro al secondo circule della
corona, distinto in dieci cuori, nel fondo dei quali appiccorono dieci
berilli, dicendo il quarto versetto: — Tribuat tibi secundum cuor tuum,
et omne consilium tuum confirmet —.
Alle
Virtù poi nel quinto coro fatte le debite reverenze, dicemmo : — Pregate Dio
che i magistrati di Firenze ordinati a punire i cattivi siano tutti ripieni
di Spirito Santo, acciocché senza timore, per zelo di giustizia, li puniscano,
e che gli innocenti possine vivere sicuri —. E accettorono volentieri, e
dieci di loro appiccorono dieci onici preziosi in mezzo ai dieci cuori della
corona, dicendo il quinto verso del salmo: — Laetabimur in salutari tuo,
et in nomine Dei nostri magnificabimur —.
Nel
sesto coro salutate con gran reverenza le Dominazione e fatte le parole come
di sopra, dicemmo che pregassero Dio che i cittadini
fiorentini fossero tali, che si potesse sempre fare
una Signoria di uomini sapienti e giusti, i quali
riguardasseno principalmente l'onore di Dio e la
salute delle anime, e poi il ben comune temporale della città e di tutto il
lor governo. Dunque accettando di fare questo, dieci di loro appiccarono
in sommità dei dieci cuori della corona dieci crisoliti, dicendo il sesto
versetto del salmo: — Impleat Dominus omnes petitioner tuas; nunc cognovi
quoniam salvum fecit Dominus Christum suum —.
Visitato
di poi il coro settimo, similmente lo pregammo che ci aiutassero
a impetrare da Dio che rinovasse la purità e la
semplicità negli religiosi e nelle religiose di Firenze, e accettorono, e
promisero lietamente farlo. Onde quattro di loro
appiccarono quattro preziosi iaspidi al fondo dei
quattro cuori del terzo circolo della corona, dicendo l'altro versetto del
salmo: — Exaudiet illum de caelo
sancto suo in potentatibus salus dexterae eius —.
Da poi
lo ottavo coro con reverenza visitato e, come degli altri è detto, salutato,
pregammo che facesse orazione a Dio che mandasse a Firenze molti santi
illuminati delle Sacre Scritture e pieni di vera sapienza, dai
quali potesse il popolo fiorentino avere nelle sua difficoltà
ottimi consigli; e, accettato che ebbero, quattro di
loro posero in mezzo dei quattro cuori d'esso terzo
circolo della nostra corona quattro topazi, dicendo il verso seguente del
salmo, che è lo ottavo, in questo modo: — Hi in curribus et hi in equis,
vos autem in nomine Dei nostri invocabitis —.
Tandem al nono coro e supremo dei Serafini arrivati, salutammoli come di
sopra e poi dicemmo loro che pregassero Dio che
concedesse a Firenze e a tutta la Chiesa prelati santi e predicatori tutti
pieni di fuoco di carità e Spirito Santo, i quali infiammassero
tutti i popoli dello amore di Cristo. Accettato che ebbero
la nostra proposta, poseno quattro di loro alla sommità dei quattro cuori
della corona quattro sardi, con grandissima gentilezza dicendo il nono verso
del salmo in questo modo: — Ipsi obligati sunl et ceciderunt,
vos autem surrexistis et erecti estis —.
E
essendo noi ancora lungi dal trono della Vergine esaltata sopra tutti i
cuori, con gran fiducia confortati da tante orazione e tanti meriti,
andavamo inverso lei; la quale, vedendoci andare, chiamò uno dei Serafini e
dettegli una piccola ghirlandina gentilissima di varie pietre preziose fatta
con ammirabile artificio, e disse lui: — Va, porta questa sopra quel cuore
ultimo che è posto in sommità della corona, e di' che queste sono le
orazione che io ho fatte per la città di Firenze —. E poi, voltandosi a Dio,
disse il versetto che restava del salmo: — Domine,
salvimi fac regem et exaudi nos in die, qua invocaverimus te —. Il
nostro Salvatore Iesù piccolino nel santo gremio suo chiamò il primo di
tutti gli Serafini e dettegli una pietra sopra tutte preziosissima, rossa e
più resplendiente che il sole, e disse: — Questa è la mia Passione, la quale
io ho offerto al Padre mio perché lui facci
misericordia e grazia al popolo fiorentino. Portala e ponila sopra quello crocifisso
che è posto sopra quello ultimo cuore della corona e di:
Gloria Patri et Filio et Spiritito
Sancto sicut erat in principio et nunc et semper et in saecula saeculorum.
Amen —.
Non fu
mai vista sì mirabil cosa né più gentile presente di questo. E però,
confortato io da tanti meriti, non mi parse presunzione a salir tutta la
scala e andare ai piedi di quel magno trono della Regina dello universo; e
umilmente con devotissima reverenza in terra prostrato, adorai prima la
Santissima Trinità e il nostro Salvatore Cristo Iesù e di
poi lei. E levata la faccia
verso la dolce, umile e lieta presenza di quella Vergine Madre, con gran
giubilo e gaudio di cuore, perché io mi sentivo tutto ardere d'amore,
stupefatto di tanta bellezza, non mi ricordando più che io fossi
mortale ma tutto assorto in quella luce e a quella inestimabile bellezza e
claritate intento, posto fuori di me stesso dissi queste parole : — Tu,
Maria, signaculum similitudinis, piena sapientia, perfecta de
core, in delitiis Paradisi Dei es et eris in perpetuum;
omnis lapis pretiosus operimentum tuum: sardius et topazius et iaspis;
chrysolitus et onyx et berillus; saphirus, carbunculus et smaragdus; aurum
opus decoris tui, et tabernacula tua in die qua
condita es praeparata sunt. Tu mater et virgo, velut Cherub extentus et
protegens, quem posuit Deus in monte sancto suo, in
medio lapidum ignitorum ambulasti perfecta in viis tuis a die conditionis
tuae. Tu gloria Hierusalem, tu Laetitia Israel, tu honorificentia popoli
nostri. Quia fecisti viriliter et confortatum est
cuor tuum, ideo et mantis Domini confortavit te et eris benedicta in
perpetuum. Salve, ergo, Regina, mater misericordiae; vita, dulcedo et spes
nostra, salve. Ad te clamamus exules filii Evae. Ad te suspiramus,
gementes et flentes in illa lacrimarum valle. Eia ergo,
advocata nostra, illos tuos miséricordes oculos ad nos converte, et mala
quae pro peccatis nostris meremur averte, et promissa nobis bona restitue.
Et Iesum, benedictum fructum ventris tui, nobis post
hoc exilium ostende, o clemens, o pia, o
dulcis virgo Maria —. Le quale parole dette, subito da tutti i cuori
della corona la qual portava la santa Semplicità, nostra compagna,
procederono voce e canti con dolcissima consonanzia in questa forma: —
Recordare, Virgo Mater, dum steteris in conspectu Dei, ut loquaris prò nobis
bona et ut avertas indignationem suam a nobis —. Le quale cose dette,
con grande riverenza le presentammo la nostra corona;
e lei graziosissimamente con ogni umiltà e benignità la accettò e, postasela
in capo, prese il suo Figliuolo in mano e si levò dal
trono e, umilmente inginocchiata alla Santissima Trinità, presentatogli il
Figliuolo suo, devotissimamente orando disse: — Respice, quaesumus,
Domine, super hanc familiam tuant,
pro qua Filius meus, Dominus Iesus Christus, non
dubitavit manibus tradi nocentum et crucis subire
tormentum —. Subito dopo queste parole, tutti
quei cuori della corona con voce pietosa concordemente dissero: —
Miserere nostri, Domine, miserere nostri: quia multum repleti sumus
despectione; quia multum repleta est anima nostra: obprobrium abundantibus
et despectio superbis —. Tutti gli angeli e i santi stavano con lei
inginocchiati, pregando insieme tutti che tante orazione fossero
esaudite. E ecco venire da quelle tre facce, le quale representavano la
Santa Trinità, una voce verso la Vergine, che disse: — Fiat sicut vis
—. Le quale parole udite, la Vergine gloriosa ritornò a seder nel trono suo;
e tutti quegli angeli e santi e noi con loro eravamo
intenti a lei e, pieni di grandissimo gaudio, dicemmo : — Ora a te sta,
Maria, e in te sola è posta tutta la nostra salute —.
E lei
allegramente si preparò a fare risposta e, fatto grandissimo silenzio, tutti
eravamo pendenti dalla sua bocca santissima. La Vergine Madre allora, con
voce chiara e alta, alle orecchie di tutta la corte celestiale proferse
formalmente queste parole: — Florentia, Deo Domino Iesu Christo Filio meo
et mihi dilecta, tene fidem, insta orationibus, roborare patientia: his enim
et sempiternam salutem apud Deum, et apud homines gloriam consequeris —.
Di poi, risguardandomi lei e stando cheta, fiducialmente le disse: — Vergine
Madre, queste sono cose generali: bisogna che la
vostra mano benigna sia più larga —. Rispose allora
in vulgate con parole tanto accomodate e gentili, che
mi faceva stupire; né mi sarebbe possibile referirle se non in sentenza. E
disse: — Tu andrai e farai questa risposta al popolo mio diletto, e dirai
che gli è vero che sono peccatori e per le loro iniquità meritano ogni male,
e per la maggior parte per la infedelità di molti, i
quali non vogliono credere quello che tu hai loro prenunziato già tanti
anni, avendo il mio Figliuolo dati loro oramai tanti segni, che i non si
possono più escusare del non credere; e, benché il credere sia dono di Dio,
nientedimeno, se i non fussero cattivi e non avessero mala mente ma andassero
diritti a Dio, avrebbeno da lui avuto tale lume, che
avrebbeno creduto ogni cosa. E però ripreendili, e
di' loro che oramai non siano più duri al credere, perché Dio si adirerebbe
con loro. Nientedimeno, per le molte orazioni le
quale sono state fatte dai beati in cielo e in terra
dai giusti, Dio mi ha data ogni potestà. Orsù tutte
le grazie già promesse loro da Dio saranno restituite, cioè la città di
Firenze sarà più gloriosa e più potente e più ricca che mai, e estenderà le
ali più che mai facesse, e più assai che molti non
pensano, e riavrà tutte le cose che ella ha perdute e
tutte le altre, se più ne perderà; e acquisteranne delle altre assai, che
non furono mai sue. E guai ai sudditi suoi che si ribelleranno da lei,
perché ne saranno gravemente puniti. E già quattro anni sono che, in questo
medesimo lume nel quale Dio ti fa annunziare queste cose, fu detto ai Pisani
che nella tribolazione futura, la quale ora è presente, cercherebbero
libertà e che questa sarebbe la rovina loro:
e così sarà —.
Allora
dissi io: — Non imputate, Madonna, a presunzione se, per potere meglio
soddisfare a chi mi ha mandato, vi domanderò qualche cosa a maggiore
intelligenza. Vorrei sapere se la città nostra sara
tribolazione innanzi a queste consolazione —.
Rispose: — Figliuolo, tu hai predicata la rinnovazione della Chiesa già
tanti anni, la quale senza dubbio sarà, e presto; e hai preannunciata per
ispirazione del Spirito Santo la conversione degli infedeli, cioè dei Turchi
e dei Mori e di altri infedeli, la quale sia presto,
così che molti mortali viventi al presente nel mondo la vederanno. Questa
rinnovazione e dilatazione della Chiesa non potrà esser senza grande tribolazione
né senza la spada, come tu hai predetto loro, massimamente in Italia, la
quale è causa di tutti questi mali per le pompe e per la superbia e altri
innumerabili e indicibili peccati dei suoi capi. E però tu non dovresti
avere per male se la tua città di Firenze e i tuoi figliuoli avranno
qualche tribolazione, perché lei sarà la manco flagellata tra le città
flagellate —.
E
dicendo queste parole, estese la mano e dette una palla, ovvero sfera,
grande in mano a l'angelo mio, nella quale era tutta la Italia descritta.
Lui dunque avendola così accettata, apersela; e subito vidi tutta la Italia
sottosopra, e molte città grande andar sottosopra e piene di grandissime
tribolazioni, le quale io non nomino perché non m'è
concesso; e alcune che non erano tribulate di fuori
né avevano guerra esteriore, dentro si conturbavano sé medesime. E vidi
anche la città di Firenze tribulare, ma non tanto
quanto le altre tribolate. Da poi, estendendo una
altra volta la mano, mi porse una altra palla, ovvero sfera, piccolina,
nella quale erano scritte quelle prime parole che lei, come dicemmo poco di
sopra, disse per lettera formalmente. La quale palla da poi che io ebbi
aperta, vidi la città di Firenze tutta fiorita di gigli, i quali si
estendevano su per i merli fuori delle mura da ogni parte molto dalla lunga,
e gli angeli sopra le mura intorno intorno la guardavano; della quale cosa
io allegrandomi, dissi: — Madonna, certo bene conveniente mi pare che i
gigli piccoli si coniunghino con i grandi, i quali in questi tempi hanno
cominciato a estendersi —. E lei a questo non rispose, ma disse: — Figliuol
mio, se i vicini del popolo fiorentino, i quali si rallegrano del male della
città di Firenze, sapessero le tribolazione che hanno
a venire sopra di loro, non si rallegrerebbero del
mal d'altri, ma piangerebbeno sé medesimi: perocché sopra di loro verranno
maggiore tribolazione che sopra la città di Firenze —.
Dissi io
allora: — Gloriosa Domina, benché io sia polvere e
cenere, dirò pure un'altra parola: se il popolo mi domanda se questa
promessa è assoluta (cioè se così sia
a ogni modo) o se ella è condizionata (cioè che così sarà se faranno la
tale o le tali cose), che debbo io rispondere? —.
Rispose: — Figliuolo, sappi che ella è assoluta, e che così sarà a ogni
modo: perché Dio provederà senza fallo i debiti mezzi per i quali questa
grazia promessa avra il suo fine —. E
disse: — Di agli increduli cittadini
fiorentini, i quali non vogliono credere se non quanto vedono,
che queste cose saranno a ogni modo e non ne cadrà uno iota in terra. E
faccino i cattivi cittadini e perversi uomini di Firenze quanto male sanno e
possano, che non impediranno tanto bene, del quale
loro non saranno partecipi, ma siano da Dio castigati,
se non si convertono a penitenza. E di ai buoni e giusti
quoniam bene, quoniam fructum adinventionum suarum comedent, e
che tanto più e tanto meno aranno tribolazione quanto
più e quanto meno faranno osservare le buone leggi e
castigheranno gli uomini empi e scellerati, i
blasfematori e giocatori e quelli che commettono il
vizio indicibile contro natura, e quanto più o manco rimuveranno
della città tanta feccia, la quale è causa delle loro tribolazione, e quanto
più o meno vivranno da cristiani e sublimeranno le virtù e scacceranno i
vizi —.
Dissi io
allora : — Non mi reputare presuntuoso, umile e mansueta Regina, se io
aggiungerò ancora questa altra parola. Se io sono domandato : Quando haec
erunti, che rispondo io? —. Rispose e
disse: — Cito et velociter. Ma di loro che, così come quando tu
cominciasti a predicare i flagelli della Italia già sono cinque anni nella
città di Firenze, benché già siano più di dieci anni che tu gli cominciasti
a predicare altrove, in quel principio, quando tu dicevi che verrebbeno cito
et velociter, tu soggiungevi : " Io non dico questo anno, né questi due
anni, né quattro, né otto " e non passavi mai i dieci, e nientedimeno
il flagello è venuto innanzi e più presto che non si
credeva; così ora di : " Io dico cito et velociter, né determino il
presente mese d'aprile, né il mese di luglio né di settembre, né uno anno né
due né sei, né altro tempo determinato : ma cito
et velociter ". E però sarà forse più presto che molti non credano —. E
dette queste parole, io fui licenziato.
Io ero
tanto infiammato d'amore e tanto astratto da me medesimo per la bellezza
delle cose che io vedevo, che, non mi ricordavo
d'avere il corpo mortale, non mi sapevo da lei partire; e pure sentendomi
licenziare, dissi: — Vergine gloriosa, voi avete quassù tanti ministri;
pregovi, mandatene uno a fare questa risposta al popolo fiorentino,
imperocché io sono oramai tanto stracco per le fatiche di molti anni già per
lui portate, che io ho gran desiderio di riposarmi un poco —. Dicendo io
queste parole, cominciò tutta quella santa multitudine a ridere della mia
semplicità, e lei, ancora surridendo, mi consolò e disse: — Adhuc libi
grandis restat via, sed confortare in
Domino et esto robustus, quia Dominus tecum est et, si perseveraveris usque
in finem, salvus eris. E noi tutti ti aiuteremo: non avere paura degli
tuoi avversari, e sta allegro nelle tribolazione, perché presto verrai alla
nostra compagnia dopo molte fatiche e avrai la corona
della vita, quam repromisit Deus diligentibus se —.
E io
allora mi levai su e, con quanta umilità e devozione potetti, ringraziai la
Santissima Trinità e il nostro Salvatore Iesù Cristo, raccomandando me e la
città e gli miei frati alla sua misericordia. Ringraziai poi la
gloriosissima Vergine Madre e lasciai nelle sue mane il cuor
mio, pregandola che ella fosse sempre nostra avvocata e ci confortasse nelle
nostre tribolazione. Ringraziai ancora tutto il resto della corte celeste
delle loro orazione, le quale ci avevano aiutati impetrare tante grazie. Di
poi, fatte le debite reverenzie, cominciai a descendere la scala con tutta
la nostra compagnia; e per il grande giubilo che era nella anima mia, come
prima mi trovai nel coro dei Serafini, cominciai con alta voce a cantare: —
Confitemini Domino quoniam bonus, quoniam in saeculum misericordia eius —. E
gli angeli risposeno: — Dicat nunc Israel quoniam bonus, quoniam in saeculum
misericordia eius —. E così descendendo cantavo quel salmo CXVII, a ogni
versetto sempre gli angeli rispondendo : — Quoniam bonus, quoniam in
saeculum misericordia eius —, insino a nel versetto che comincia Aperite
eccetera. E perché il salmo non è così comune a tutti, scriverremolo qui di
sotto in questa forma:
Confitemini Domino quoniam bonus, quoniam in saeculum misericordia eius. /
Dicat nunc Israel quoniam bonus, quoniam in etc. / Dicat nunc domus
Aaron quoniam bonus, f Quoniam in etc. / Dicant nunc qui timent Dominum. j
Quoniam in etc. / De tribulatione invocavi Dominum et exaudivit me in
latitudine Dominus. / Quoniam in etc. / Dominus mihi
adiutor: non timebo quid facial mihi homo. / Quoniam in etc. / Dominus mihi
adiutor, et ego despiciam inimicos meos. / Quoniam in etc. / Bonum est
confidere in Domino quam confidere in nomine. / Quoniam in etc. / Bonum, est
sperare in Domino quam sperare in principibus. /
Quoniam in etc. / Omnes gentes circuierunt me et in nomine Domini, quia
ultus sum in eos. / Quoniam in etc. / Circumdantes circumdederunt me et in
nomine Domini, quia ultus sum in eos. / Quoniam in etc. / Circumdederunt me
sicut apes et exarserunt sicut ignis in spinis et in nomine Domini, quia
ultus sum in eos. f Quoniam in etc. / Impulsus eversus sum, ut caderem: et
Dominus suscepit nie. / Quoniam in etc. / Fortitudo et laus mea Dominus: et
factus est mihi in salutem. I Quoniam in etc. / Vox exultationis et salutis
in tabernaculis iustorum. / Quoniam in etc. / Dextera Domini fecit virtutem,
dextera Domini exaltavit me, dextera Domini fecit virtutem. / Quoniam in etc.
/ Non moriar sed vivam, et narrabo opera Domini. / Quoniam in etc. /
Castigans castigavit me Dominus et morti non tradidit me. / Quoniam in etc.
/ Aperite mihi portas iustitiae, et ingressus in eas confitebor Domino. Haec
porta Domini: insti intrabunt in earn. / Quoniam in etc. / Confitebor tibi,
quoniam exaudisti me et factus es mihi in salutem. / Quoniam in etc. /
Lapidem, quem reprobaverunt aedificantes, hic factus est in caput anguli. /
Quoniam in etc. / A Domino factum est istud et est mirabile in oculis
nostris. / Quoniam in etc. / Haec dies, quam fecit Dominus: exultemus et
laetemur in ea. / Quoniam in etc. / O Domine, salvum me fac; o Domine, bene
prosperare: benedictus qui venit in nomine Domini. / Quoniam in etc. /
Benediximus vobis de domo Domini. Deus Dominus, et illuxit nobis. / Quoniam
in etc. / Constituite diem sollemnem in condensis usque ad cornu altaris. /
Quoniam in etc. / Deus meus es tu et confitebor tibi; Deus meus es tu et
exaltabo te. / Quoniam in etc. / Confitebor tibi, quoniam exaudisti me et
factus es mihi in salutem. / Quoniam in etc. / Confitemini Domino quoniam
bonus, / Quoniam in etc. / Gloria Patri et
Filio et Spiritui Sanato. / Quoniam bonus, / Sicut
erat in principio. Amen. / Quoniam bonus.
E
approssimandoci alla porta, cantai allora quel versetto che dice: Aperite
mihi portas iustitiae etc., e fatti gli abbracciamenti e ringraziamenti
con le dette recommendazione, una altra volta adorammo la Maestà Eterna e
uscimmo della porta, seguitando il salmo e dicendo con le compagne nostre: —
Confitebor tibi, quoniam exaudisti — con gli altri versetti seguenti.
Il quai salmo finito, sparve ogni cosa.
Dopo
questa predicazione, seguitando il predicare pubblicamente, ho detto e molte
volte riconfermato che il Re di Francia è stato da Dio eletto ministro della
sua giustizia e che lui sarà vittorioso e prospererà etiam se tutto
il mondo gli fosse contrario. Vero è che, come particolarmente ho detto e
scritto a lui, per conservarlo in umilità e per i mali che fanno ai
suoi sudditi se lui non li corregge, avra di molte tribolazioni,
e per la maggior parte se i non tratterà bene la città di Firenze, così che
Dio gli farà ribellare i popoli e daralli
molti avversarii e molte difficoltà,
perché Dio vuole che sia amico e fautore della città di Firenze, da Dio
eletta per principio della riformazione della Italia e della Chiesa; e se
esso non vorrà essere amico dei Fiorentini per amore, Dio lo farà esser per
forza. Nientedimeno, perché lui è eletto da Dio ministro della sua
giustizia, se si umilierà e riconoscerà la elezione sua, non sarà sommerso
dalle tribolazioni; anzi, poi che sarà umiliato e
purgato, si leverà su vittorioso e, quando parrà agli
uomini che lui totalmente sia estinto, allora risorgerà
su con vittoria e, osservando quello che Dio gli ha
fatto dire, acquisterà gran regno; altrimenti facendo e seguitando la via
che non piace a Dio, potria essere reprobato da lui, come fu reprobato Saul
primo re di Israel, e potria esserne da Dio eletto a questo ministero un
altro in suo luogo, come fu eletto David in luogo di Saul: perché queste
promesse e grazie fatte a esso Re di Francia sono condizionate e non
assolute, come è assoluta la riforma della Chiesa e le grazie promesse ai
Fiorentini. E acciocché ogni uomo intenda che vuole dire profezia assoluta e
condizionata, è da notar che Dio conosce le cose future in due
modi: uno è che le conosce secondo che sempre sono presente alla sua
eternità, l'altro modo è che le conosce secondo che esse procedono da
l'ordine delle lor cause. E benché Dio sempre le conosca in questi
due modi insieme, nientedimeno, perché lo effetto non riceve
tutta la virtù della sua causa, per la maggior parte quando la causa è molto
eccellente, come è Dio, gli profeti non ricevono sempre da Dio la cognizione
delle cose future in tutti due questi modi insieme,
ma alcuna volta secondo il primo modo, e allora quella cognizione si domanda
profezia di prescienzia ovvero di predestinazione; alcuna volta la riceve
secondo l'altro modo, e allora tal cognizione si domanda profezia
condizionata di comminazione ovvero di promesse, perché bisogna intendere
che tal cose preannunciate verranno se non si muterà l'ordine delle cause
dalle quale ordinatamente hanno a procedere. E in questo modo Iona
disse: Adhuc quadraginta dies et Ninive subvertetur, le quale parole
non erano false, perché si intendevano così: che i peccati di Ninive
meritavano che da poi quaranta giorni lei fosse distrutta.
E similmente Esaia disse ad Ezechiel, re di Ierusalem:
Dispone domui tuae, quia morieris tu, et non vives. Le quali parole
si intendevano così, che la disposizione del corpo suo era tale, che la
ordinava alla morte, e per via naturale non poteva campare. Il profeta
dunque, che impara da Dio e che semplicemente deve obbedire
a Dio, deve etiam preannunciare le cose future in quel modo che a lui
è comandato da Dio, altrimenti incorrerebbe in peccato, come fece Iona,
il quale per la inobbedienza fu punito, come è
descritto nella sua profezia. Dico adunque, ispirato da Dio, che se il Re di
Francia osserverà quello che abbiamo detto di sopra, senza dubbio sara
vittorioso e acquisterà grandissimo regno; e se non osserverà le cose
predette, a gran pericolo andrà il fatto suo; e se le orazione dei giusti
non lo aiuteranno, sarà da Dio reprobato, come abbiamo detto di sopra.
Ancora
ho detto più volte pubblicamente che tutti quelli che tribolano
i Fiorentini saranno tribulati da Dio; e di questo, oltra la autorità del
lume divino, ho assegnata anche qualche ragione, perché, essendo mutato lo
stato e la forma della città di Firenze e non avendo questo nuovo stato né
il popolo, il quale come libero di sé al presente governa, fatto per ancora
male né ingiustizia a alcuno popolo o Signore, certa cosa è che chi tribula
ora i Fiorentini iniustamente gli offende, e però merita di essere punito
dalla divina giustizia.
Ancora
ho predicato pubblicamente, e così confermo per divina ispirazione, che se
alcuno cittadino della città di Firenze, dentro o di fuora, tenterà mai con
effetto di farsi capo in essa città o di guastare il presente governo, Dio
gravemente punirà lui e la casa sua e tutti quelli che lo seguiteranno, e
alla fine gli farà tutti capitar male.
Ancora
più volte confermato da il lume divino, ho
pubblicamente replicato che quello che è stato promesso alla città di
Firenze a ogni modo sarà, etiam se tutto il mondo le fosse contrario.
E che se i Fiorentini vanno seguitando e crescendo nel ben vivere, come
hanno cominciato, prima diminuiranno gran parte delle loro tribolazione, le
quale hanno a venire innanzi alle consolazione; secondo, faranno più presto
venire le grazie a loro promesse; terzo, ne saranno partecipi loro e gli
suoi figliuoli, avvenga che molto più gli suoi figliuoli che loro: perocché,
benché le grazie di sopra scritte siano assolutamente state promesse alla
città di Firenze, non sono però state promesse a alcuna particolari persona.
E però molti cattivi cittadini non ne saranno partecipi, se forsi i non si
emendano. Onde ho detto al popolo che notino in uno libro tutti quelli che
non credono e contradicono da una parte, e da l'altra tutti quelli che
credono e seguitano questa dottrina: e vederanno in breve tempo che i sette
ottavi di queste tribolazione toccheranno a quelli che non credono e contraddicono.
Conforto dunque ognuno al credere e la sua fede dimonstrare con le opere.
Perché questo non poterà a lui nuocere, ma sommamente giovare a laude e
gloria del nostro Salvatore Cristo Iesù, qui cum Pâtre et Spiritu Sancto
est Deus benedictus in saecula saeculorum. Amen.
Io so
che molti uomini animali e di queste cose inesperti si faranno beffe di me e
diranno queste cose essere state trovate e ordinate per invenzione umana e
essere piuttosto fazione poetice che visione o profezie. Vadano costoro a
leggere i Profeti, per la maggior parte Ezechiel e Daniel e Zaccaria, e
troveranno simile cose fatte in loro dal Spirito Santo, le quale loro
scrisseno non dichiarando il mistero, ma lasciandolo a lo esercizio dei
santi dottori. E credino questi tali che gli profeti videno molto più cose
assai con innumerabile circonstanze, che non scrissero.
Ma io ho voluto estendere questa visione con la sua dichiarazione per
consolazione degli eletti e per torre via molte calunnie degli avversarii,
benché mia intenzione era piuttosto di asconderla. Ma, come ho detto, sono
stato costretto a scriverla. E tutto quel che io ho scritto è vero e non ne
caderà uno minimo iota in terra che non si adempia. E benché
io mi sia sforzato di scrivere ogni cosa chiaramente, nientedimeno credo che
molti incorreranno in diverse dubitazione, come etiam molte
dubitazione sono negli Evangelii, i quali paiono così chiari, e molte più
nei Profeti, nei quali pare ancora che siano molte contraddizioni,
le quale con gran fatica concordano i santi dottori. E gli eretici e cattivi
uomini in esse si avviluppono e rimangono eccecati, unde disse lo
Apostolo ai Corintii: Si etiam opertum est Evangelium nostrum, in iis qui
perenni est opertum, in quibus deus huius saeculi excaecavit mentes
infidelium, ut non fulgeat illuminatio Evangelii gloriae Christi, qui est
imago Dei. E però se questa nostra operetta partorirà ad alcuni qualche
dubitazione, nessuno se ne deve meravigliare. Spero
però che chi la leggerà col cuore retto ritroverrà facilmente la soluzione
d'ogni cosa, e chi pure non la sapessi trovare per sé medesimo, vivendo
ancora lo autore ricorra a lui o, morto lui, ai suoi discepoli e familiari,
e seragli satisfatto appieno in ogni cosa. Altrimenti facendo, manifesterà
di sé medesimo che non è amatore della verità ma calunniatore del suo
fratello, e provocherà contro a sé il giudice Eterno,
il qual dirà contro a lui: — Os tuum abundavit malitia et lingua tua
concinnabat dolos. Sedens adversum fratrem tuum loquebaris, et
advenus filium matris tuae ponebas scandalum. Haec
fecisti et tacui. Existimasti inique quod ero tui similis. Arguam te et
statuam te contro faciem tuam —. Se gli uomini credono ai libri dei
mercatanti e alle carte e pubblici instrumenti
antiquissimi dei notarii e ai altri uomini, dei quali è scritto Omnis
homo mendax, e agli astrologi fallaci e ai
demonii, ai quali i gran maestri spesso vanno a domandar consiglio e i quali
son bugiardi e padri e maestri delle bugie, quanto maggiormente doveriano
credere queste cose delle quale hanno già buona parte viste venire, e per la
maggior parte non mi avendo loro mai potuto trovare in bugia, praesertim
avendo Dio già dato loro molti segni che queste cose sono da lui e non da
invenzione umane! Prego gli eletti di Dio che in tanta contraddizione non si
conturbino, ma tanto più si debbino firmare in questa fede quanto più
veggono le nostre cose assimilarsi alla dottrina di Cristo e dei Profeti e
degli apostoli e di tutti gli altri santi, così nella verità e nel modo come
nelle persecuzione, come ho molte volte dichiarato per le Sacre Scritture.
Ringrazino Dio che ha loro donato tanto lume che conoschino la verità che
procede da lui, e non si maraviglino se molti non credono e altri ci
perseguitano, perché Cristo con altra efficacia che non facciamo noi
predicava al popolo ebraico e confirmava la sua dottrina con miracoli grandi
e stupendi, e nondimeno pochi credettono in lui e molti il perseguitorono in
tanto che il dì della sua Passione ogni uomo lo abbandonò e rimase la
perfetta fede solo nella Vergine Madre. E nessuno deve dubitare che gli
eletti di Dio si perdine, perché, come dice lo Apostolo, " firmum
fundamentum Dei stat, habens signaculum hoc: ' Cognovit Dominus qui sunt
eius ' et ' Discedat ab iniquitàte omnis, qui invocai nomen Domini '. In
magna autem domo non solum sunt vasa
aurea et argentea, sed et lignea et fictilia et quaedam quidem in honorem,
quaedam autem in contumetiam. Siquis ergo emundaverit se ab istis, erit vas
in honorem sanctificatum et utile domino, ad orane opus bonum paratum ".
Itaque Regi saeculorum immortali, invisibili, soli Deo honor et gloria in
saecula saeculorum. Amen.
FINIS DEO GRATIAS |
CESAR'S LETTER
PREFAZIONE
Di
Michele Nostradamus alle sue Profezie
A Cesare
Nostradamus, figlio, lunga vita e felicità.
(I)
- La tua tarda comparsa CESARE NOSTRADAMUS, figlio mio, mi
ha fatto impiegare il mio tempo in costanti veglie notturne, riportando
per iscritto, a tua perpetua memoria, dopo la morte del tuo progenitore, per
il comune profìtto degli umani, di quanto la Divina Essenza, attraverso le
rivoluzioni Astronomiche mi hanno consentito di conoscere.
(II)
- Poiché è piaciuto a Dio Immortale che tu sia venuto alla
luce in questa spiaggia terrena, non voglio riferirmi ai tuoi anni, che non
sono ancora sufficienti, ma ai tuoi mesi marziali incapaci di recepire nel
tuo debole ingegno, quello che avrò raccolto alla fine dei miei giorni;
(III) -
vedo che non è possibile lasciarti per iscritto ciò che verrà cancellato
dall'ingiuria del tempo;
(IV) -
poiché la facoltà ereditata dall'occulta predizione rimarrà racchiusa dentro
di me;
(V) -
considerando cosi che le avventure del destino umano
sono incerte e che tutto è regolato e governato dalla
potenza inestimabile di Dio, che ci ispira, non per baccante furore né per
frenetico trasporto, ma per astronomiche osservazioni, "Soli
numine divino afflati proesagiunt et spiritu prophetico particularia."
"Essi soli ispirati dalla Divinità e dotati di spirito
profetico, presagiscono gli eventi particolari"..
(VI) -
(1)
Quantunque per lungo tempo, per
diverse volte io abbia predetto con molto anticipo, ciò che poi è accaduto,
in particolari regioni, attribuendo tutto ciò alla
virtù ed alla ispirazione divina ed avendo preannunciato altri lieti
ed infausti avvenimenti, con evidente prontezza, anche questi poi
verificatisi in diverse latitudini della terra;
(VII) -
avendo voluto tacere e tralasciare a causa della ingiuria e non tanto del
tempo presente, ma anche per la gran parte del futuro, di mettere per
iscritto, poiché i regni, i partiti, le religioni faranno cambiamenti
opposti, rispetto al presente, diametralmente, che se io riferissi ciò che
accadrà in avvenire, quelli del regno, di un partito, di una religione, e di
una fede, troverebbero disaccordo con la loro fantasia auricolare che
condannerebbero ciò che nei secoli futuri si constaterà essere vero
e riconosciuto.
(VIII) -
(2)
Considerando anche la sentenza del
vero Salvatore,
"Nolite sanctum dare canibus, nec mittatis margaritas
ante porcos ne conculcent pedibus et conversi dirumpant vos."
"Non porgete ai cani ciò che è Santo, non offrite perle ai
porci per evitare che le calpestino e rivolgendosi contro di voi
straziandovi". Che è stata la causa che ha trattenuto il mio
linguaggio dal popolare, e la mia penna dalla carta;
(IX) -
poi mi sono voluto dilungare dichiarando per gli avvenimenti comuni, con
astruse enigmatiche frasi gli
eventi futuri, in particolare le
più importanti e quello in cui ho percepito,
qualsiasi umano cambiamento senza scandalizzare i fragili ascoltatori, e il
tutto scritto in termini nebulosi più che profetici;
(X) -
poiché; (3)
"abscondisti haec a sapientibus, ea
prudentibus, id est, potentibus & regibus, & enucleasti ea exiguis &
tenuibus" "Tu hai tenuto celate queste cose ai
sapienti ed ai saggi, cioè ai potenti ed ai re e le hai rivelate agli umili
ed ai poveri", ed ai Profeti;
(XI)
(4)
per mezzo di Dio Immortale e dei buoni angeli, hanno
ricevuto la facoltà di vaticinare, con la quale essi vedono gli eventi
lontani e possono prevedere i futuri avvenimenti, poiché nulla si può
realizzare senza di Lui;
(XII) -
così grande è la potenza e la bontà per le sue creature che quando esse sono
raccolte in loro, tuttavia soggette ad altri effetti
per la similitudine delle cause del buon genio, quel calore e la forza
profetica si avvicina a noi come succede ai raggi del sole che irradiano la
loro influenza ai corpi elementari, e non elementari.
(XIII) -
Quanto a noi, che siamo esseri umani non possiamo conoscere nulla della
nostra naturale cognizione, e versatilità d'ingegno degli astrusi segreti del
Dio Creatore, (5)
"Quia non est nostrum noscere tempor, nec momenta, & c."
"Poiché non ci è possibile conoscere né i tempi né i
momenti".
(XIV) -
Sebbene al presente vi possano essere personaggi che Dio Creatore ha voluto
loro rivelare con impressioni immaginative, alcuni segreti dell'avvenire
secondo l'Astrologia critica, come per il passato, allorché certe potenze e
facoltà volontarie, portavano ad esse come fiamma di fuoco che appare, sotto
la sua ispirazione si giungeva a giudicare le divine
ed umane ispirazioni.
(XV) -
Poiché le opere divine, che totalmente sono assolute,
Dio le viene a realizzare: l'intermedia che i nel mezzo,
gli angeli: la terza, i
malvagi.
(XVI) -
Ma figlio mio, io qui ti parlo un poco troppo astrusamente;
(XVII) -
ma per quanto riguarda le occulte vaticinazioni, che si ricevono attraverso
il sottile spirito del fuoco, qualche volta l'intelligenza contemplando il
più alto degli astri, restando vigili ed attenti alle occulte voci, sorpreso
per scritti redatti senza timore, salvo poi essere tacciato di invereconda
loquacità: ma perché? tutto proviene dalla Potenza Divina del Grande Dio
Eterno da cui tutta la bontà procede.
(XVIII)
- Inoltre, figlio mio, benché io abbia assunto il nome di Profeta io non me
ne voglio attribuire il titolo, di così alta sublimità per il tempo
presente, perché (6)
"Propheta dicitur hodie, olim vocabatur
videns." "Profeta è chiamato oggi colui che un
tempo veniva chiamato veggente"
(7) poiché Profeta,
propriamente, figlio mio, è colui che vede cose lontane
dalla conoscenza
naturale
di tutte le creature.
(XIX) -
(8)
E sopraggiunge il momento in cui il Profeta, attraverso la perfetta luce
della profezia gli appaiono chiare tanto le cose divine che quelle umane,
la qualcosa non si può spiegare visto che gli effetti della futura
predizione si estendono lontano.
(XX) -
Poiché i segreti di Dio incomprensibili, e la virtù operante contingente,
(9)
é
lontana dalla conoscenza naturale, che prende le mosse
dal libero arbitrio,
(10) fa sembrare le
cause che da sole non possono acquisire quelle nozioni, tali da essere
conosciute né dagli uomini veggenti
né attraverso altre conoscenze o facoltà occulte esistenti
sotto la concavità del cielo, in egual misura per gli
avvenimenti presenti della intera eternità che
viene ad abbracciare tutti i tempi.
(XXI) -
Ma attraverso qualche indivisibile eternità,
per agitazione estatica, le
cause per mezzo dei movimenti celesti sono conosciuti.
(XXII) -
Io non dico affatto - figlio mio - affinché sia ben chiaro, che la
conoscenza di queste materie non si può ancora imprimere nel tuo debole
cervello, che le vicende future, ben lontane
(11) non siano alla portata
delle creature ragionevoli, se nonostante tutto loro
sono la creatura dell'anima
intellettuale delle cause presenti lontane, né gli sono del tutto né
troppo occulte né troppo esplicite;
(XXIII)
- ma la perfetta conoscenza degli avvenimenti, non si può acquisire senza
quella divina ispirazione: poiché tutta la ispirazione profetica riceve il
suo principale impulso da Dio Creatore, poi dal Fato e dalla Natura.
(XXIV) -
(12)
Perciò, essendo gli avvenimenti indifferenti, indifferentemente prodotti e
non prodotti, il presagio in parte avviene
quando è stato predetto.
(XXV) -
(13)
Poichè, il giudizio creato intellettualmente, non può vedere
occultamente, se non attraverso la voce
proveniente dal Limbo mediante la esigua fiamma, in quella parte delle
vicende future si verranno ad orientare.
(XXVI) -
E ancora - figlio mio - io ti, supplico di non volere mai impiegare il tuo
intelletto in quelle chimere, e vanità che inaridiscono il corpo e portano a
perdizione l'anima arrecando turbe ai fragili sensi: perfino la vanità della
più esecrabile magia condannata perfino dalle sacre scritture e dai canoni
divini;
(XXVII)
- ad eccezione della interpretazione dell'astrologia vaticinante, con la
quale, e mediante l'ispirazione e la rivelazione divina attraverso continue
veglie e calcoli, abbiamo redatto per iscritto le nostre profezie.
(XXVIII)
- E sebbene quella occulta Filosofia non fosse
condannata, non ho mai voluto presentare le loro
sfrenate persuasioni: sebbene diversi volumi sono stati
nascosti per molti secoli, mi siano stati palesati. Ma dubitando per ciò che
ne deriverebbe, in questo caso, dopo la lettura ne ho fatto dono a Vulcano,
e mentre egli gli stava divorando, la fiamma lambiva l'aria rendendola di
una chiarezza insolita, più chiara di una fiamma naturale, come luce di
folgorante fulmine che illuminasse improvvisamente la
casa, come se in essa fosse avvenuta una conflagrazione.
(XXIX) -
Ed affinché per l'avvenire non se ne abusasse, perscrutando la perfetta
trasformazione tanto lunare che solare, e sotto terra
metalli incorruttibili e alle onde occulte gli ho ridotti in cenere.
(XXX) -
Ma riguardo al giudizio che si viene a realizzare attraverso il giudizio
celeste, ti voglio riferire che per avere conoscenza degli avvenimenti
futuri occorre rigettare lontano le fantastiche immaginazioni che
perverranno, limitando la particolarità dei luoghi per
divine soprannaturali ispirazioni, in accordo alle figure celesti, ai luoghi
(14)
ed a una parte del tempo di qualità occulta per virtù,
potenza e facoltà divina di fronte alla quale i tre
tempi sono compresi per
l'eternità, la rivoluzione reggendo
l'evento passato, presente e futuro
(15)
"quia omnia sunt nuda & aperta, & c." "Poiché
ogni cosa è chiara ed evidente ecc.".
(XXXI) -
Poiché figlio mio, tu possa facilmente comprendere, nonostante il tuo tenero
cervello, che le cose che debbono accadere si possono profetizzare, con le
luci notturne e celesti, che sono naturali e per lo
spirito della profezia;
(XXXII)
- non che io mi voglia attribuire la nomina né la facoltà profetica, ma per
ispirazione rivelata, come uomo mortale sono tanto lontano spiritualmente
dal cielo, che i piedi in terra "Possum non
errare, falli, decipi" "Possa non sbagliarmi,
ingannarmi, essere ingannato" sono un peccatore più
grande di nessun altro in questo mondo, soggetto a tutte le umane
afflizioni.
(XXXIII)
- Ma essendo stato più volte colto nella settimana dall'ispirazione, e con
lunghi calcoli, rendendo gli studi notturni gradevoli
con profumi, ho composto libri di profezie, contenenti ciascuno cento
quartine astronomiche di profezie, le quali ho voluto
oscuramente correggere, che costituiscono vaticini perpetui,
da ora all'anno 3797.
(XXXIV)
- Ciò probabilmente farà aggrottare la fronte a parecchi vedendo la così
lunga estensione dei vaticini e sotto il dominio di
tutta la concavità della luna ciò avrà luogo ed intelligenza:
e ciò si comprenderà universalmente
su tutta la terra le cause,
figlio mio.
(XXXV)
- Che se tu vivrai l'età naturale umana, vedrai nella
tua latitudine e sotto il cielo della tua nascita le future vicende
previste.
(XXXVI)
- (16)
Sebbene solo Dio Eterno sia il solo che conosce la luce
della Sua eternità, che da lui stesso procede;
(XXXVII)
- e dico francamente a quelli ai quali la Sua immensa grandezza, che non ha
limiti ed è incomprensibile, ha voluto rivelare dopo lunga melanconica
ispirazione, che mediante quella causa occulta manifestata divinamente,
(17)
principalmente da due cause principali
che sono intrinseche nell'ispirato che profetizza, una
è quella che viene ad infondere chiarendo la luce soprannaturale, al
personaggio che predice per la dottrina degli astri, e profetizza per
ispirazione e rivelazione;
(XXXVIII)
- (18)
la quale rappresenta una certa partecipazione della divina
eternità; attraverso cui il profeta viene a comprendere ciò che il suo
spirito divino gli ha donato tramite il Dio Creatore
e per una naturale predisposizione;
(XXXIX)
- (19)
occorre conoscere che ciò che si predice è vero, ha origine
eterna: e tale luce ed esigua fiamma è di tutta efficacia e profondità, non
meno della naturale luce che rende i Filosofi così sicuri che attraverso i
principi della causa prima hanno raggiunto i più profondi punti delle alte
dottrine.
(XL) -
Ma a tal fine - figlio mio - non voglio approfondire troppo per la capacità
futura dei tuoi sensi, e credo che le parole faranno così grande ed
incomparabile danno, e scopro che nel mondo, prima della universale
conflagrazione vi saranno molte inondazioni che non vi saranno regioni che
non siano sommerse dall'acqua, e per lungo tempo tutto perirà, etnografie e
topografie.
(XLI) -
Inoltre prima e dopo le inondazioni, in molti paesi le piogge saranno così
scarse, e cadrà dal cielo grande quantità di fuoco e di pietre incandescenti
che non vi resterà nulla che non sia consumato: e ciò avverrà
improvvisamente prima dell’ultima configurazione.
(XLII) -
Quando il pianeta Marte concluderà il suo cielo, ed al termine della sua
ultima rivoluzione, la ricomincerà: quai certamente
quando saranno congiunti gli uni in Acquario per molti anni gli altri in
Cancro per più lunghi e continui (anni).
(XLIII)
- E intanto che siamo governati dalla Luna attraverso la potenza di Dio
Eterno, prima che essa abbia concluso il suo cielo il Sole seguirà, e poi
Saturno.
(XLIV)
- Poiché secondo i segni celesti, il regno di Saturno ritornerà, essendo
tutto calcolato, il mondo si avvicina ad una rivoluzione distruttrice;
(XLV) -
e nel momento in cui scrivo prima di 177 anni , tre mesi e undici giorni,
per epidemie, lunga carestia e guerre, e ancor piu
per inondazioni, il mondo, da ora a quel termine stabilito, prima e dopo per
diverse volte verrà così diminuito e poca gente sopravviverti che non si
troverà più chi lavorerà i campi che diverranno incolti per tanto tempo,
quanto lo rimasero coltivati;
(XLVI)
- e per quanto riguarda la visibile previsione celeste, sebbene già si sia
al settimo millennio che tutto conclude, ci approssimiamo all'ottavo dove
c'è il firmamento dell'ottava sfera che è in dimensione latitudinaria, ove
il Gran Dio Eterno concluderà la rivoluzione: per cui le immagini celesti
ritorneranno a muoversi ed il movimento superiore che rende la terra stabile
e ferma "non inclinabitur in saeculum saeculi"
"Non si inclinerà per tutta l' infinita serie dei secoli":
pertanto che il Suo volere sarà compiuto e cosi sarà e non altrimenti;
(XLVII)
- sebbene con ambigue opinioni si dissenta dalle ragioni naturali con
fantasticherie Maomettane,
(XLVIII)
- (20)
per cui qualche volta il Dio Creatore per mezzo dei ministri
dei suoi messaggeri di fuoco trasmessi con fiamme, viene a proporre ai sensi
esteriori, come ai nostri occhi, le cause delle
future significatrici previsioni degli avvenimenti futuri,
che si deve a colui che manifesta il presagio.
(XLIX) -
Poiché il presagio che si ottiene dalla luce esteriore viene infallibilmente
a giocare un ruolo con e attraverso la luce esteriore;
(L) - in
quanto veramente la parte che sembra venire per
l'occhio dell'intendimento, non é
in lesione del senso immaginativo: la
ragione è fin troppo evidente,
(21) perché tutto è previsto per
ispirazione divina e per mezzo dello spirito angelico ispirato all'uomo
profetizzante, rendendo sacri i vaticini,
venendolo ad illuminare, eccitandogli la fantasia con diverse notturne
apparizioni, che con diurna certezza profetizza attraverso interpretazioni
astronomiche, congiunte alla santissima predizione futura, non consistente
d'altra parte che nel libero arbitrio.
(GLI) -
Vieni dunque a comprendere - figlio mio - che io scopro per
le mie rivoluzioni che sono in
accordo alla rivelata ispirazione, che la spada
mortale si avvicina a noi attualmente con epidemie, la guerra più orribile
di quanto ve ne possa essere stata nella vita di tre uomini, e carestia che
colpiranno la terra, e vi ritornerà spesso;
(LII) -
poiché gli Astri concordano con questa rivoluzione, ed è anche detto
(22)
"Visitabo in virga ferrea iniquitates eorum, & in verberibus percutiam eos"
"visiterò con la mia verga di ferro le loro
iniquità e sferzandoli, gli percuoterò". Poiché la
misericordia del Signore un tempo
non sarà affatto persa, figlio
mio, quando la maggior parte delle mie profezie
saranno accadute e saranno concluse e verificate.
(LIII) -
Allora, per molte volte, durante le sinistre tempeste
(23) "Conteram
ergo" "Gli farò a pezzi» dirà il Signore,
"& constringam, & non miserebor" "gli
distruggerò e non avrò pietà di loro";
(LIV) -
e mille altri fatti accadranno, con acque e continue piogge, come più
chiaramente io ho redatto per iscritto nelle mie altre Profezie che sono
composte dettagliatamente "in soluta oratione" "in
prosa" stabilendo i luoghi, i tempi, ed il termine
prefissato che gli uomini nati dopo, conosceranno le vicende infallibilmente
accadute come abbiamo indicato per gli altri, parlando più chiaramente
nonostante siano mascherate, saranno comprese le intelligenze.- "sed
quando submovenda erit ignorantia" "ma una buona volta
si dovrà eliminare l'ignoranza" ed allora
l'avvenimento sarà più chiaro.
(LV) -
Concludendo, figlio mio,
ricevi dunque questo regalo da tuo padre M. Nostradamus, confidando di
chiarirti ciascuna profezia delle quartine che seguono. Pregando Dio
immortale che voglia concederti vita lunga in buona e prospera felicità.
Salon, il l° marzo 1555.
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